31/05/2005

Intervallo

 

Questo blog  troppo serio  sta precipitando verso la tetraggine, come in effetti constatavo stamattina parlandone con le mie ciabatte. D’altronde, l’hai chiamato stupido, no?  rifletteva  il caffè nella tazza. 

 

Il brutto di non essere artisti,  filosofi o  sapienti è che l’umor nero, la malinconia, le paturnie,   te le  devi tenere e aspettare che passino perché non ce li hai i mezzi per trasformarle in una visione del mondo.  Al massimo  sfiati in tralice,  trasgredendo una regola grammaticale  al femminile plurale, se lo sai e non lo vuoi nascondere che  il tuo salotto è marròn  e il  cicìn-cicìn delle   scatolette di Limoges,  delle  pentoline di rame  appese in cucina   e dei calendari con le ricette regionali non ti consola.

 

di caracaterina at 19:07:49 11 Commenti

25/05/2005

20/05/2005

Vetrina in mostra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guardate. Guardate pure dentro.

 

di caracaterina at 18:21:11 15 Commenti

14/05/2005

Allitterazioni a perdere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Certo, potrei anche fare a meno di scrivere che la coazione a ripetere che mi spinge a leggere in giro le sparate di Giuseppe Genna ha molto a che fare col suono evocativo del suo nome.

Ma, tant'è. Anche non resistere è un risultato del tenere un blog.

 

 

 

di caracaterina at 15:02:16 5 Commenti

11/05/2005

Transformer post

 

Avrei voglia di evasioni. Mi si propongono sedute.

Questione di punti di fuga.

 

di caracaterina at 22:50:13 12 Commenti

10/05/2005

Occhio per occhio

 

Avrei voglia di visioni. Mi si prospettano vedute.

Questione di punti di vista.

 

di caracaterina at 23:53:03 7 Commenti

09/05/2005

Le gite del sabato: Torino

 

Quello che ho visto andando a Torino non c’entra  proprio con Torino ma con la percezione che si ha partendo da qui e salendo in treno, chè, se si parte da Genova,  la ferrovia non sembra arrivare in  Piemonte davvero finchè non si vede il Monviso nel cielo.  E tutto è vicino, il Monviso ed il cielo.  E’ così che  cominci a pensare alle Sacre  e ai  sabaudi un po’ folli  e  pensi di comprendere il vero perché della Mole.

A quello che ho visto scendendo a Torino, dal treno,  non volevo proprio credere. Quarant’anni dopo, erano ancora scatole di cartone legate con lo spago e tenute a mano da ometti meridionali un po’ anziani  e tarchiati.  Che il tempo non fosse passato invano lo segnavano le  facce tranquille e  le voci serene e pacate,  le Lonsdale  dei nipoti  più alti degli avi dalla spalla in su,  le donne fresche di parrucchiera di provincia.  E poi gli scavi della metro e  il cappuccino servito al suono di  una canzone colombiana  a me e a due slavi entrati nel caffè di Via Nizza, sotto i portici.  Ma sulla porta del negozio di animali sta una madamina  coi capelli alti  e cotonati, tutti grigi sopra il camice bianco e il filo di perle, come  forse ancora solo la nipote anziana di Rita Levi Montalcini. E il suo sguardo trapassa i due ragazzi magrebini che si sono fermati come me a guardare, sorridendo nei loro denti gialli, i cuccioli  di pechinese che  mostrano agli astanti tutto quello che sanno fare  con le loro zannette e i trucioli di carta.

Prendere l’autobus  anziché la navetta mi fa sentire “a casa”.  L’1 passa anche qui nelle zone di lavoro operaio, quello che non c’è più,  e la gente indossa abiti cinesi e stazzonati e  si porta dietro l’ombra di un daffare  ingombro e indolente insieme, un sopprapensiero quotidiano, un “festina lente” senza solennità ma dignitoso e ripiegato. Sono assetti che non vedi nel nord-est  sgambettante su tacchi alti e petti  alteri, e tantomeno a Milano. Non ha squillato nessun telefonino, su quest’1 di via Nizza, per  tutta la mia mezzora (c’era molto traffico e i semafori tutti rossi).

 

Quel che ho visto di Torino finisce al Lingotto, davanti alle case degli ex-operai, ancora tutte architettura mediterranea, quella dei laminati d’alluminio con cui si chiudono a veranda i balconcini,  per ripararsi dal freddo, ricavare un ripostiglio e pagare il condono, quella delle tettoie ondulate  a coprire angoli fra due case e metter sotto la macchina. Una precarietà ormai stabilizzata, condonata,  visibile sottotraccia, dietro i tendoni verdi alle finestre tutti stesi e appesi ai loro ganci di plastica, chè  c’è un gran sole quasi estivo, oggi, in questo pezzo di Torino.  Dove mi sento a casa  - e più qui che in altri  punti  della città, che ho visto di sfuggita in anni passati, il paio di volte che  mi ci sono avventurata per  un tratto di pomeriggio, l’ho tutta da scoprire, ancora, Torino.  Ma mi ci sento a casa, dicevo, perché Torino aveva gli operai, un tempo, e ha, ancora e sempre, un orizzonte.  

 

Comunque, ho visto anche molti libri, a Torino. E  anche qualche scrittore. Uno lo conoscevo,  altri li ho riconosciuti  da lontano (un trittico facile da indovinare è quello formato da uno con la faccia da contrabbandiere, uno con la faccia da frate penitente e uno con la faccia da contadino: stavano insieme, i tre, come il gatto la volpe e Pinocchio, una favola, insomma), di altri ne ho imparato il viso e la voce (quello che sembra un r-assicuratore, quello che sembra  un poliziotto e, poi, Giorgio Pressburger, che non ha niente da nascondere), e a decine, certo,  mi saranno passati accanto e io non ne ho saputo nulla perchè stavo mangiando un panino stretta alla mia borsina di tela gialla.

 

Solo sul treno del ritorno mi sono improvvisamente resa conto che sono andata in giro per Torino vestita di bianco e di nero ma nessuno, me compresa, ha dato segno di essersene accorto.

 

 

 

di caracaterina at 00:14:34 18 Commenti



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