26/03/2006
Assunzione di contiguità
Mi stanno capitando dentro e intorno tante cose che mi affaticano, che pongono domande, a volte implicite e comunque sentite, al mio senso di responsabilità. E’come se mi trovassi in una camera del suono, in un enorme macchinario di Tesla destinato a intercettare le risonanze: schiocchi, scoppiettii, fruscii di crepe di schiuse - e di scollamenti -, inudibili schianti di attese e ronzii di macchine vibranti mi raggiungono insieme e mi chiedono conto. Ho da de-scriverli e mai de- fu per me, più di ora, particella che esprime origine e provenienza. Via d’uscita.
Per età, sono arrivata al punto di confluenza fra la mia storia personale e la Storia di questa mia parte di mondo. Sono nata a metà degli anni Cinquanta e inevitabile è la necessità di usare tutti e tre i nostri verbi servili, le tre porte del servizio civile, per reggere l’infinito di esistere e di dire “Io so”. E’ pure primavera, adesso, e ne abbiamo tanta voglia. C’è una casa a cui aprire le finestre perché esalino via i tanfi, c’è da uscire in fronte a una svolta, c’è un’esplorazione da
continuare, e ci stanno traghetti da prendere e da guidare, costruzioni da innalzare su una riva di naufragi ingombra di utilizzabili e reinventabili resti.
C’è una Storia da raccontare per riacchiappare il corso del tempo
Questa sterminata massa di adolescenza occidentale,che si estende nella terra del tramonto dai 14 ai 56 anni, in cui il primo amore si ritrova clonato ogni 5 anni e il primo infarto, più che addolorare, stupisce, come fosse un’acne precoce, questo delirio d’inarginata possibilità senza potenza e perciò in preda ai poteri sfatti e ai misfatti richiama all’appello la mia coscienza e la mia precaria esistenza.
Delle molte linee spezzate di testimonianza, del garbuglio di fili in cui l’esistenza mi si avvolge e si svolge, scelgo. Oggi è la traccia editoriale che indico, richiamando per altri versi, qui e adesso, il discorso che Fainberg ha aperto là e allora, e do conto nel modo seguente di tanti discorsi, commenti, confronti che noi tre intrecciamo di là, nel retrobottega della nostra vetrina, intanto che correggiamo le bozze, facciamo telefonate, scegliamo titoli, organizziamo incontri a mazzi di tre. E do conto di un libro e di un lavoro. Letteratura grigia, anche questa, ovvero superficie specchiante, immagini riflesse di contiguità e di figure che abbiamo alle spalle. Il libro che sto leggendo contiene i carteggi fra Neri Pozza e quattro dei “suoi” scrittori e celebra i sessant’anni della casa editrice. Il titolo consiste in un’espressione tratta da un giro di frase, fra l’altro polemica, presente in una lettera di Neri Pozza a Parise, Saranno idee d’arte e di poesia. “… che fanno pochi soldi, ma sono le sole capaci di sedurmi e interessarmi. Il resto, per me, è buio e vanità. Ciao, mi dispiace”
A pagina 12 sta scritto: “Neri non era un editore passivo, che basava il suo lavoro selezionando i manoscritti in arrivo. Aveva già in mente per suo conto dei libri che pensava mancassero, e li proponeva agli autori che gli sembravano i più adatti a scriverli. Se avesse potuto li avrebbe scritti tutti lui di suo pugno” Il libro si apre con il carteggio Pozza-Buzzati. Un altro mondo, sì. Un mondo possibile.
20 marzo 1950
Caro Buzzati,
grazie della Sua lettera. Non si preoccupi della vendibilità del volume, piuttosto che venga un bel volume, intendo un volume necessario alla Sua storia di scrittore.
Se sarà necessario, se avrà questa sua esigenza, si venderà; non vi è dubbio. Per questo mi affido completamente a Lei, in senso ideale. Appena è avanti col lavoro mi avverta. E non dimentichi che ho fretta di cominciare. Dunque ci si metta subito. Io verrò a Milano quando lei mi avvertirà. E leggeremo qualche brano. E le darò del denaro.
Va bene? Resto dunque in attesa di Sue notizie. Con amicizia
Neri Pozza
26 aprile 1950
Caro Buzzati,
anche i nuovi pezzi vanno bene. Soltanto voglio dire che non sono “storie” – e questo dico solo per riferirmi al titolo da Lei proposto – ossia che non sono tutte “storie”. Molte – entro nel merito del carattere – sono meditazioni, riflessioni, pensieri di un poeta. Col titolo vada dunque cauto, per non incappare proprio nell’errore che Lei vede nei titoli che sono truffe. (…) E’ mio perfetto convincimento che il libro che Lei mi sta preparando è un libro serio, vivo, necessario alla sua storia di scrittore. (…) Senza questi frammenti, - andando avanti nel suo lavoro – i lettori non capiranno mai che sotto il suo mondo di fantasia v’è un mondo morale serio e compatto.(…)
Suo Neri Pozza
18/03/2006
Ah, nonono, io non ci arrivo
Ad assottigliare le fibre delle parole, a dislocare i piani del discorso, a rovesciare le prospettive, a tener testa agli slittamenti.
Fammi sedere sopra un sofà, al massimo scostami la gonna. Dammi caffè e sigarette. Inquadrami. Ancorami. Ancora.
16/03/2006
11/03/2006
sulla sinistra il levante sulla destra il ponente
L'anno in cui passò la cometa di Halley, ricordo che sui giornali era tutto un gran parlare dell'evento eccezionale. Vi rimanevo del tutto indifferente. Così fu una bella sorpresa quando la incontrai, la cometa. Che era lì davanti me ne accorsi per caso. Mi ero fermata con l'auto all'imbocco della stradina breve che porta a casa mia per compiere le consuete operazioni: abbassare i finestrini e tirare in dentro gli specchietti retrovisori, per non rischiare di strisciarli mentre passo fra i due muri che chiudono i possedimenti altrui (c'è un punto in cui la larghezza massima è un metro e 82). Insomma son lì ferma e seduta che armeggio a sinistra quando, mentre mi stendo col busto e col braccio verso destra, lei, impositiva, intercetta il mio sguardo irriflesso e io la vedo, piantata lì, nel mezzo del soffitto basso di quel corridoio di stradina un po' di campagna. Non ho potuto fare a meno di provare la sensazione che fosse lì per me. Lo so che è puerile ma è stato così. Un'epifania. Appunto.
Mi ha tenuto compagnia nelle sere seguenti e la guardavo da dentro casa, dalla porta-finestra orientata proprio in direzione del cancello d'entrata. Restava lì, a nord-ovest, in testa alla sommità del cancello, amicale a distanza. Poi, come si sa, se ne andò per sempre. Il "mio" sempre, almeno.
Questo piccolo incontro mi è tornato alla mente stamattina, mentre riguardavo il catalogo di una mostra che nel '99 Laura Guglielmi organizzò su Calvino e che lei ricordava nel Secolo XIX di ieri, nelle pagine che il giornale dedicava all'itinerario della prossima Milano-Sanremo. Dal fondo dell'opaco io scrivo: Massimo Quaini, nel suo intervento in catalogo, si dedicava a commentare proprio il racconto "filosofico" che si conclude così, in cui Calvino descrive il golfo di Sanremo in un saggio sull'arte dell'orientamento:
" E' chiaro che per descrivere la forma del mondo la prima cosa è fissare in quale posizione mi trovo, non dico il posto ma il modo in cui mi trovo orientato ... in quanto ogni orientamento comincia per me da quell'orientamento iniziale, che implica sempre l'avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni".
D'un tratto, leggendo, sento che anch'io così vedo le cose del mondo, al punto che, se nella mia bussola qualcosa cambia, se ad esempio incontro una cometa a nord-ovest, oppure se vedo il sole che tramonta in mezzo al mare invece che dietro i monti del confine, mi sorprendono e mi mettono sottosopra l'imprevisto, il rovesciamento e l'estraneità. Il che mi fa sempre un gran bene.
Ma l'orientamento abituale è invece sempre un tutt'uno con la percezione della mia identità - convenzionale e precaria. Tutto quello che faccio e che tocco e il come mi muovo e il dove vado implica comunque e di necessità che io abbia il sud in faccia, davanti a me. E che a sud ci sia il mare e, oltre il mare, la Corsica e la Sardegna e, poi, ancora il mare, e i continenti, e che si possa svoltare di qua e di là ma sempre seguendo precise linee di rotta e tangenza. Liquida e netta è la visione del futuro, dell'aprirsi al lontano ed al nuovo. A sud sta per me il futuro del mondo e lo zenit del mezzogiorno, da luogo ideale si trasforma in momento, quello della partenza. (Fra parentesi: è così che mi sento adesso, allo zenit, nel mezzo del cammin. Chiusa parentesi)
Perfettamente dietro di me sta il nord, il mio passato, la mia origine e provenienza, senza questo cardine nulla sarebbe di quello che è. La stella polare, che ebbe per qualche giorno la scorta laterale e divergente della cometa, compagna viaggiante.
L'est e l'ovest sono gli estremi della mia oscillazione orizzontale, il solco del pendolo da mane a sera, il segno del mio passaggio da un terreno sempre ricoltivato con un daffare mattutino e rigovernante a un confine di terre e montagne che scoscendono di là e ogni giorno rivalicate in un'andata e ritorno da frontaliere.
In questo sistema di percezioni orientanti in cui sono stata catapultata è innestata e fa il suo lavoro opaco la forma del mio corpo. Perchè non è mica la stessa cosa se il cervello rielabora le percezioni che gli arrivano da un paio d'occhi anzichè da uno solo, da occhi miopi piuttosto che ipermetropi, da occhi piantati ad un'altezza dal suolo di un metro e trenta piuttosto che di uno e settanta. La visione del mondo cambia, eccome, a seconda della dimensione del proprio corpo e dello spazio che occupa.
Quando mi trovo in qualche città del Nord Europa, per esempio, avverto sempre un piccolo choc percettivo nel vedermi in mezzo alle donne germaniche perchè mi stupisce di trovarmi improvvisamente piccola e pure un po' minuta, io che sono abituata a vedere la sommità delle capigliature delle altre e ad abbracciarne le ossa. E le scarpe nei negozi? Mi si sorprende sempre lo sguardo ficcato nelle vetrine troppo piene: da noi in vetrina sta la grazia piccina del numero 35 e non l'ingombro del numero piccolo tedesco, che è il 39.
E l'apertura di compasso delle gambe nella camminata? E il tipo di terreno su cui si punta il compasso? L'asfalto, la roccia, il terreno molliccio, il pedale della frizione, la collina, la pianura, la creuza, l'impiantito del centro commerciale. I tacchi alti e i tacchi bassi: le ballerine, gli anfibi, l'infradito il mocassino.
Nella scrittura si sente il ritmo della camminata che fa cambiare la respirazione nella cassa toracica e la sintassi della frase. E' uno dei criteri su cui si può esercitare il discrimine fra una scrittura "autentica" ed una fasulla e indifferente. Il passo della scrittura. Il punto di vista e la distanza. L'orientamento del testo. I capoversi. La lingua. Il colore. Quello del cielo a seconda del meteo, della stagione e della posizione di chi guarda e si muove rispetto al sole.
Questo pezzo l'ho scritto a mano, al tavolo di cucina, su fogliacci impilati accanto al catalogo aperto alla pagina che m'ha fatto venire in mente di scrivere mentre non avevo ancora finito di leggere l'articolo di Quaini, responsabile di questa deriva. Mi sono trovata molto meglio così che se mi fossi alzata, fossi andata nell'altra stanza al pc, avessi acceso, aspettato le icone sul desktop, aperto un foglio di word e, finalmente, cominciato. Se anche avessi scritto le stesse cose e addirittura con lo stesso filo di parole (impossibile: per la posizione delle mani, degli occhi, per lo strumento della penna che "ara" il terreno mentre i tasti fanno schizzare le lettere come una pioggia) non avrei resistito a internet e sarei fuggita via dall'orientamento abituale del corpo. Solo una cosa sarebbe stata uguale: il tavolo di cucina e la scrivania del pc stanno entarmbi davanti a una finestra che guarda il mare. Scrivo sempre col sud in faccia.
10/03/2006
Appunti sopra tre parole
1. Assedio
Lì sotto – sotto, sotto – sta l’incipit di un libro che ho iniziato senza portarlo avanti, come capita. Lo riprenderò, prima o poi. Sono stata presa da un altro, I tamburi della pioggia, di Ismail Kadarè. Un acquisto d’impulso in un autogrill. Coincidenza ha voluto che abbia abbandonato uno scrittore turco che racconta una vicenda contemporanea per uno albanese che narra di un assedio dell’esercito ottomano alla fortezza di Kruja a metà del XV secolo. Una resistenza leggendaria, condotta nel nome che corre di bocca in bocca dell’eroe albanese Giorgio Castriota, una lotta che qui è solo agli inizi e che durerà venticinque anni. Il fuoco narrativo è quasi integralmente posto sull’esercito turco, sterminato e proliferante. Il discorso degli assediati è ridotto a una serie di intermezzi fra capitolo e capitolo. Poche pagine di sommari brevi e sintetici, di osservazioni sospese fra la paura e la determinazione. Tanta è la ricchezza retorica profusa a scandagliare la vita nel campo ottomano, a cominciare dall’elencazione delle truppe come in ogni primo canto epico che si rispetti, soprattutto se bagnato da acque che si riversano nell’Adriatico, tante le voci che, anche solo per lo spazio di qualche minuto, si sollevano o si abbassano a mormorare fra le tende e le palizzate, quanto senza soggetto e senza nome è questo noi-narrante che stila poche righe di cronaca, un resoconto essenziale redatto per lo più con frasi semplici nella sintassi, strette intorno ad un fuoco semantico di speranza e di tenacia senza alternative :" Siamo pronti alla battaglia. Ogni giorno che sorge può esser quello dell’attacco. Di tanto in tanto, stanchi di sorvegliare il campo turco, alziamo gli occhi verso i monti dove i nostri bambini e i nostri vecchi hanno cercato rifugio. Giorgio Castriota vigila da questa o quella gola. Aspetta l’occasione per colpirli di sorpresa. Lo farà in un momento propizio. Per ora, tutto sembra tranquillo e si direbbe che questo grande esercito e le sue guerre non ci riguardano, che la nostra cittadella e il campo degli Ottomani si sono trovati per caso affiancati su questa pianura inclinata. Questa calma è mendace. La guerra è alle porte."
E’ di un assedio che sto parlando. La resistenza ha di suo poche parole e tanta attenzione. La sorveglianza alle porte è strettissima e continua. All’interno l’organizzazione è necessaria e lo scoramento una possibilità costante. La realtà ottura i pori e taglia i condotti dell’acqua.
2. Distanza
Oggi ho riletto come fu che, ad Azincourt, 6000 contadini inglesi armati di archi lunghi due metri distrussero l’esercito francese di 30000 uomini, la metà dei quali erano nobili e potentissimi cavalieri catafratti.
Prove balistiche contemporanee, effettuate dai soliti centri di ricerca anglosassoni, sempre molto disponibili nel finanziare studi ad effetto fra lo storico ed il militare, hanno accertato che una freccia lanciata da un arco siffatto perforava con conseguenze letali la corazza di ferro di un cavaliere alla distanza di 80 metri.
Ho nostalgia di uno spostamento in traghetto. Di una nave che si stacchi dalla banchina e che si allontani fino ad un’equa distanza. Mi piace che la banchina appartenga al porto di una città che conosco. Mi piace vedere come fino alla diga foranea, centinaia di metri più in fuori dalla linea di costa, la città si scopra quasi intera e come si rivelino i rapporti e le proporzioni fra le case, le montagne, le fabbriche e i quartieri. Appaiono finalmente evidenti le relazioni e i loro piani. Mi piace farci di nuovo conoscenza, con questa città, e poi riconoscerla e sapere dov’è casa mia, (anche se non la vedo so in quali direzione guardare, quali i punti di riferimento). Mi piace che il punto di vista, così ampio e lucido, sia orizzontale e che sia in movimento. Anche se il mio tempo di assunzione dura non più di mezz’ora è bello godere dell’evidenza della storia e dei suoi strati e del cambiamento e della curiosità, da quell’equa distanza.
3. Lingua
Ismail Kadarè è un altro di quelli che non scrivono nella loro lingua madre. Io lo leggo in una lingua che non è quella in cui lui scrive. Una traduzione continua garantisce l’espandersi della voce e ne è la condizione necessaria. Mi tornano in gola le versioni dal latino. Tradunt. Dicono, tramandano. E tramandando, traducono. Reggono l’accusativo e l’infinito. Una costruzione, un oggetto, un abbandono. Una rinuncia al soggetto.
Nella discussione sulla lingua degli scrittori che riecheggia qua dentro, scopro che i discorsi più interessanti vengono da chi, se ho letto giusto su google, non solo vive spesso fuori da questo suo paese ma, inoltre, è nato in un territorio italiano di confine, dove distanza e vicinanza si scambiano continuamente senso, direzione e lingua. Traduzione è convivenza.
Allontanarsi dalla propria lingua, dalla pressione della quotidianità traducendo quest’ultima in parole, non cedere all’assedio babelico di gog e magog, divenire leggeri, liberarsi per necessità di vita, scoccare frecce a distanza.
08/03/2006
on n'est pas seulement de mimosas
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... sebbene, in certi giorni, il mondo sembri un freezer
04/03/2006
Life in construction
Le parole inseguono sempre e non arrivano mai, corrono di lato e intorno, galleggianti e spezzate. Sciatteria è la loro cifra e disordine il ritmo # La precocità dei fiori del vecchio albicocco mi preoccupa. Non è ancora il tempo e già svolazzano nell’aria oggi bigia. Ci son stati momenti, ieri, in cui stavo quasi per sentirmi dentro il suono di un pensiero compiuto. Ma c’è un’eccitazione precoce nel tempo, una voglia di costruzione ancora frenata da stagioni gelate. Nella testa tengo l’elenco delle telefonate da fare, dal muratore alla libreria. Ma aspetto. Un lungo giro è compiuto, una rivoluzione è passata e tutto è di nuovo da fare # Mi stupisce contenta questo cambio di stagione in cui tutto è sparito ma siamo ancora sempre vivi. Si diceva di noi due, ieri, che non sono neppure sei anni, e di come in tutto lo spaesamento, e nello sradicamento, il tuo, non ci sia traccia di estraneità né di disordine. E anche nel corpo è passato il trambusto, con lo spavento che pare finito. Sopra il tetto di casa, lato nord, cresce il muschio come deve. Il cemento della stradina è da rifare, tutto pieno di crepe com’è. Potrebbe essere la volta che lo lastrico pure e faccio curare tutte quante le infiltrazioni. Dovrei anche fare i raggi e l’ECG sotto sforzo, che sia quel che sia. A scuola è avvenuto un naufragio, lentamente la vecchia carcassa del traghetto del tempo si è fracassata, ma è così tanto il rumore e così lento il tempo, se lo dividi in istanti e li moltiplichi per dieci anni, che tanti e poi tanti non se ne sono resi conto. E conto, perciò, non ne rendono # Ci son stati discorsi, ieri, e discussioni, e voti. Abbiamo vinto un futuro sconosciuto. Dichiarava M., sincopando le frasi, che siamo in una terra di nessuno, in attesa di aprile, e suggeriva di stare fermi. Così ci sparano da entrambe le parti, pensavo. E guardavo. La meglio gioventù di C. e di G., le loro spalle curve, i loro baffi grigi e la loro vogliapaura di vecchi conflitti in un tempo di marzo che ha trent’anni di più. Mani alzate solo e sempre in un No rassicurante e mesto # E’ primavera, lo credono le piante e il prato è tutto violette che si moltiplicano da dicembre e che adesso, già pure un po’ sfiorite, si dividono il tappeto con l’estensione dei nontiscordardimé # Sui giornali ci stanno guerre minuscole, in apparenza, come pulci sui gatti. E ho pensato anch’io, sul momento, che è meglio badare ai gatti che muoiono piuttosto che alle loro pulci. Invece no. Perché Omero, chiunque lui fosse, proveniva da una cacca di mosca in mezzo al mare eppure guarda, cos’è diventato. E Derek Walcott, lui pure. Mi son chiesta cos’è tutto questo fracasso intorno alle mura di Iliòn già più volte combuste. E’ la solita storia, ho capito. Quella che vorrebbe Tersite spernacchiato e battuto sul tergo gobbo, mentre i prenci in lotta si dividon le spoglie. Ma un lungo giro è compiuto e una rivoluzione è passata. E ieri ho votato ed ho vinto un futuro sconosciuto. Scusate, parole, se è poco.
