31/05/2005
Intervallo
Questo blog troppo serio sta precipitando verso la tetraggine, come in effetti constatavo stamattina parlandone con le mie ciabatte. D’altronde, l’hai chiamato stupido, no? rifletteva il caffè nella tazza.
Il brutto di non essere artisti, filosofi o sapienti è che l’umor nero, la malinconia, le paturnie, te le devi tenere e aspettare che passino perché non ce li hai i mezzi per trasformarle in una visione del mondo. Al massimo sfiati in tralice, trasgredendo una regola grammaticale al femminile plurale, se lo sai e non lo vuoi nascondere che il tuo salotto è marròn e il cicìn-cicìn delle scatolette di Limoges, delle pentoline di rame appese in cucina e dei calendari con le ricette regionali non ti consola.
25/05/2005
Responsabilità illimitata
'Tis but thy name that is my enemy;
Thou art thyself, though not a Montague.
What's Montague? it is nor hand, nor foot,
Nor arm, nor face, nor any other part
Belonging to a man. O, be some other name!
What's in a name? that which we call a rose
By any other name would smell as sweet;
So Romeo would, were he not Romeo call'd,
Retain that dear perfection which he owes
Without that title. Romeo, doff thy name,
And for that name which is no part of thee
Take all myself.
(Atto II, scena II)
20/05/2005
14/05/2005
Allitterazioni a perdere


Certo, potrei anche fare a meno di scrivere che la coazione a ripetere che mi spinge a leggere in giro le sparate di Giuseppe Genna ha molto a che fare col suono evocativo del suo nome.
Ma, tant'è. Anche non resistere è un risultato del tenere un blog.
11/05/2005
Transformer post
Avrei voglia di evasioni. Mi si propongono sedute.
Questione di punti di fuga.
10/05/2005
Occhio per occhio
Avrei voglia di visioni. Mi si prospettano vedute.
Questione di punti di vista.
09/05/2005
Le gite del sabato: Torino

Quello che ho visto andando a Torino non c’entra proprio con Torino ma con la percezione che si ha partendo da qui e salendo in treno, chè, se si parte da Genova, la ferrovia non sembra arrivare in Piemonte davvero finchè non si vede il Monviso nel cielo. E tutto è vicino, il Monviso ed il cielo. E’ così che cominci a pensare alle Sacre e ai sabaudi un po’ folli e pensi di comprendere il vero perché della Mole.
A quello che ho visto scendendo a Torino, dal treno, non volevo proprio credere. Quarant’anni dopo, erano ancora scatole di cartone legate con lo spago e tenute a mano da ometti meridionali un po’ anziani e tarchiati. Che il tempo non fosse passato invano lo segnavano le facce tranquille e le voci serene e pacate, le Lonsdale dei nipoti più alti degli avi dalla spalla in su, le donne fresche di parrucchiera di provincia. E poi gli scavi della metro e il cappuccino servito al suono di una canzone colombiana a me e a due slavi entrati nel caffè di Via Nizza, sotto i portici. Ma sulla porta del negozio di animali sta una madamina coi capelli alti e cotonati, tutti grigi sopra il camice bianco e il filo di perle, come forse ancora solo la nipote anziana di Rita Levi Montalcini. E il suo sguardo trapassa i due ragazzi magrebini che si sono fermati come me a guardare, sorridendo nei loro denti gialli, i cuccioli di pechinese che mostrano agli astanti tutto quello che sanno fare con le loro zannette e i trucioli di carta.
Prendere l’autobus anziché la navetta mi fa sentire “a casa”. L’1 passa anche qui nelle zone di lavoro operaio, quello che non c’è più, e la gente indossa abiti cinesi e stazzonati e si porta dietro l’ombra di un daffare ingombro e indolente insieme, un sopprapensiero quotidiano, un “festina lente” senza solennità ma dignitoso e ripiegato. Sono assetti che non vedi nel nord-est sgambettante su tacchi alti e petti alteri, e tantomeno a Milano. Non ha squillato nessun telefonino, su quest’1 di via Nizza, per tutta la mia mezzora (c’era molto traffico e i semafori tutti rossi).
Quel che ho visto di Torino finisce al Lingotto, davanti alle case degli ex-operai, ancora tutte architettura mediterranea, quella dei laminati d’alluminio con cui si chiudono a veranda i balconcini, per ripararsi dal freddo, ricavare un ripostiglio e pagare il condono, quella delle tettoie ondulate a coprire angoli fra due case e metter sotto la macchina. Una precarietà ormai stabilizzata, condonata, visibile sottotraccia, dietro i tendoni verdi alle finestre tutti stesi e appesi ai loro ganci di plastica, chè c’è un gran sole quasi estivo, oggi, in questo pezzo di Torino. Dove mi sento a casa - e più qui che in altri punti della città, che ho visto di sfuggita in anni passati, il paio di volte che mi ci sono avventurata per un tratto di pomeriggio, l’ho tutta da scoprire, ancora, Torino. Ma mi ci sento a casa, dicevo, perché Torino aveva gli operai, un tempo, e ha, ancora e sempre, un orizzonte.
Comunque, ho visto anche molti libri, a Torino. E anche qualche scrittore. Uno lo conoscevo, altri li ho riconosciuti da lontano (un trittico facile da indovinare è quello formato da uno con la faccia da contrabbandiere, uno con la faccia da frate penitente e uno con la faccia da contadino: stavano insieme, i tre, come il gatto la volpe e Pinocchio, una favola, insomma), di altri ne ho imparato il viso e la voce (quello che sembra un r-assicuratore, quello che sembra un poliziotto e, poi, Giorgio Pressburger, che non ha niente da nascondere), e a decine, certo, mi saranno passati accanto e io non ne ho saputo nulla perchè stavo mangiando un panino stretta alla mia borsina di tela gialla.
Solo sul treno del ritorno mi sono improvvisamente resa conto che sono andata in giro per Torino vestita di bianco e di nero ma nessuno, me compresa, ha dato segno di essersene accorto.

