28/02/2006
Sottoscritta protesta
Pare che siamo almeno in due a lamentarci. Ringrazio Cubanite e trascrivo.
Cara DADA, Ti scrivo!
Nel lontano agosto 2003 di ritorno da un mese di vacanza a Cuba decisi di creare questo blog. Ero un fedele ed assiduo fruitore dei forum di Clarence, quindi mi sembrò naturale scegliere questa piattaforma per i miei deliri cubani. Allora Clarence usava come programma/editor Moveble Type, una delle più diffuse ed affidabili piattaforme. Per postare erano necessarie vaghe conoscenze dei principali TAG html, il sottoscritto, che non è mai stato un esperto riusciva a portare avanti il suo gioco. Allora la baracca era ancora in parte in Mano a Gianluca Neri, uno dei fondatori. Dopo qualche mese i nuovi proprietari decisero di passare a un'altra piattaforma Alarblog, che dopo mostruosi problemi iniziali si è rivelata funzionale e soprattutto facilissima da usare, cambiare carattere, colore inserire immagini era a prova di imbranati. Era stato creato un help blog a disposizione degli utenti e le cose tutto sommato funzionavano.
Questa settimana colpo di scena. Sparite la pagina editor dei blog di Clarence e Supereva (i blog avevano doppio indirizzo) chi tenta di postare un nuovo articolo viene proiettato in una strana pagina di Dada. Tutto è cambiato, poco funziona e non esiste uno straccio di help. Anzi c'è un help blog , che purtroppo è tristemente vuoto. Temo che neppure i tecnici di DADA sappiano come postare nuovi articoli :-D
Ovviamente sui siti di Clarence e Supereva non si accenna al cambio e nessuno ha avuto il buon gusto di inviare una mail ai tanti titolari del blog. Una Falta de respecto che più che indignarmi mi meraviglia. Impossibile modificare il TEMPLATE, impossibile gestire i commenti ed eliminare lo spam nei vecchi messaggi (a meno di lunghe e laboriose ricerche). Insomma è un disastro.
Mi chiedo a che pro? Si vogliono chiudere i blog gratuiti per vendere i servizi di Register? OK, mettetemi tutto il blog su un dominio di primo livello e datemi la possibilità di gestirlo facilmente e vi pago volentieri.
Basta saperlo, con informazioni chiare e corrette, come un fedele cliente si aspetterebbe.
Con poca stima, almeno per ora, vi saluto
Marco Gargiullo (Cubanite)
aptudeit di aprile: è passato del tempo ma ora funziona quasi tutto. ben così
28/02/2006
Evidenza
Niente segni da vedere interpretare lasciare. Liberazione. Dai margini dai simulacri dal discutibile.
Come acqua che si richiude al passaggio della barca.
Dice: vorrei andare a zappare la terra e smetterla di essere un'antenna.
Succede bene, alle volte. Altro che storie.
"Ciò che è proprio dell'evidenza, lo sappiamo, è di essere indiscutibile"
(F. Jullien, Il saggio è senza idee)
17/02/2006
Haka Ka Mate
Oggi è un giorno senza mitezza. Da spellarsi le mani e sputare i polmoni. Un giorno di voglie da taglio. Un giorno da fatevi sotto! Un giorno per difendere i mandorli in fiore e le tortore a bagno nella pozzanghera della stradina. Un giorno per farla pagare. Un giorno che non mi toccate! Un giorno per liberare reni e risate dopo aver fatto a pugni. Un giorno da cosce e tamburi.
13/02/2006
Riflessioni di un palombaro [3]
La rivoluzione webbica non l'ha voluta il popolo eppure è accaduta. Come non fu il popolo a volere la rivoluzione industriale in Inghilterra che pure accadde, trasformando i luoghi e i tempi del mondo. E creando, ciò che qui mi interessa scrivere con una penna ancora gocciolante, nuovi soggetti storici e attivi. Anche la globalizzazione sta facendo la stessa cosa e molti se ne rammaricano. Perchè la globalizzazione non l'ha voluta il popolo. Ma la globalizzazione non ci sarebbe stata senza la rivoluzione webbica ed è quest'ultima che ha trasformato il lavoro ma soprattutto i suoi luoghi. E i suoi tempi. Cosa ovvia e risaputa, dice, persino trita e ormai logorata. Già usurata nel significato prima ancora di averne avuto uno. Ma la rivoluzione webbica ha digià creato nuovi soggetti?
Quanto ci sentiamo “nuovi soggetti storici” noi che viviamo molta della nostra vita delle nostre relazioni e del nostro tempo nel web? Quanto siamo disposti a trasformare in vita activa questa nostra partecipazione attiva alla rete? Quanto siamo disposti a trasformarla in lavoro?
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A me sembra che si viva ancora in una sorta di schizofrenia, qui, da noi. Si continua a esistere e a parolare come se web e lavoro fossero due sistemi separati che si incontrano soltanto là dove il denaro li fa incrociare su strade che vanno, però, verso il fuori materiale, mentre in rete, nel virtuale, starebbe per lo più ciò che è l'intangibile. In altra parola ciò che è tabù. Ma l'intangibile, oltre ad essere tabuizzato come selvaggio, incivile, primordiale, originario e indifferenziato - perciò ir-regolare, fuori dalle regole, trasgressivo e da nascondere – (certe idee fisse sono convinzioni comode e i convegni danno loro autorevolezza) nella sua ambivalenza o totivalenza ha anche il suo senso sacro di non-profano, ovvero di puro, intoccato, virginale. Ma sempre e comunque, se è messo così, l'intangibile è il non-soggetto. Ciò che non inciampa sul limitare della storia. Ma che perciò non conta (perchè non sa contare, né fare i conti con se stesso e i propri confini).
Questa divaricazione sembra riguardare, soprattutto il lavoro intellettuale, soprattutto nell'area italiana e soprattutto e in particolare quello di carattere letterario-editoriale che, in sostanza è ancora ritenuto – anche da chi opera a lungo nella rete – come qualcosa che si fa fuori dalla rete e che, nella rete, va a pescare per lo più clienti e materiali di risulta, qualche residuo utilizzabile del vecchio mondo o qualche nuovo organismo embrionale che si è formato su questo terreno alluvionale e di riporto prodotto dal fiume delle nuove tecnologie. Un terreno che è considerato una specie di nuova Costa dei barbari, tutta da colonizzare.
La natura della contrapposizione ben nota nella nostra parte del web fra scrittori titolati e bloggers o fra bloggers e giornalisti passa tutta attraverso la discriminante del lavoro. Che forse non renderà liberi ma soggetti storici, in effetti, sì.
E, invece, un po' barbara e “primitiva”, e arcaica e indifferenziata e programmaticamente “fancazzista” davvero gran parte della gente che scrive in rete lo è. E spesso ci tiene pure a mantenersi tale e quale un “buon selvaggio”.
Salvo offendersi un po' se poi qualche colonialista bianco glielo ricorda, qual è il posto o il ruolo che i grandi gli assegnano, al blogger. Oppure salvo rimettersi giacca e cravatta – e stivali, ma di marca e magari di latex – e rimbalzare fuori dalla rete, a far le cose serie, mica bubbole e cotillons da seratina wild-and-play davanti al monitor. Senza nulla togliere ai colonialisti dei loro demeriti e del loro cinismo, direi che è il caso di, come si diceva alle assemblee di un tempo andato, “prendere coscienza”. Del fatto che la blogosfera, ad esempio, non è più "terra coloniale" ma sta avviandosi all'autonomia e che può, massì dài, “dare l'assalto al cielo”. Se si organizza e si mette a "lavorare", però. A elaborare. Se storicizza i giochini postmodernisti e, pur giocandoli per lusum, li lascia al loro tempo (cinque o sei lustri fa,si diceva) e si riaggancia al proprio, di tempo.
In fondo è proprio questo invito, quanto sta dietro alla critica, sentita da molti come riduttiva e castrante, di quel vecchio marxista del maestro Sanguineti di passaggio curioso a InEdita. Lui che sempre e ancora, a settantacinque anni, è in cerca di qualcuno che abbia idea sul Che fare? “dopo”. Lui che ancora e sempre è in ascolto delle voci di chi potrebbe sembrare un soggetto storico nuovo. Poche balle! signori, scappa forte, dopo il silenzio, a una palombaro che viene adesso adesso dal mare degli oggetti e che del poeta ha sentito le lezioni in anni di rivoluzione. Edoardo Sanguineti le avute le parole per il tempo suo, per il secolo scorso. Ed è in questo aderire al proprio tempo che ne risiede la portanza e l'importanza.
Ora è il caso che il popolo che sta dentro alla rete, che si trova così a suo agio in questo mondo nuovo, faccia la propria, di svolta linguistica e operativa. E che lo ridisegni, il Laborintus, dopo averlo attraversato, senza permanerci ancora come se fosse , invece, il castello incantato del Luna Park. Non c'è più bisogno di consolarsi nel buio dei cunicoli di cartapesta elettronica dell'accecamento del giorno. La nuttata è passata.
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La nuova giornata della rete e dei soggetti blogganti è cominciata a InEdita, lì alla foce del Bisagno. In un posto che fino a quarant'anni fa non c'era. Perchè lì c'era il mare e basta, prima del lavoro.
Se InEdita è stato un incontro tanto soddisfacente per tutti quelli che, abituati a scrivere/si in rete, lì si sono ritrovati credo che sia perchè è stata un'operazione immersa nel lavoro. Quello di chi l'ha organizzato e che non sto neppure a citare perchè tutti le abbiamo conosciute e le abbiamo doverosamente e felicemente omaggiate, ma soprattutto il lavoro che abbiamo davanti e dentro. E che non ci è sembrato tale perchè non era, finalmente, un fare alienato.
Il fatto di incontrarsi fisicamente è stato un contarsi, un chiamarsi reciproco (la Sala Chiamata del porto è un luogo storico e poco distante da lì) e il trovare una dimensione operativa. E' stato un discrimine fra l'alienazione e la vita activa. Fra lo sbalordimento stuporoso di naufraghi sopravvissuti e inermi e l'abbozzo di una dimensione da cantiere di linguaggi e temi. Un cantiere pieno di parole-gru che hanno il basamento piantato sott'acqua e che, piano a piano, stanno sollevandosi sopra la sua superficie, visibili da ogni punto della città planetaria.
(finalmente: Fine)
(la foto del gatto lupesco presso lo stand credo sia di giocatore, la maglia gialla che si intravede è certamente di pproserpina, lo stand è presidiato a dovere da fainberg)
13/02/2006
Riflessioni di un palombaro [2]
Venticinque anni fa, mentre nelle strade erano appena saltati il porfido, l'asfalto e il piombo, nelle gallerie del treno si erano arrotati corpi ed erano esplosi vagoni, nelle fabbriche si erano smantellate catene e svuotati reparti, nei porti i ganci arranfavano l'aria e sfilacciavano gomene, nel palazzo si congiuravano lettere, assegni, segreti tabulati, omissis interni e omicidi, mentre le migliori menti della nazione si erano sgolate su una spiaggia e si annacquavano il sangue nell'età e nella cosmoagonia, venticinque anni fa, le lingue e le mani di chi stava guardando passare la rivoluzione, quella vera, quella che trasforma il tempo, lo spazio e la materia, tentavano (a tentoni) un novum organum, cercavano di inventare altri alfabeti che governassero il dopo, il terzo millennio e un secondo millenarismo. Gli intellettuali, gli scrittori italiani non avevavo ancora finito di raccontare il cambiamento che le coordinate ad Arcetri saltavano digià e senza che nessuno avvisasse per tempo. Eravamo tutti arrivati ultimi alla modernità e già sbarcava in aiuto del nuovo, venuto da fuori, come sempre in Italia, da cinquecento anni in qua, il postmodernismo.
Dopo aver superato l'Atlantico e conquistato Orleans e Notre-Dame, un postmodernismo ormai licenziato a suo tempo sui banchi di prova, ha dunque pervaso coloro che erano ragazzi di scuola negli anni Ottanta e poi nei primi Novanta, - lo so perchè c'ero, da questa stessa parte della cattedra in cui mi trovo oggi, imbarcata già allora su un titanic inconsapevole. Studenti studiosi e minorenni si preparavano a un tipo di lavoro appena conosciuto dai padri, sapendo già che, invece, avrebbero trovato tutt'altro, e si formavano veloci e frastagliati, ritorti man mano fra Italia1, P2 e Rai3, nel pastiche non cercato e nel nonsense non riflettuto, nel dato di fatto dei fatti scomparsi e dei dati truccati. Non potevano far altro che succhiare la crosta speziata – senza gustare la ben diversa e sostanziale polpa – di echi e calvini, sfiorando - senza poterli ovviamente toccare - materiali immaginari e respirando, leggeri come polveri sottili, strutturalismi e formalismi, insieme ai primi balbettii dei nuovi codici informatici e alle biblioteche babeliche, cieche e argentine. Travolti da ingovernabili turbini di alfabetieri, da uno tsunami di lessicografie frantumate, fra i trenta e i quaranta sono finiti naufraghi su una costa silicea di pixel e conchiglie spezzate, di sezioni auree superflue e superstiti, di mescolanze di lettere e voci. E di lavori flessibili come sartie spezzate, in una pletora di progetti senza una progettualità, di contatti senza solidità né solidarietà, di contratti senza potere. La nave della lingua sensata si era inabissata, si erano spezzati gli alberi maestri ed erano morti i maestri d'ascia e ciò che è rimasto, ancora - ed è ora che se ne faccia qualcosa - sono rimasugli di segni da ricombinare in estenuanti elencazioni apocrife di parole-cloni.
*****
Chiudo la porta stagna e rientro a respirare senza rumore e a bocca liberata. Muovo le dita senza guanti e scrivo. Di noi. Che siamo qui, e in molti casi non più solo a immaginarci. Molti blogganti, lo si vede, lo si sente, lo si legge, vengono da là, da allora, da quel naufragio rivoluzionario che, però, non è il naufragio della rivoluzione ma, semmai, la sua vittoria. Perchè: cos'altro è, la rivoluzione, se non un travolgere antichi bastioni e bastimenti, uno scompigliare classi e sintassi, un frantumare tavole della legge e rovesciare capi e capocce, un rovinare di modi e di mondi di dire e di fare, un'iconoclastia che non fa piazza pulita ma che la inonda, la piazza, di resti e divisioni, un tracimare che, rifluendo, lascia detriti inutilizzabili e da riutilizzare?
Che fare? non è una domanda che governi la rivoluzione quanto piuttosto un problema che accompagna il “dopo”, la ricostruzione del cosmo. Lavorare. Penso dico e scrivo. Ecco che fare. Riprendere il legame con la realtà che ha dimensioni materiali di spazio e di tempo, forse purtroppo forse per fortuna. E riprenderlo da qui, questo contatto, da questa costiera apparentemente immateriale e immaterica, decostruita e ingombra, piena di vuoti carsici e di forme fantastiche. Eppure anche qui si può avere un progetto, e non solo una proiezione, si possono conoscere e riconoscere i materiali da costruzione, col-legare insieme le risorse e riorganizzarle.
Il Codex Seraphinianus, dicevo, e un N.1 di una rivista del 1982. E l'organizzazione del fare. “Fabbricazione” sta scritto nel colophon di questo conservato FMR, che presenta al mondo tangibile del cambiamento il testo calviniano, e che è una rivista fatta consapevolmente di segni già (o ancora) sensati perchè sensoriali, ovvero oggettuali e perciò capaci di nuotare senza affogare nel mare dell'oggettività. Sotto il titoletto evocativo del lavoro è stampata una parte di quelli che oggi si dicono “credits” e che recita così :
“Questo primo numero è stato stampato a cinque colori presso le Arti Grafiche Amilcare Pizzi a Cinisello Balsamo e rilegato con filo di refe dalla Legatoria Padana a Cologno M. I testi sono stati composti in caratteri bodoniani dalla CPF Novitype. Gli impianti offset sono stati eseguiti dalla Fotoincisione Bassoli. La carta, patinata lucida da 115 grammi, è stata allestita dalle Cartiere Donzelli.”
Non ho mai più trovato in un prodotto editoriale, in un oggetto considerato come frutto di un lavoro intellettuale (mentale? spirituale? iperuranico?) una tale attenzione e un tale rispetto per il lavoro materiale. Franco Maria Ricci aveva ben chiaro, a rivoluzione già avviata, che non si danno cambiamento - né bellezza come virtù civica né forma - senza riguardo per la materia concreta e per l'opera. E che non c'è scrittura né segno che ne possa prescindere, pena il naufragio e la stasi stuporosa. E che l'insignificanza è un inganno dell'indifferenza e dell'indifferenziato. E che non c'è alcuna necessità nel nulla e neppure nel cosmo ma che allora, tanto vale scegliere il secondo. E costruirlo con la serietà di chi ama quel che fa. Perchè si è quel che si fa.
*****
(continua -2)
13/02/2006
Riflessioni di un palombaro [1]
Per vari giorni mi ha invaso l'afasia e ho respirato subacquea col boccaglio della memoria, immersa in un liquido salino nutritivo e impedente come nutritiva e impedente era la muta da palombaro che mi rivestiva. Ero salita e discesa, prima, lungo il canale del vento dell'Ovest - dove scorrono acque di neve e di schiuma saracena, e voci occitaniche, celtibere e magrebine, ed echi di sartie e di campanacci, e aromi di formaggi e di olive, e si trasportano sale e lamiere, vetro e caucciù, nocciolati e carta e piombo - come se fossi chiusa dentro al tubo di un caleidoscopio gigante, lungo tre ore, sette giorni e nove secoli, da Torino alla Foce del Bisagno, dove il mare mi ha trattenuta sul fondale.
E quel che conta è che è stato tutto lavoro. Come è lavoro armare una nave, lastricare un sentiero, costruire una casa, disincagliare un'ancora, giocare a ore con un delfino da vetrina. Come è lavoro fare un libro, organizzare una fiera, aprire le olimpiadi, fabbricare un carro di carnevale, allestire una mostra, analizzare provette, far uscire una rivista, preparare la farinata per la gente che passa per strada. E dopo le voci del lavoro, - lo sciabordio delle acque contro lo scafo, lo sferragliare su rotaie in galleria, il ticchettio di passi comuni sui lastroni e delle dita sulle tastiere, il grollio del respiro con le bolle, l'attrito sonoro del sale e del ghiaccio sui pneumatici - le pause del silenzio.
*****
Ho risciacquato lo scafandro, risistemato gli attrezzi e ripulito il cantiere, l'officina, il capannone, la cartiera. Ho chiuso per un po' per fare l'inventario. Parola fertile e policroma, ordinata ed esplorativa del cosmo essenziale in cui ciascuno si ritrova ad abitare.
E sempre ho ritrovato la vita activa, la consorteria del lavoro, l'organizzazione del fare. Anche là dove non sembra, anche a partire dal Codex Seraphinianus, ad esempio.
In questi giorni di bombole, sfiatatoi e riordino, infatti, ho ripercorso il corridoio che avevo lasciato deserto del magazzino quotidiano e, dalla pagina di Repubblica del 5 febbraio, in cui Pino Corrias presentava l'Enciclopedia dell'altro mondo di Luigi Serafini, sono risalita al primo numero di FMR, del 1982, frutto di una collezione interrotta di primi numeri di riviste. C'era Italo Calvino, allora, a decifrare proprio l'Orbis Pictus di quel giovane architetto, enciclopedista del potenziale: astrazione, metamorfosi, teratologia, macchine folli, codici e universi di segni differenziali. Una rigorosa gratuità in cui “L'anatomico e il meccanico si scambiano le loro morfologie: braccia umane, anziché in una mano, finiscono in un martello o in una tenaglia; gambe si reggono non su piedi ma su ruote. [...] In altre tavole vediamo come a distendere gli arcobaleni in cielo è una specie d'elicottero, il quale può disegnarli nella classica forma a semicerchio ma anche a nodo, a zigzag, a spirale, a stillicidio. Dalla fusoliera a forma di nuvola di quest'apparecchio, pendono, appesi a fili, tanti di quei corpuscoli policromi. Un equivalente meccanico del pulviscolo iridescente sospeso nell'aria? Oppure degli ami per pescare i colori?”
Leggevo, mentre ripulivo il vetro della maschera ottica, e pensavo: venticinque anni fa, con questo linguaggio in fondo ancora del tutto debitore all'Ottocento e ai primi del Novecento, da prima o, meglio, da seconda rivoluzione industriale, negli anni '70 e '80 del XX secolo si andava dunque elaborando in parole opere omissioni e segni il distacco tra un vecchio modus operandi e travagliandi e laborandi, fatto di corpi che faticano alla pressa e sudano nero accanto agli altiforni o sotto l'acqua ad ancorare cementi, e un nuovo mondo, allora ancora solo ipotizzato sulla base di indizi, ancora di là da venire, e che adesso è qui, ed è questo nostro, cyberumano e virtuale, dove il lavoro ha forme chimeriche e sfuggenti, sia nella pratica che nella grammatica, sia nell'operare che nell'esito oggettuale.
*****
(continua)
07/02/2006
Prati marini, gallerie e vecchi castelli

Sottosopra, come un subacqueo che non ha ancora esaurito le fasi di decompressione, pinno e inspiro, espiro e pinno. Mi imbatto in naufragi di navi sommerse, in scheletri di capitani e di vecchi castelli di prua. Guardo fra i varchi di roccia del fondale e, in retrovertigo, trovo iridescenze di squame e inaspettati prati marini di madamemelampira :
E pensavo inacidita....se facciamo finta che qui non è un diario...Che quello che scrivo è tutto completamente inventato.Vi piace di più?Se vi dico che una linea editoriale c'è, e ve la spiego...cambia qualcosa?Lo scrivevo sul treno, al buio.Ho scoperto di saper scrivere al buio.Ho scoperto anche altro sul treno.Tipo che quando parti e quando torni non sei più uguale a prima.Un pò come quando scrivi un post.
