30/10/2005
Note a pie' di pagina
Sono ferma da giorni al grado zero della scrittura, quello che sotto ci sta per prima la telefonata (l'SMS no, sta appena sopra, zerovirgola), quello che è uguale alla chiacchierata a distanza, all'esposizione in vetrina senza tocco e senza indosso, quello che si ferma, e non risale, al piede dolente per il callo che tocca il terreno e lo copre appena, il piede, come un calzino compreso di buchi, quello che non lega, non passa e non crea ponti rivestiti ma solo passerelle da attraversare rischiando di bagnarsi calcagni e caviglie. Quello che non riveste la voce di Carlo Sini ascoltata ieri (una scoperta pari solo a quel poco che ho letto di lui, che a Genova non vende perchè non si trovano, qui, i suoi libri) nè ricopre la luce dei fiori d'oro che appaiono, imperiali e imperiosi come nuvole di bellezza, solo in questa estate dei morti, e che invece meriterebbero, anche da noi, un trono (fonderò, l'ho pensato, il MLCCC: Movimento di Liberazione dei Crisantemi dal Confino dei Camposanti).
Il grado zero, signori, si schiaccia i connotati sotto l'utile e il necessario, e lascia sole le ossa a scricchiolare nella pelle porosa e rugata, poi si siede a far colazione davanti al caffè e al giornale, pensa ai libri nuovamente comprati e in apparente disordine (che qualcosa vorrà pur dire se accanto alla tazzina da stamani stanno insieme Il godimento come fattore politico e le Figure del desiderio). Il grado zero, dipoi, insegue un sogno abbigliato da zingara, sposta i compiti, accarezza il gatto, apre la porta del suo blog-ripostiglio, infila due vecchi calzettoni antiscivolo e va in giardino, a togliere la muffa ai grappoli passiti e a trapiantare nella luce indiretta un vaso nuovo di crisantemi color zabaglione.
26/10/2005
Surplus
Una torna a casa schiacciata dalla giornata di lavoro e dalle borse della spesa e scopre che:
- sull'albero del melograno a cui tendevi eccetera eccetera stanno maturando le melegrane (e sul corbezzolo i corbezzoli)
- un'anosmica è stata premiata allo Sniffrodeo
- è apparso nel web un articolo arioso e spazioso su una nuova casa editrice, oh yeah
24/10/2005
Ianua technica, Ianua femina. Ianua futura
E' nata come una faccenda di donne, questa del Festival della Scienza a Genova. A leggere la formazione del comitato scientifico non sembrerebbe, a guardare quella del comitato organizzatore potrebbe forse sfuggire, visto che spesso la presidenza è un fatto onorario. Ma Manuela Arata non è lì per decoro ma perchè è l'autentica dea-ex-machina (ex cosa, sennò?) di questo gigantesco e felice ambaradan. Lei e le ricercatrici dell'Istituto Nazionale di Fisica della Materia, ovvero scienziate che se ne stanno nei laboratori mentre i bambini giocano nella nursery dell'Istituto. (Non si parlava forse di lavoro e di rapporti comunitari qui sotto?) Donne che si sono inventate un futuro di festa e conoscenza, proprio in faccia alla macchina da guerra del MIUR morattiano, intenzionato a chiudere l'Istituto di ricerca perchè bisogna pur risparmiare da qualche parte.
Anche a leggere il programma si avverte questa torsione al femminile, così attenta all'incontro e alla relazione. Non si vede nel numero di conferenze, di mostre, eventi, laboratori e chi più ne ha più ne metta, e nemmeno nel fatto che le sedi del festival siano disseminate per la città e nei sobborghi.
(C'è un laboratorio aperto anche in una scuola, quella più attiva in città: la mia)
Lo si vede nella qualità della proposta e nel suo orientamento che risponde a bisogni di bellezza, di gioco, di conoscenza, di partecipazione, di complessità e di praticità.
A guardarla in faccia, la Manuela, sembra che ti dica: “E' tutta quanta una faccenda di legami. Semplice, no?” Come un'antichissima attività di tessitura, come mettere insieme pranzo e cena, come far crescere una famiglia. Come la fisica della materia.
Se c'è una cosa che le donne sanno legare è il filo del tempo, perchè non si crea futuro se lo si spezza. E qui sarà pieno di futuro, per definizione.
So per esperienza quanto Genova sia tetragona agli entusiasmi, facile alla diffidenza, al maniman, forte di ironie e distacchi. Un popolo che ha cambiato monete e spacciato perline colorate per secoli negli empori dei sette mari non può che vivere nel disincanto. Le perle vere le nasconde e le tesaurizza nell'attesa, senza alcun bisogno di ostentarle da parvenu, senza l'insicurezza di chi deve dimostrare qualcosa. Genova la Superba? Da figlia adottiva, estranea eppure familiare, preferisco pensare a Genova la Saggia. Non fuori dal tempo, ma padrona del tempo e, perciò sempre così “inattuale”, messa di sbieco, a veleggiare di sponda, a evitare il beccheggio. Non (solo) per prudenza, ma per divergenza di pensiero.
Genova è un laboratorio storico a cielo aperto. Qui iniziano le cose buone e cattive del nostro piccolo mondo, uscendo dalla porta che è il nome di questa città. E se ne vanno a morire altrove, come le navi che tirano il rischio sulle rotte per i nuovi mondi, come il primo club tesserato di football, come il partito socialista italiano, come la prima grande fabbrica da guerra, come Fantozzi, come il terrorismo e la becera e violenta arroganza poliziesca. Qui nasce il domani con la sua ambiguità: guardate Genova se volete vedere a che gioco sta giocando il paese, qual è la posta e quali le carte. Genova non insabbia i conflitti, li mette in mare. Che porto sarebbe, sennò?
Ecco perchè un festival del futuro funziona ed entusiama persino i genovesi.
“Una sfilata di moda non avrebbe funzionato altrettanto bene, perchè non è in consonanza con la mentalità genovese. La scienza, invece, ha qualcosa del nostro carattere, è low-profile, concreta. E poi qui quasi in ogni famiglia c'è qualcuno che ha lavorato in Ansaldo o Fincantieri, che ha costruito navi, treni, turbine.” L'industria è morta, viva il patrimonio di conoscenze tecniche che ha lasciato in eredità. Così Manuela Arata, in un'intervista che si può leggere per intero qui.
22/10/2005
Lavorare stanca (diario imo)
Sto tentando un'IMPRESA disperata: rimettermi in pari con le letture di (alcuni) blog. Attirano la mia attenzione le questioni serie dove si parla del lavoro di scrittori ed editori e non sto a mettere i link perchè ho poco tempo e una connessione lenta.
Chiedo scusa prima di tutto a me stessa del fatto che questo blog ultimamente stia zitto, che non ci sia spazio nelle mie giornate per lo "scarto" che è la scrittura, a causa dell'ottimizzazione (irreale e irrealizzata - devo aggiungere: per fortuna?) a cui mi costringo. L'ottimizzazione è una strategia economica e con l'economicismo (non con l'economia) ho un rapporto conflittuale che non so risolvere. Proprio per ancorarmi a qualcosa di sotterraneo che mi induca a fermare un pensiero, un'idea, anzichè a immergermi costantemente in un'azione irriflessa, non rinuncio a copiare qui (e al diavolo l'ottimizzazione), paro paro, una citazione che Maurice Godelier riporta nella costruzione della voce Lavoro dell' Enciclopedia Einaudi:
"...l'antropologo Sahlins, cercando di definire gli aspetti dell'economia tribale [scrive]: - Il lavoro tribale è intermittente, sporadico, discontinuo, interrotto quando non è più necessario ... Il lavoro tribale non è un lavoro alienato dall'uomo stesso, separabile dal suo essere sociale e negoziabile in tante unità di forza-lavoro spersonalizzata. L'uomo lavora, produce nella sua qualità di persona sociale, di sposo e di padre, di fratello, di parente dello stesso lignaggio, di membro di un clan, di un villaggio ... Essere un lavoratore non è uno statuto in se stesso e il lavoro non è una categoria reale dell'economia tribale. In altri termini il lavoro è organizzato secondo rapporti non economici nel senso convenzionale del termine ... Esso è l'espressione di legami di parentela e di rapporti comunitari che gli preesistono. Esso è l'esercizio di tali rapporti. - [il riferimento bibliografico che metto per scrupolo anche se qui non siamo in ambiente accademico e non sarebbe necessario è: M.Sahlins, La prèmiere société d'abondance, in Les Temps Modernes, XXIV, n. 268, 1968] [...], testo che fa eco al seguente, estratto dai Grundrisse: - In tutte queste forme [comunitarie di società] ... il fine economico è la produzione di valori d'uso, la riproduzione dell'individuo nei rapporti determinati con la sua comunità, nei quali esso costituisce la base della comunità stessa. [Marx, 1857-58 ...]"
E' per liberarmi di un ossessivo ritorno e di una ridondanza rumorosa che trascrivo questo pezzo. Per segnarmi che. 1) viviamo in una realtà economicista che monetizza ogni respiro e che ha fatto del simbolico una fonte di capitale e a questo nemmeno i Wu Ming - per stare sul pezzo da cui è partito l'ultimo macinare di parole - si oppongono, nessuno può farlo perchè si tratta del sistema culturale che ha avvolto il pianeta; 2) nel contempo, e in contraddizione col primo punto, sia nei territori reali sia, ancora di più, in quelli virtuali, siamo immersi in e tendiamo sempre di più a sviluppare una rete di appartenenze in un certo senso tribali, che hanno delle caratteristiche opposte al totalitarismo economicista, siamo inseriti in comunità in cui, pur producendo, operando, "lavorando", non ci possiamo definire prima di tutto lavoratori; solo in queste comunità, IMO ha senso dichiarare, come fece Annatitled giorni fa, che il lavoro - di uno, di un gruppo, si sottintendeva - crea un mondo. Molte di queste comunità fanno delle proprie caratteristiche una forma di opposizione politica all'economicismo, elaborando strategie più o meno complesse e faticose di contrasto e di convenienza (nel senso di con-venire).
Si tratta di una prima contraddizione. Ma ce n'è un'altra (e non l'ultima).
Dal punto 1) deriva una realtà mortifera, eppure, l'affrancamento del lavoro dalla sua identificazione con rapporti di riproduzione comunitaria ha caratteristiche fondamentalmente positive, nella nostra idea di cultura: produce liberazione e apertura. Dal punto 2), apparentemente così lontano dall'idea dell'alienazione, così "liberatorio", derivano chiusure identitarie, atteggiamenti conservatori di senso, ma in realtà, conservatori di posizioni sociali (la propria posizione nel mondo).
Il mio operare, il mio lavorare, si dibatte tutto quanto dentro a queste contraddizioni. Non ci sto comoda, no.
E manca lo scarto.
13/10/2005
Senza titolo

Ieri sera, a Milano, è stato come avrei voluto che fosse: partecipato, informale, numeroso, amichevole, generoso. Leggermente sospeso a quel giusto filo di tensione a cui attacchiamo con le mollette di legno le storie a cui teniamo, le persone che ci piacciono, il presente che si rinnova, i futuri che non sappiamo. Grazie a tutti: a chi ha messo i cestini e il vaso di fiori, a chi ha speso i suoi sorrisi, la sua curiosità e pure i suoi euri, a chi ha divorato la pianura in auto, i marciapiedi nelle scarpe e le mozzarelline nella sala, a chi ha messo la sua voce nei cellulari e nell'aria mossa davanti agli schermi, a chi ha bevuto il vino e a chi ha aiutato a stappare le bottiglie, a chi ha scritto, in pixel e in carta, a chi ha letto, a chi leggerà.
10/10/2005
Partirà, col treno partirà
Domani, col dopolavoro ferroviario, si imbucherà nella galleria dei Giovi, sbucherà oltregiogo, dilagherà nella piana, sbuffando di noia (non di altro, si augura) varcherà la soglia centrale, andrà difilato a depositare il suo mezzo euro o all'incirca oltre la porta della toilette della stazione perchè anche la pisciatina è roba che si paga e mica se la possono permettere tutti quelli che se la fanno con Trenitalia, uscirà nel buio - è una sua fissazione, i posti senza il riflesso del mare o almeno dell'acqua di un fiume, le sembrano bui già nel primo pomeriggio e non fa eccezioni nemmeno con Milano l'illuminata -, si avvierà guardando in alto i nomi delle strade verso via Plinio ed entrerà, finalmente, al Metaverse di Zop, felice di esserci, alla festa. Già lo sente, che si commuoverà, pensando che è passato solo un anno dal primo incontro. E poco più di due mesi dal primo film.
Ma adesso non è ancora commossa, solo agitata. Pensa che deve andare a prenotare il biglietto di andata e ritorno e che allo sportello non le chiederanno più, come una volta, "Carrozza fumatori o non fumatori?" ma "Vagone con cimici e zecche o senza?"
07/10/2005
Con 24000 bitps
Tanti -2000 più 2000 meno - restano e resistono. Scorrono, sfrigolanti e precari, nelle vene, tutte di plastica e di metallo, della connessione casalinga.
Forse la faccenda dipende da un topo di campagna, forse da uno di città.
Certo forte è il sospetto che Telecom sia il nome di un'antica divinità ctonia (oppure uranica, anche) e che 187 sia una setta esoterica ed impenetrabile che ne coltiva malignamente il culto, sollecitando offerte e preghiere alle porte di un invisibile tempio. Connèttiti e sarai salvo.
Rimpiango senza remissione gli omini dei fili e dei mammuth. E intanto passa la voglia di scrivere, dato che con un pc disconnesso e un portatile remoto non resta molto da fare. Qualche lettera, qualche lettura. Un post che si svita, ammosciandosi.
... giruo giruo tuon-do ... ca-sca'l ... muon-do
