27/02/2005

Il blog della domenica

Mio malgrado, in fondo, sto diventando una (sim)patetica dopolavorista. Mi dedico al blog alla fine della settimana, al posto del giardinaggio. Come in giardino, taglio, scalzo, strappo e risistemo, senza alcun ordine definitivo. Adesso che è freddo innaffio poco.

Ho aggiunto, tolto e risistemato qualche link e, con grande fatica data l'imperizia, modificato lievemente dei caratteri.

Ciò che appare non è ciò che è. E ciò che è non corrisponde che a momenti variabili, anche se si intravedono delle costanti. Mi piace assai mantenere questo scarto e anche questa è una costante.

Sarà che la domenica è la soglia di una porta girevole e il bello della soglia è che è un confine ma non un fronte.

 

di caracaterina at 11:13:31 12 Commenti

21/02/2005

La cognizione di Eastwood

 

Seria, troppo seria. E’ così che vado in asfissia.

Non dovrei usare le parole, quando mi sento così. Dovrei accucciarmi in ascolto o,

piuttosto, dormire. Perché le parole escono rigide come automi. A dirle è un’altra ma non l’Altra.

E’ una voce artificiale, come quella degli annunci in stazione. Composta a tavolino con toni captati meccanicamente da un esterno che non dice.

Ma stasera mi forzo e accendo il robottino parlante. Voglio vedere cosa fa. E comincio dalla fine, da quello che non sono. Non sono quella signora attempata che si chiede cos’è che lui ha fatto alla figlia, che forse le è sfuggito l’inizio e all’inizio l’han detto, forse. Non sono quel padre che ha portato al cinema il figlio di circa dieci anni pensando che un film sulla boxe  non potesse che divertire il marmocchio. Non sono tutta quella gente azzittita ma senza lacrime né fazzoletto che non faceva un continuo rumore soffiandosi il naso. Sono una che ha visto un  film che  se avesse voluto mantenere le distanze europee avrebbe potuto intitolarsi La cognizione del dolore e invece si  chiama Million dollar baby.

Un film ingenuo ingenuissimo come solo negli USA non si vergognano a fare, con quelle convergenze parallele prevedibili e spudorate (lui ha perso una figlia, lei ha perso un padre: si indovina dal loro incontro che tipo di relazione nascerà?), con quegli stereotipi di cartapesta (e basti e avanzi, non ci fosse altro, l’avversaria finale, colei che ridurrà in poltiglia la rabbia giustificata, il coraggio, la voglia di riscatto e il talento è una maschera inerte e senza personalità, un cieco male che vince solo perché è totalmente priva del senso delle regole: una ex prostituta  della ex Germania Est). Tutte le relazioni d’affetto portano il segno della colpa , dell’errore, della cacciata dall’Eden, la vittoria è perdita, il compimento finale la morte o un affetto insensato. Restano il vuoto e la scrittura,  che si ostina, impotente, a mettere ordine dentro a poveri sogni  fallimentari, a rabberciare distanze che sono sparizioni  private, private di ogni possibile elaborazione del lutto.

Cos’è che rende questa  schematica vicenda di marginali  una Tragedia con tanto di catarsi? Forse il numero dei personaggi?  Tre, dei quali uno fa anche da Coro e Tessitore. Morgan Freeman, cieco e veggente, pietoso e disincantato, appartato, in ombra e onnipresente, vinto ma proprio per questo vivo e non perduto, guida la Trama, anzi la Colpa, e accompagna agli Inferi, nero e psicopompo. Clint Eastwood  e Hilary Swank non sono che strumenti dell’ Ananke e non sarà la loro volontà a decidere diversamente, perché non c’è protezione dalla necessità. Tutta la libertà che rimane è quella di morire per scelta, di assumersi la responsabilità della fine.

Un film impossibile in Italia, dove lo sbisciare via è considerata pratica buona e giusta, da insegnare ai bambini. (Giorni fa uno studentello mi ha chiesto se le anime infernali di Dante, giunte davanti al giudice Minosse  e alla sua coda che le avrebbe destinate alla dannazione di competenza, durante la confessione totale dei peccati non potevano, per caso, mentire, magari per non finire proprio in fondo e con le pene peggiori, ecco).

Un film pagano, con tutto quel coraggio del corpo, con tutto quel cattolicesimo impotente nei suoi dogmi  inutilizzabili  quando il corpo marcisce e dio, allora, non si fa più uomo o non lo si è fatto mai, o non ancora.  Quando Dio Padre ci lascia soli, a pensarci  non può che essere un padre, e pure indegno, fasullo e giustamente riottoso.

E’ ben più che il terribile tema dell’eutanasia ciò che  nel film di Eastwood lascia scossi e silenziosi, col naso rosso e gli occhiali macchiati. E’ tutto quel togliere, che non è solo recitazione di facce, camminate e silenzi,  non è solo un montaggio di ellissi cucite senza che si veda alcun punto di sutura se non  su nasi e sopraccigli, ma è ridurre all’essenziale la questione del vivere che altro non è se non una questione di scelta e di assurda responsabilità. Quando anche lasciar fare a Dio è assumersi la responsabilità di uccidere.

Ma quello che sa Eastwood non lo sanno i nostri benemeriti Movimentisti per la Vita.

 

 

 

 

di caracaterina at 00:20:58 19 Commenti

15/02/2005

Buchi

 

Vivo in una casa lunga di un unico pianoterra.

L'altra notte ho dormito sola, se il gatto non conta. Prima di mettermi a letto ho sbarrato i cancelli d'entrata.

Il letto è in fondo alla casa.

La mattina al risveglio ho notato il chiarore. La gelosia della camera dove dormivo è una porta-finestra ed era spalancata.

*******

Oggi leggevo un libro di uno scrittore della mia età.

Il libro racconta fatti del 1997.

Ho pensato: dov'ero io nel '97? cosa  stavo facendo? con chi ero? chi è che vedevo? quant'ero più giovane di come sono adesso?

E ho scoperto che no, non ce l'ho l'alibi.

 

di caracaterina at 22:53:03 22 Commenti

13/02/2005

Domenica, col caffè

 

Cerco di rimettermi in pari se non coi quotidiani almeno con qualche settimanale. Sfoglio e di solito  mi accontento dei titoli e delle figure. Talvolta metto da parte, penso di conservare, fino al momento del bidone del riciclo.

Ma stamattina Lo Specchio di ieri un po’ l’ho letto perché

 

- gli ultras mi attraggono, più misteriosi del cerchio magico di Stonehenge, ben più vivi, almeno apparentemente, vagamente mostruosi come forze ctonie

 

- l’amore a tempo di galera è un dolore intimo che mi importa ascoltare, soprattutto da quando ho scoperto che anche una mia cara amica sta maturando il progetto di andare a insegnare in carcere, come avevo pensato io lo scorso anno senza ancora farne niente, ed è un paradosso apparente che al culmine dello strazio per il lavoro “fuori” si cerchi il massimo del vincolo per tentare di sentirsi liberi. E intanto qui si sta leggendo Maggio selvaggio di Edoardo Albinati

 

- stiamo per diventare, pare, legalmente disperdibili o conservabili sul comò, noi candidati alla fine definitiva per cremazione

 

- ci sarà una mostra necessaria come il Male, fra pochi giorni, a Torino, epperò son contenta che non l’abbiano intitolata, da furbetti come il suo curatore Sgarbi, Da Giotto a Diabolik (ma, poi, perché no?)

 

(Perchè oggi mi si è aperto di nuovo un punto rosso sul naso, minaccioso come una pretesa di verità, piccolo come un post dall'understatement velenoso)

 

di caracaterina at 16:15:16 4 Commenti

11/02/2005

Prolegomeni alla batracomiomachia de noantri

Avvertenza

Scritture e persone, dicevano nei giorni scorsi i molti e i molteplici – superflui i link, mi credo.  Alle soglie del finesettimana, mi sfogo e dico la mia in questo post che però sono due e sono mostruosamente lunghi.  Due pipponi che neanche la Corazzata Potjemkin  vista da Fantozzi.

Il mio comitato etico personale vi avverte e mette il bollino rosso.

 

Del cattivo scrittore

Ci sono scritture scintillanti, a prima vista, attraenti e avventurose,  per qualche pagina, -  anzi no, qui meglio parlare di qualche post - consapevolmente curate nello stile, nel ritmo, nel respiro, che

però mi stufano presto perché  sono abbaglianti.  Leggerle è come avere una lampada accesa puntata negli occhi.

Non mi stufa il gesto aggressivo che si avverte in chi scrive e che pare volermi fare il terzo grado e inquisirmi mentre resta nell’ombra, a me lettrice piace molto il rapporto sado-maso che mi lega a chi scrive. Mi infastidisce, invece,  l’eccesso luminoso in cui tali scritture  avvolgono proprio se stesse,  al punto da  divenire illeggibili e insignificanti. Sono scritture che finiscono per cancellarsi come tali, erose nei filamenti  della lampadina, bruciate  dall’eccesso di energia elettrica del generatore di corrente, ovvero di chi le scrive.

Finisce così che l’autore, l’autrice, troppo bisognosi o ansiosi di farsi sentire,  prendono il sopravvento sulle loro stesse parole. Alla fine quello che vedo, tentando di leggere,  non è più un senso, un racconto, uno stile, ma una figura che incombe, ed ingombra  lo spazio fra me e lei.

Insomma, se la scrittura si perde (e, certo, accade anche per imperizia, sciatteria, inconsapevolezza e ignoranza ma qui si parla di “scritture belle”)  resta solo l’effigie, il simulacro di chi ha scritto. Non certo il suo corpo, davvero, né in un libro né in un blog.

E che me ne faccio di ‘sto mascherone? Cosa vuole questo coso da me?  E’ allora che inizio a lagnarmi, - superflui i link - da Herzog o dalla Lipperini, da Palmasco o su Nazione Indiana (ma anche in solitudine sdegnosa in casa mia), in ordine sparso: dell’inautenticità, della finzione, della fiction, del monostilismo e del pluristilismo, della mancanza di verità, dell’autoreferenzialità, del povero schematismo dei generi, della banalità appiattita della cultura  popolare, della miseria del linguaggio, dell’influenza della tivvù, della malignità dei cattivi maestri,  della scrittura commerciale, dei fondamenti e degli sfondamenti del Nome, dell’inevitabile rassegnazione impotente all’amoralità e all’immoralità. Della fava e della rava.

Del fatto che è irritante non avere l’illusione di vedere una faccia e una pelle da toccare.

 

Chè non è un buono scrittore chi spreca la propria scrittura  per mettere addosso al lettore non il peso delle sue parole ma quello della sua persona, nel senso latino di maschera, di personaggio, perché quando si brucia la scrittura  (perché mi ripeto? sarà l’età? sarà il mestiere?),  ciò che resta sul foglio o sul video è solo una figura fittizia, che si chiama Bertoldo o Buffalmacco o Colombina o Brighella, anche se scrivo in calce, GianPaolo, PierMatteo od AnnaLisa.

 

Ma quelle-lì-ssu sono tutte lagnanze pretestuose, tanto per trovare un motivo al fastidio dell’accecamento.

 

Dimostrazione in elenco:

 

Inautenticità: D’Annunzio

Finzione: Borges, Kafka, Pessoa

Fiction: Ariosto

Monostilismo: Petrarca

Pluristilismo: Gadda

Mancanza di verità: Pirandello

Autoreferenzialità: Dante Alighieri

Piattezza cultura popolare: Collodi

Rigidità dei generi: (sempre in ordine sparso) Hugo, Simenon, Chandler, Poe, Mary Shelley, (una donna, finalmente!) Lovecraft, Dick, Manzoni, Scott, Tolkien……………..

Miseria del linguaggio: Salinger (nel Giovane Holden)

Influenza della tivvù:  … (troppo recente, non mi viene in mente niente, sono graditi suggerimenti)

Cattivi maestri: De Sade, Céline

Scrittura commerciale: Defoe, Dumas

Nome: Omero

Rassegnazione e impotenza: Baudelaire

 

I primi che mi saltano in testa, i più noiosamente noti che ci siano, perché letti a scuola, masticati più o meno controvoglia da ogni studentello, sostegni economici imprescindibili di tutti i librai e pure di cartolai e di edicolanti.  Immaginiamo di leggerli in maniera franca, ingenua, non viziata dall’analisi del testo, dall’interrogazione  bimestrale, dal cellophane del gadget promozionale.

Leggiamoli da lettori smaliziati, disincantati, raffinati, difficili, selettivi e critici.

E mettiamoci pure a  parodiarli, stracciarli, semplificarli, a fare saccenti graduatorie di merito e di gusto, a buttarli giù dalla torre del gioco, a selezionarli senza pietà  per una fuga improvvisa o per l’esilio in un’isola deserta.

Sono e restano Grandi Scrittori. Di loro conta la scrittura e non se hanno mangiato bambini.

E  davanti ad alcuni ci  prostriamo pure, anche se non sopporteremmo di  conoscerli di persona e di scambiarci una parola da vivo a vivo.  E a molti è pur toccato, data la popolarità e nonostante la loro scrittura, di divenire semplici icone, chè tanto mica si possono difendere, con grassa soddisfazione del cattivo lettore che, anche se non li ha mai letti o li ha solo sfogliati,  può sfogarsi a esecrarli pubblicamente o a pubblicamente venerarli, accontentandosi della loro maschera,  pubblica appunto.

E con ciò? Sarebbe forse meglio il silenzio della polvere in biblioteche abbandonate?

 

 

di caracaterina at 20:02:45 13 Commenti

11/02/2005

Del cattivo lettore

Lo confesso. A me mette sempre piuttosto male sapere che Céline era violentemente antisemita, che Pirandello era fascista così come Ezra Pound, che Flaubert era un misantropo intrattabile, Balzac un vanesio ridicolo e arrampicatore sociale, Manzoni un depresso pessimo padre, Dante Alighieri uno spocchioso “in missione per conto di dio”, che forse avrei esiliato anch’io solo perché era antipatico, senza parlare di quelli che hanno dato fuori di matto e con la cui sofferenza psichica, se avessi dovuto viverci accanto, non sarei stata capace di venire a patti, Tasso, Hoelderlin, Artaud.

Sai che flame nei commenti, se questi qui avessero avuto un blog. Se i lettori avessero potuto avvicinare il loro simulacro nel blog, prima ancora di leggere la loro scrittura sui libri. O se essi stessi non avessero mantenuto le distanze nella scrittura lontana che di loro conosciamo e si fossero messi a commentare proiettando la loro effigie e scambiando colpi con i fantasmi che per loro sarebbero stati gli altri blogger.

Perché quanto può lo scrittore schiacciare la propria scrittura col peso dell’ immagine di sé, imposta alle parole e al lettore, altrettanto si può essere e, magari rimanere, cattivi lettori. Tamquam narcisi si può ignorare, per ignoranza o per panza, la scrittura e buttarsi a proiettare il film di un corpo a corpo fra la propria, di immagine, ipertrofica e tracimante, e quella che ci si è fatta di chi scrive.

Tanto più che, a volte, si può scrivere in prima persona ma in prima persona si legge sempre.

Ho già sforato in questo post, uscendo di misura e uscendo dal web e dalle sue discussioni. Lo faccio ancora e vado a scuola, un luogo statisticamente di massime letture ancorché di pessimi modi di leggere. I ragazzi (so’ ragazzi) sono lettori inesperti, coatti, svogliati e non so dar loro torto tanto certa lettura, per motivi che non sto qui ad acclarare, sa di morto. Ma hanno un fiuto infallibile nell’ignorare (beh, che scrivo a fare questo verbo?) le parole scritte e andare alla persona dello scrittore. Vedono subito il mascherone, se c’è, e tendono a rapportarsi a quello. Perché per loro la questione vitale è, giustamente, la relazione umana, di quella cercano il modello, quella vogliono e quella, troppo spesso, non trovano nella lettura. La trovano però, a volte, nei loro librini-cult, come i tanto decantati Tre metri sopra il cielo, che si passano l’uno con l’altro. Non c’è scrittura, lì, ma c’è il gioco della persona, a buon mercato, alla grossa. Leggono ed è come quando le bambine si mettevano i tacchi della mamma, per giocare a far le donne. Un gioco serissimo.

Non sanno mai chi è l’Autore, i ragazzi, se non devono studiare il manuale. Sembrerà forse strano ma sono anche tanti i ragazzi che leggono per conto loro e amano Se questo è un uomo o Il vecchio e il mare ma non sanno il Nome dell’autore. A volte neppure il titolo. Anche se sanno raccontarti la storia. Non mi straccio affatto le vesti. Anzi, da queste loro ignoranze imparo molto. Imparo, per prove ed errori, come insegnare a leggere in modo che la lettura non sia un decodificare le parole una dietro l’altra. E imparo che l’essenziale del rapporto scrittore/lettore non è il Nome ma che bisogna che ci sia una scrittura che sbaragli coi suoi propri personaggi, il personaggio-autore che tenta sempre di sopraffarla. La lettura ignorante dei ragazzi è un’ottima cartina al tornasole per stabilire il valore di una scrittura. Quando inizio a parlare di Leopardi, per esempio, devo far piazza pulita dell’immagine di quello-gobbo-e-sfigato-perforza-che-era-pessimista-prof! Ma non ci vuole poi molto. La scrittura di Giacomino è tanto grande che mi basta aggiustare un po’ il tiro e rifilare ai fanciulli due chiavi di lettura ed ecco che il Gallo silvestre e la Ginestra si difendono benissimo da soli anche dagli attacchi di diciottenni biecamente palestrati e col piercing.

Il contrario accade con Foscolo, di cui devo magnificare i riccioli rossi, gli amorazzi e la sifilide oppure puntare essenzialmente sulla patetica morte del fratello per ottenergli una lettura vagamente decente. Perché i ragazzi lo vedono che la scrittura di Ugo, sebbene importante e blablabla, è inferiore a quella di Giacomo, che la poesia di Ugo è più tronfia, compiaciuta, narcisista, abbagliante, perciò più caduca e non si regge abbastanza da sé. Lo sentono che Ugo li vuole fregare e che Jacopo Ortis è tutta una sceneggiata e che muoia, finalmente! Mentre leggono il Werther, alcuni, e lo vorrebbero salvare e si incazzano con Alberto.

Giacomo scrive A se stesso , che è una specie di post, in fondo, ma è una scrittura-mondo assai più forte degli epici Sepolcri, con le loro corrusche scorribande nel tempo e nello spazio.

Ho finito ma non so dove sono arrivata. Mio marito mi ha letto in Word e mi ha detto: E allora? Sembra una premessa. Ora di’ qualcosa.

Mavaffan…

di caracaterina at 19:56:47 5 Commenti

08/02/2005

Ala sinistra

 

 

 

 

 

 

 

Era una ghiandaia marina.

La data segnata dall'autore è il 1512, la sigla è quella di Albrecht Durer.

Il foglio intriso da questo acquerello misura venti centimetri per lato e si trova alla Graphische Sammlung Albertina di Vienna.

La suggestione per cui lo pubblico adesso, invece, si trova qui.

di caracaterina at 17:44:51 11 Commenti



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