25/04/2005

Condividere la storia

 

In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30;

tra il sig. Generale Meinhold,quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Cap. Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte;

il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall'avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Magg. Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall'altra;

è stato convenuto:

1) Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;

2) la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;

3) il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;

4) il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia.

Fatto in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco.

Scappini Remo

Meinhold

avv. Errico Martino

Giovanni Savoretti

Asmus 

Maggiore Mauro Aloni

 

di caracaterina at 14:40:09 9 Commenti

24/04/2005

In ogni punto dello spazio

Che fortuna, mi dico, quando incontro libri da scavare. Libri-miniera che mi restituiscono righe come vene da far fruttare. Libri in cui si raccontano modi di stare al mondo.

La narrazione, qui, non è finzione ma composizione di un ordine nello spazio (e non c’è ordine nello spazio che non costruisca una storia di tempi). Sotto il titolo, un poco sostenuto e ostentato, va detto, di Geografie del narrare, uscito per conto dell’editrice Diabasis l’anno scorso, Marco Sironi ha ricostruito il lavoro e la collaborazione, negli anni Ottanta, di un fotografo e di uno scrittore che si sono dedicati ai luoghi , in una ricerca non pretenziosa di “verità” o “realtà” ma di documentazione dell’esterno. Là dove la realizzazione di un documentario non significa rinuncia alla finzione ma, piuttosto, nelle parole di Gianni Celati - è lui, lo scrittore – esposizione a qualcosa che può essere pensato come una zona d’inconscio, fatta di tutte le cose quotidiane nello spazio esterno – tutto quello che è fuori di noi – qualcosa di anonimo e collettivo, di esterno e contingente, che non può essere controllato o presupposto, come non si possono controllare o presupporre i sogni che faremo”.

Leggo che nel 1984, sulla rivista Alfabeta, Celati scriveva:

Crediamo che tutto ciò che la gente fa dalla mattina alla sera sia uno sforzo per trovare un possibile racconto dell’esterno, che sia almeno un po’ vivibile. Pensiamo che anche questa sia una finzione, ma una finzione a cui è necessario credere.

Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano ad ogni apertura d’occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno”.

 

A me è sembrato, estraendo questi materiali dal libro-miniera, di ritrovarmi e di trovare la de-scrizione e il senso di ciò che accade qui a me e a tutti noi che teniamo un blog. Mi sembra che quanto rappresentava venti o trenta anni fa, in assenza di internet, il lavoro e l’orientamento di pochi, oggi sia divenuta realtà estesa e che questa realtà siano i nostri documentari, i nostri “mondi di racconto da ogni punto dello spazio”.

L’anonimato - o la detitolazione - dello spesso vituperato uso dei nick, la collettività della costruzione di un blog che prevede un inevitabile intersecarsi di relazioni, la contingenza che abbandona la scrittura dei post al rotolio del tempo, sono i limiti accettati che, più di altre forme di espressione (vedi i “grandi” dibattiti sulla letteratura), segnano i confini del fittizio e rendono quindi possibile (non certa, c’è bisogno di aggiungerlo?) una conoscenza, e non semplicemente una notorietà o una notificazione.

Se quella del blogger è esposizione – e lo è – essa può pure significare, ma non significa solamente, ciò che, nelle loro descrizioni sprezzanti, ne fanno i mediatori “forti” – penso, ovvio, a certi letterati e a certi giornalisti, ma anche a certi blogger pavidi e fortemente condizionati dal principio d’autorità - : narcisismo, esibizionismo, onanismo, apparenza indistinta e vuota comunicazione.

Essendo costituita dalla scrittura, l’esposizione del blogger è, fondamentalmente e al di là degli usi differenti e delle interpretazioni, essere-escritto, per dirla con un’espressione di Jean-Luc Nancy, e quindi situarsi su un limite, su un bordo, in condizioni di apertura e di discrezione nei confronti di ciò che, per tornare alle parole di Celati “non può essere controllato o presupposto, come non si possono controllare o presupporre i sogni che faremo”.

 

Di Celati, dunque, ho detto. Ma, il fotografo? Chi era costui? Confesso che, prima di incontrarlo in questo libro non lo conoscevo e me ne rammarico perché un breve ricerca su gùgle mi ha messo faccia a faccia con la vastità un po’ colpevole della mia ignoranza.

Allora, Luigi Ghirri, nato nel 1943 e morto a soli 49 anni.

 

Pochi anni dopo la sua morte, in un discorso commemorativo, l’amico scrittore ne tracciò un profilo che poi è divenuto il recitativo di un film documentario dedicato al fotografo e di cui qui ricopio alcune parti perché, anche se l’ho fatta già lunga, la descrizione del lavoro di Ghirri che ne emerge, non può che avvalorare l’importante analogia con quanto tanti, qui dentro, (o qui, sul limite) amano fare:

 

“Fotografava cose a cui nessuno bada. Fotografava le strade che percorreva per andare al lavoro. Oppure fotografava quello che aveva in casa, i propri libri, gli atlanti, le cose più a portata di mano. Per lui la foto doveva ridare dignità alle cose… doveva sottrarle agli schemi, ai giudizi sbrigativi di chi non guarda mai niente. […]

Ha sempre detto che il suo punto di partenza è stata la prima foto della terra scattata dalla luna … la foto del nostro pianeta visto dalla navicella spaziale, nel 1969. Qui, per la prima volta, l’uomo vedeva l’immagine della globalità del mondo. Ma in realtà, diceva Ghirri, quella foto non aveva niente di intelleggibile.

L’immagine della terra vista della luna era l’immagine della globalità. Ma per Ghirri rappresentava anche l’idea d’una duplicazione totale del mondo, attraverso le immagini. E questo ci fa credere che il mondo sia già tutto conosciuto, tutto catalogato, uniformato. […]

Ecco che allora lui va in una direzione opposta, con la sua piccola Olympus Penn, 24 per 36. Gli interessava tutto quello che è parziale, frammentario … Tutto quello che mostrava l’infinita diversità dei punti nello spazio … Tutto quello che sfuggiva all’uniformazione attraverso le immagini del mondo. […]

Per esempio nel 1974 fotografa ogni giorno il cielo, come se tenesse un diario. Come facevano a volte gli abitanti delle campagne, per ricordarsi gli andamenti stagionali. Così compone un vasto pannello con 365 vedute del cielo. […]

Nel 1973, fotografa i libri della sua biblioteca, e ingrandendo certi particolari di carte geografiche compone quello che lui chiamava un atlante. Diceva che l’atlante è il libro per eccellenza. […]

Ma non pensava mai ad immagini uniche, originali in sé e per sé. Non amava i fotografi che vanno a caccia di immagini straordinarie, come per documentare un bottino che hanno fatto.

Aveva l’idea che ogni immagine ne richiami un’altra: perché non esiste nessuna immagine unica, originale. Ogni immagine porta in sé tracce d’un riconoscimento di qualcos’altro, di altre immagini, foto, visioni, apparizioni… […]

Le sue fotografie ci insegnano che il mondo prende forma perché qualcuno lo osserva. Prende forma quando qualcuno sente il desiderio di contemplarlo … non di invaderlo o massacrarlo per farsi strada …”

di caracaterina at 19:07:01 4 Commenti

20/04/2005

Benedicti chemical brothers

 

La normalizzazione delle forme di espressione che oggi si sta producendo a livello planetario, che impone a ogni pensiero e a ogni esperienza di impoverirsi, di semplificarsi, di amputarsi di profondità e complessità può  avere conseguenze molto più devastanti sulla vita di quelle che si immaginano.

Pretendono che tutti ci accomodiamo tranquilli nello spazio residuale che viene oggi concesso alla cultura, nella pseudo-gara tra chi vende di più e di meno  oppure nelle poltroncine da studio televisivo.

[Ma tu ] ci chiami a uscire dalla banalizzazione del male con cui ci tranquillizziamo, così da poter continuare la nostra vita di sempre. Ci mostri la serietà della nostra responsabilità, il pericolo di essere trovati, nel Giudizio, colpevoli e infecondi.

Caliceti, [ Signore,]  ha un'idea rinunciataria e immiserita della scrittura letteraria e della cultura. Tant'è vero che si accontenta serenamente della zona di marginalità in cui si cerca di relegarla, e in cui si autorelega lui per primo, serenamente.
Quella stessa idea debole, immiserita, depotenziata che le macchine di potere nella nostra epoca stanno cercando di inculcare negli stessi scrittori (per non parlare dei critici!)

Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti.

La superbia di pensare che siamo in grado di produrre l’uomo ha fatto sì che gli uomini siano diventati una sorta di merce, che vengano comprati e venduti, che siano come un serbatoio di materiale per i nostri esperimenti, con i quali speriamo di superare da noi stessi la morte, mentre, in verità, non facciamo altro che umiliare sempre più profondamente la dignità dell’uomo. [ E voi, voi? Voi] vi preoccupate solo di sapere quante copie vendono i vostri libri? Voi vi sentite o non vi sentite in guerra con le forze della desertificazione e dello svuotamento? O sognate anche voi qualcosa? Vi sentite o no parte di qualcosa che è in tensione, o siete tutti sereni?

Aiutaci, Signore,  a non fuggire di fronte a ciò che siamo chiamati ad adempiere. Aiutaci a smascherare quella falsa libertà che ci vuole allontanare da te.

Fa’ che non ci limitiamo a camminare accanto a te, offrendo soltanto parole di compassione. Convertici e donaci una nuova vita; non permettere che, alla fine, rimaniamo lì come un legno secco, ma fa’ che diventiamo tralci viventi in te, la vera vite, e che portiamo frutto per la vita eterna (cfr. Gv 15, 1-10).

 

 

 ( Avvertenza: post OGM ottenuto per fecondazione non assistita e tramite interpolazione manuale e arbitraria  fra una

Via Crucis e una Nazione Indiana)

 

 

 

di caracaterina at 21:25:43 3 Commenti

18/04/2005

Silenzi

 

Non è vero che qui non succede niente. Nel pomeriggio tardi, ad esempio, ho tagliato l'erba selvatica del pratone. E' stato un lavoro lento e faticoso  perchè non ho l'attrezzo adatto. Non è un tagliaerba ma un decespugliatore elettrico a un solo filo di plastica che si srotola veloce e che devo sempre rirocchettare.

Fra il ciliegio fiorito e il limone illuminato mi sono riempita la tuta e i capelli di spore di tarassaco, di parietaria e di altre erbe belle e infestanti di cui non so il nome. Avevano fiori gialli alcune, bianchi altre, viola e piccoli certe altre ancora.

Sono morti pure, per caso, alcuni ritti iris selvatici.

Alla fine mi facevano molto male le mani.

 

di caracaterina at 23:46:19 10 Commenti

09/04/2005

Le vie dei nomi

 

Spike Lee e il suo Gandhi telematico.  A qualche parte delle mie sinapsi è stato inevitabile continuare a pensarci dopo questa settimana, dopo ieri.  Può essere piaciuto o meno - d’altronde la gioia della critica aggratis è una tentazione superba a cui è impossibile resistere, perciò fiumi di pixel spesso velenosi hanno investito quello spot - ma nulla può togliere a Spike Lee la qualifica di artista, comunque si intenda definire questa parola.  E “gli artisti anticipano sempre gli eventi”.

Anche adesso,  mentre scrivo questo luogo comune,  così come è accaduto stamattina al risveglio quando questa frasetta mi ha raggiunto seguendo la fila di tessere fatta di “santi” in  bianco e maxischermi, il mio cervello continua a ritrasmettere la scena, la voce, la figura e l’atmosfera in cui lo sentii la prima volta e, per la prima volta, cominciai a parteciparne, entrando nella vita, in questo banale luogo a noi tutti comune, anche da questo pertugio.

La prima liceo, ora di storia dell’arte, quell’unica, misera ora che il sistema scolastico italiano riserva alla parte più vasta del  patrimonio dell’umanità, insegnando, in questo modo, il disinteresse e la trascuratezza, mostrando subito, nella sproporzione dell’orario dedicato, l’abisso idealistico, astratto e arrogante, fra l’ipervalutazione della parola classicista e la svalutazione delle tecniche, del lavoro e dei progetti che  producono oggetti. Neppure il fatto che tali oggetti sono, ad esempio, edifici destinati a raccogliere il respiro e i sudori degli umani attraverso i secoli – si tratta, in effetti, di luoghi comuni – neppure questo salva l’arte (l’artificio, l’artigianato, il mestiere)  dal  disprezzo idealistico che investe le tecniche e il relativo negotium.  In quell’oretta di storia dell’arte, anche la descrizione dell’oggetto non  avrebbe posto e la storia si sarebbe dovuta  intendere come storia dell’idea, della forma, magari in quanto Gestalt psicologica, come critica dell’intenzione e non  come  racconto delle condizioni della sua produzione, dalla committenza all’installazione. Per questo suo librarsi in un vuoto pneumatico,  ovvero sì in un pneuma, la frase “ gli artisti anticipano sempre gli eventi”  suona così banale, così debole punto di congiunzione (evidentemente a rischio di smollarsi e di non tenere, squarciando il concetto)  fra l’idiozia, ossia la privatezza quotidiana del linguaggio in mutande che ci trasciniamo in casa,  e l’ambizione impenitente alla sintesi critica universale.  Una frase perfetta per una lezione scolastica.

Nel caotico “liberi tutti” che in quell’ora di ricreazione (e mai parola sarebbe più appropriata  se non rimandasse  solo al tiro di palline di carta, cancellini e mozzichi di merende)  risuonava il “Siete dei giannizzeri!” lanciato come uno sputacchio ridicolo da un’insegnante anziana, dai capelli ritinti e acconciati indietro alla meglio, puntati con uno spillone bizzarro come bizzarri erano i suoi anelli e, soprattutto, i braccialetti.  Esotici manufatti di bigiotteria antica o straniera, comprati o ricevuti in dono in anni lunghi e così lontani da noi, ragazzetti ottusi e preparati soltanto a entrare nella mediocrità di chiunque.

Col suo accento  lazio-bruzzese, così incongruo in quel sito, era un’aliena fra noi, una scheggia di bellezza perduta eppure ancora riconoscibile, penetrata  sotto la pelle compatta della piccolezza borghesuccia e soddisfatta.  La sogguardavo ghignando, come tutti, e tra la pioggia di frizzi e lazzi scambiati nella fila di giannizzeri che eravamo,  la  mia mano poggiata sul quaderno scriveva comunque – e non poteva farne a meno – le parole di un linguaggio fascinoso  nel suo aprirsi ad un’alterità magnetica. Anche se poi riporto a memoria solo i luoghi comuni.

Caterina Lely.

Fra le immagini e i nomi c’è questa contiguità che è poi sovrapposizione per cui le une e gli altri si nascondono vicendevolmente.  Ma stamattina ho scoperto, nel dormiveglia  che si porta dietro una catena di spezzoni filmati in Macromedia Flash, che forse il mio nick non nasce, o non soltanto,  dalla citazione, sciocchina nel suo postmodernismo d’accatto tanto trendy nei blog, di Carmen Villani e di Bada Caterina, gloriosa canzonetta della mia infanzia nazional-popolare. E che la bigiotteria esotica e i giannizzeri hanno, qui dentro, un posto più grande di quanto non abbia mai pensato.

 

di caracaterina at 17:07:56 12 Commenti

08/04/2005

Di alberi e tavole di legno

" ... morivano a Siena sotto una loggia aperta davanti a un grande orto giardino accosto alle mura di mezzogiorno della città, uno a fianco dell'altro, i fratelli Ambrogio e Pietro Lorenzetti. Si erano fatti accostare per spartirsi lo stupore e la delusione e anche per mostrarsi a vicenda, da pittori, i punti del corpo in cui si guastava il naturale colore. [...]

La parte più vicina dell'orto era coperta da un'ottantina di peri piantati da una decina d'anni appunto perchè il loro legno ben si prestava alle tavole da pittura, sia per la compattezza che per la leggerezza e resistenza. Il legno di pero prendeva raramente i tarli e non si imbarcava con il tempo e con l'umidità. Tutti i peri alti come un ragazzo della loro stessa età si tenevano serrati nell'ombra compatta senza cedere al calore, nient'altro che un leggero rossore sulla punta più alta del fogliame: quel rossore traspariva la nervatura allarmata di quelle foglie che sapevano di essere sopra per resistere. A mezzogiorno del 19 agosto un melograno vecchio, poco più distante dei peri, si schiantò spaccandosi fino a metà del tronco. Pietro e Ambrogio pensarono a un soccorso se non a un miracolo. Solo alle luci orizzontali del tramonto si avvidero che non c'era più il melograno e capirono cosa era successo. Quella mancanza li indusse a proseguire nel silenzio. A mezzogiorno del giorno seguente morì Ambrogio e prima che quella stessa ora fosse del tutto trascorsa morì anche Pietro. Entrambi avevano ammirato e lodato i peri negli ultimi momenti della loro coscienza. A metà dell'ultima notte, illune, spessa di un madido nero, era sembrato a entrambi l'odore dei peri che leggero fosse riuscito a trapassare un attimo tra i densi cremori della peste universale."

P. VOLPONI,  La pestilenza,   Via del Vento Edizioni, pp. 4, 7-8

 

di caracaterina at 17:36:39 3 Commenti

05/04/2005

A muro duro

 

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di caracaterina at 11:39:18 17 Commenti



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