24/09/2005

disperdersi nel vento con le rose

Nel vaso alto e stretto di vetro secca la rosa rossa portata a scuola il primo giorno, da un ex studente che ha finito la quinta nel luglio scorso: entrarono in tre, e uno era abbracciato ad un mazzo di tante rose quante sono state le sue insegnanti   (nell’armadio cambia la stagione: una blusa di voile nero, stampata a rose crema e a rose rosa, una maglietta di cotone bianco, stampata a rose arancio e salmone).  In un vaso basso e largo di vetro è secco il mazzo di roselline rosse di due anni giusti giusti oggi, o forse ieri   (una maglietta di maglia di lino turchese, dal colletto cucito, di voile,  con rosette turchesi applicate).  Alla macchinetta del caffè alle otto siamo in tre, tutte vestite di rosa, in nuances. Seduti davanti al  pc due colleghi  chiacchierano di  mozziconi di sigari macerati nell’acqua: se poi nebulizzi la soluzione sulle rose, muoiono gli afidi e i pidocchi. Bucce di banana  gettate a terra  davanti alle rose, un ottimo fertilizzante naturale  (un vestito di seta cruda, bianco avorio, stampato a rose  gialle, a rose caramello, a rose crema).  In giardino le rose rosa della vicina sono sempre più fiorite delle mie  (una giacca satinata stampata a rose crema, a rose nere, a rose argentate, una gonna  lunga e bruna, stampata a rose crema, a rose fucsia, a rose tortora).  Un bouquet di rose di stoffa nascosto dietro un vaso nell’entrata a veranda e giardino d’inverno: guarda, è pieno di polvere.

La mia panettiera ha una rosa tatuata sul polso destro, ma è una rosa dei venti.

 

di caracaterina at 12:17:19 17 Commenti

12/09/2005

Posta navale

Sono assolutamente sovrastata dai cavalloni oceanici di parole che vibrisse solleva ultimamente. Se penso che adesso ricomincia anche la lipperini, e poi, per affezione e creanza, si deve andare anche su NI 2, almeno ogni tanto, e da Genna, almeno ogni tanto e su altre riviste, almeno ogni tanto, e poi ci sono i blog, quelli degli amici e quelli dei "nemici", e poi ce ne sono decinaia e decinaia di altri da esplorare e poi... e poi...

Dice: chi te lo fa fare? stattene nel tuo angolino e strafottitene.

No, ora non più. Ora devo guardarmi in giro. E poi non ho scelto l'ascetismo e la monacalità.


Ma come si fa anche a leggere libri? E a lottare per quelli che pubblichi? E poi: a preparare lezioni, oltretutto finalizzate (alla lontana, ma tant'è, vogliamo dare ragione a Parente e al suo vomito?) a far leggere la gente? A creare i lettori (che poi i lettori sono anche acquirenti, certo, non sono solo quello ma sono anche quello, se no, noi che ci stiamo a fare?) di domani?


E come si fa ad amare, giocare col gatto, parlare alla vecchia famiglia e a quella nuova, vedere gli amici che non c'entrano un cazzo con tutto questo ma sono persone vive e calde e sonore che ti rendono la vita degna? Come si fa a uscire, adesso che c'è il sole? A stendere il bucato, che adesso c'è il sole?
Come si fa, eh?


Basta.
Non è vero. Mi sono momentaneamente sfogata ma non basta.


L'infanticidio su vibrisse. Dio mio: ma importa veramente a qualcuno?
A me sembra che sia horror pulp travestito da saggio filosofico. Una razionalizzazione (in senso freudiano) del morboso.
No. Non è così la rete che mi piace. Non è questo parlatoio-scannatoio-palcoscenitoio. Non è tutto questo rumore.
Non è questa la scrittura in rete che rende nudi e mette davvero davanti a se stessi, o fa entrare in se stessi.
Cos'è questo? E' il mondo, ma non il virtuale. E' una clonazione del mondo.

Ed è una normalizzazione della rete. Che invade e sommerge le energie da dedicare all'esplorazione della scrittura e di quella in rete in special modo.
La scrittura in rete che ho conosciuto io ha dato corpo ai desideri e ha trasformato la mia realtà in senso positivo.
Quella che sto bazzicando adesso - e che è l'amplificazione mostruosamente superfetata del secondo gradino che ho toccato - mi sta facendo annaspare, ingollare acqua salata, mi toglie le forze fino al punto che l'unica è fare il morto e galleggiare.
Ma a questo non ci sto.
Troverò una riva d'isola o continente, da cui riprendere il mare in acque più vitali.
Come quando il forum che mi diede del bene e del buono ma poi cominciò a puzzare d'acqua marcia e trovai il blog. E venne ancora il bene che ne venne.
La rete è viva e scrive insieme a noi.

Sai che ti dico?
Che quasi quasi metto questo sfogo sul blog.
Ciaù e baci.

di caracaterina at 18:36:04 33 Commenti

12/09/2005

Variazioni secondarie su strada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di caracaterina at 00:35:50 4 Commenti

09/09/2005

Midcult e jet-lag

 

Ultima scorribanda sui soliti siti prima di partire per Mantova. Sto con l'ombrello già aperto e la preoccupazione per la micia vecchina e viziata che dovrà cavarsela da sola all'aperto del giardino fra scroscio e scroscio, ma mi imbatto in una segnalazione di Davide L. Malesi a una richiesta di giuliomozzi.

La lascio  qui   per le meditazioni spero non troppo umidicce del finesettimana.

Si legge sempre ciò che serve nel momento che serve (che è quando non lo desideri)

di caracaterina at 09:52:43 Commenta:

02/09/2005

Nel nome della madre

“Anche lui ha aspettato settembre”, dice, per dire che lei lo sapeva e che sì,  non l’hai per niente delusa.  Perché è a settembre che qualcuno di noi nasce, qualcuno si sposa e molti dei nostri muoiono.

 

Lungo il filo della statale 12, Tramuschio  è  un amen di strada, il groppo più vicino alla casa dove a sera vedrò ciò che si deve. La casa è sul confine: dall’altro lato della strada cambiano la provincia e la regione e cambia del tutto l’accento con cui si parla il dialetto. A sud, a ovest e a nord, sono sempre quaranta i km che separano questo punto di mondo dal Mondo: Modena, Mantova e Verona. La casa “sta sotto” a Mantova. Nella chiesa di San Giovanni del Dosso, dove i miei si sono sposati, ci sarà il funerale.

 

E’ nel tempo della fiera di Tramuschio, l’ultima  fra tutte quelle dei dintorni, che i Canossa fanno succedere le cose. Dopo le barbabietole,  fra le pere e la vendemmia. Ecco, se un appunto ti si deve fare, è che non hai aspettato la vendemmia.  E che i carichi di pere non hanno ancora finito di partire.  Ma, a dirla tutta, hai scelto bene, anche stavolta, il tempo giusto. E’ quello, che in campagna bisogna sapere.

 

 

Questa foto ha quasi ottantanni.

Mio zio si chiamava Benito e  ne avrebbe compiuto ottantadue a Santa Lucia.

Lo riconosco.

La bimba bionda a destra  un giorno sarebbe diventata mia madre.

La riconosco.

La bruna a sinistra è la più grande, la più forte, la più agile. Vedova, sola, comunista. Si chiama Jone, e la riconosco.

La donna al centro è chiamata Rosina. Ha poco più di venticinque anni e un marito in America. La foto è per lui, che non dimentichi. Soprattutto che deve ritornare coi soldi che ha perso al gioco.

Riconosco a stento gli occhi e i capelli. E le spalle, direi. Si chiamava Zelinda, ma l’ho saputo molto avanti.

Il nonno appare sul retro, l’ho scoperto solo stasera,  quando, invece della data che credevo di ricordare, ho trovato la sua firma, che,  non so perché, non avevo mai visto. Non avevo mai visto neanche lui davvero (falso, è che non lo ricordo, vivo) fino a mezzora fa.

 

 Siamo tutti in Internet, adesso, ma, di noi, sono l’unica a saperlo.

 

 

 

 

di caracaterina at 00:16:33 17 Commenti



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