21/04/2006
Dal paese di Bengodi
Che poi da ultimo c’è stata un’inventiva linguistica, tutta quanta popolare e bertoldesca, completa di sghignazzi e fuochi d’artificio, cacasennati più in alto quanto più si avvicinava la fine della fiera.
Tutto una taratatà scintillante di parole nuove, grosse grasse e risonanti di un’onomatopea strapaesana, che ce la dovremo ricordare una sparata così idiomatica e folenga.
Tutto d’un botto abbiamo sbattuto l’epiglottide nel caimano croccante e nei coglioni di marzapane, ascoltato il sibilo lungo e striato di bengala dei pizzini e, da ultimo, il trìcchete-tràcchete di tzagarolo,nel gran finale dei fuochi d’artificio, esplodere in chisse-l’immaginava-che-stàerreciessediventava: ‘na tomba.
E’ la lingua del popolo, bellezza: camaleontica, puntuta, avida di prede significanti, eternamente memore della fame.
17/04/2006
Ich bin ein Kommunist. Ovvero: del blocco del narratore
In un commento all’interessante articolo di Andrea Inglese in Nazione Indiana, postato anche in Vibrisse, Mozzi lamenta che politici e cultura della sinistra non sappiano porsi davvero il problema fondamentale di come contribuire a “cambiare storia”. E questa sua osservazione converge con quelle di Inglese là dove quest’ultimo si chiede se la sinistra abbia un “sogno, un progetto alternativo”. La sinistra, scrive Inglese, “dovrebbe osare. Osare nell’idea e nel progetto. Aprire laboratori e cantieri non di marketing politico, ma d’osservazione creativa, (…) la sinistra dovrebbe ascoltare. Ascoltare chi l’ha votata prima di tutto. E chi l’ha votata dovrebbe ascoltarsi, a sua volta.”
1. Uff, quante storie! Quante palle!
Ora, la faccenda della “storia” da narrare è davvero fondamentale. Infatti, alla luce dei risultati elettorali, anche solo leggendo i commenti agli articoli che pongono il problema, nelle voci dei pochi ma agguerriti elettori della destra che hanno partecipato al confronto colpisce l’assoluta disponibilità a credere nelle “storie” narrate da Berlusconi & c. e l’impermeabilità all’ascolto di altre storie. Qui poco importa che la parola “storie” sia equiparabile, per l’una o l’altra parte, alla parola “palle”. Quello che è interessante considerare è la valenza della parola in termini di narratività e di potenza rappresentativa di sé, della propria “storia”. Effettivamente, in questo senso, le “storie” della destra hanno un’enorme efficacia narrativa, tale da determinare un peso così considerevole da impressionare gli elettori di sinistra relativamente all’esito del voto e renderli tutti preoccupati. E questo perché il B., più che un grande comunicatore secondo un’accezione tecnica, è un grande affabulatore, un creatore di nessi, ovvero di trame (in tutti i sensi!) quindi di motori desiderativi. E’ così potente in questo campo da averci pure regalato un pezzo anche della nostra storia, a noi della sinistra: siamo diventati personaggi che si chiamano “coglioni”.Perché lui riesce ad affabulare e la politica e la cultura di sinistra no? Perché lui valorizza il suo interlocutore, il destinatario della sua narrazione. Come in ogni racconto che colpisce l’immaginario la valorizzazione del destinatario passa attraverso lo sdoganamento della sovversività della memoria, cioè di tracce che appartengono al ventre popolare. Nei casi berlusconoidi si tratta, prima di tutto, del culto della roba che ha radici storiche e sociologiche nella povertà da detestare e da cui fuggire e nella volgarità dei gesti e del corpo. Aspetti che pensavamo, essendo passati in Italia mediamente dall’asino al jet nello spazio di una generazione, che non dovessero avere più posto. Che pensiamo che non dovrebbero avere più posto. E va bene. Ma quali tracce sdogana, invece, la cultura di sinistra? Quali esperienze popolari, corporali, profondamente intrise di desiderio, ovvero della commistione di paura-speranza, riconosce e sa raccontare? Noi, popolo della sinistra, anche qui, dopo aver sollecitato le “storie” di interlocutori di destra, la loro rappresentazione dei nessi e del senso (ma perché hai votato il berlusca, cazzo?) perdiamo la pazienza quando scopriamo che la trama del racconto degli elettori di dx non è la stessa di quelli della sn, che “la storia” di quelli di dx non coincide con la “storia” di quelli di sn, che non coincidono i linguaggi, le grammatiche. In alcuni momenti sembrava quasi che certi commenti agli articoli in NI e vibrisse chiedessero accoratamente: ma perché non ci racconti, tu, destrorso, una storia che anche noi di sinistra possiamo capire? In una lingua che anche noi di sinistra possiamo capire? Le due categorie di “storie” sembrano proprio non aver nessun punto in comune. E’ possibile che non ce l’abbiano proprio, o quasi. Ma questo, mi pare, non è mica un problema così grave. Le “storie” da sempre sono in conflitto e “vince” la più efficace. E non è certo detto che vinca pulito, anzi.
2. Quel coglione di Montalbano sono
Le destre possono pure continuare a raccontarsela, la loro “storia”, non serve che la cambino. Mi sembra più importante, invece, che siano le sinistre a saper costruire una mitopoiesi più efficace, tale da trasformare un sogno in progetto per un numero maggiore di popolazione. La potenza della “storia” delle destre qui in Italia è ovvio che dipenda certamente dalla forza mediatica di B. padrone delle tivvù e, perciò, organizzatore e distributore di un linguaggio mitopoietico che non ha rivali da noi e che è andato a confermare un cinismo, o un familismo amorale secondo un’altra celebre descrizione, che viene da lontano, da prima del cambiamento epocale rilevato da Pasolini, deriva da Franza o Spagna purchè se magna. Ha ragione chi si incazza con lo strapotere televisivo berlusconiano e, in fondo, non conta mica sapere, anche se può essere interessante rilevarlo con i mezzi della statistica, quanto incide la tivvù sul voto. Basta soffermarsi a considerare praticamente, nell’esperienza quotidiana di ciascuno, quanto incide sulla mentalità, sulla forza autorappresentativa, sul linguaggio di cui la maggior parte degli italiani dispone per raccontarsi la propria storia. Anche (purtroppo?) nei blog. Ma, se fossero le sinistre a disporre della TV, ovvero del più potente rapsodo che ci sia, quale sarebbero le “storie” che avrebbero da raccontare? Come si autorappresenterebbero? 3. Un altro Vladimir, uno vecchio
Una “storia” che fa presa deve rispondere a due ordini di requisiti, quelli relazionali, come ho già detto, e quelli narratologici. A proposito di questi ultimi torna utile riprendere quelli elaborati a partire dall’individuazione della struttura della fiaba illustrata da Vladimir Propp e, a seguire dagli strutturalisti: 1) una situazione iniziale, 2) un’azione complicante che spesso corrispondente a un lutto, una perdita, un abbandono, 3) una serie di peripezie avventurose contro nemici e ostacoli per conquistare l’oggetto del desiderio, 4) la situazione finale, che nelle fiabe è a lieto fine, in altri tipi di narrazione mica sempre, anzi. Tuttavia, già richiamare questo schema “fiabesco” alla cultura di sinistra fa senso assai. Questa tipologia di narrazione, nelle discussioni “colte” la si rigetta. Anche se funziona e stringi stringi è la struttura-tipo. E così facendo la cultura di sinistra si guadagna i galloni di fighetta impopolare e dal nasino arricciato. Ma si caccia dalla porta qualcosa che poi rientra dalla finestra sotto forma di sintomo (dal successo del Signore degli anelli a quello di Faletti, dall’epica dei duelli mediatici al melodramma popolare delle peripezie per “conquistare” la vittoria elettorale, vissuta e raccontata con una sofferenza enfatizzata ed estenuante). Il fatto è che la sinistra non è in grado di raccontare questo tipo di “storia”, di risvegliare un’esperienza di sé e la scoperta-riconoscimento-ricognizione di cose che in fondo sono lì, sotto gli occhi di tutti. A meno che non si tratti di affrontare il genere noir, e, nella comunicazione politica, la denuncia. La sinistra racconta una storia “contro” e non sa narrare diffusamente “per” qualcuno. E incappa nell’accusa di lagnosità e poi di autoreferenzialità, di intellettualismo, di noiosa professoralità cattedratica. Oppure scimmiotta il e si appropria del linguaggio berlusconoide, della comicità finto-libera e mediasetizzata, in cui resta la lagnosità ma, almeno, è divertente e fa spettacolo. Il più delle volte è piacevolmente salottiera oppure diventa ideologicamente comiziesca ovvero popolare, viscerale, borborigmica, efficace, ma assai spesso priva di contenuti progettuali praticabili. 4. Selim vince. Chi era questo Selim?
Il fatto è che, oggi come oggi, alla “storia” della sinistra mancano la fase 1) e la fase 2) dello schema affabulatorio. La situazione iniziale e l’azione complicante sono andate perdute. Sono finite sotto le macerie del muro di Berlino, alla fine del secolo breve scorso e, per l’Italia, i resti di quel crollo sono stati polverizzati da Tangentopoli. E poi dalla rivoluzione telematica e dalla globalizzazione. Il nostro attuale centro-sinistra si vergogna a morte della sua situazione iniziale, del suo passato: i comunisti? Diabolus! I socialisti? Deo Mammone! I democristiani? Belzebù! E nessuno riesce a dire credibilmente Ich bin ein Kommunist. Pare che non ci sia più abbastanza gente che abbia una memoria da liberare con orgoglio. Si dice anche che, inoltre, non ci sia più nessuno interessato ad ascoltarle, quelle situazioni iniziali della storia. Delle storie. Perché la situazione iniziale è qualcosa di lontanissimo dalle coscienze contemporanee, anche della massa dei votanti del centrosinistra: sta nella Resistenza e nella creazione della Costituzione. Reperti archeologici minacciati dal degrado totale e difesi con scarsissima incisività dai politici e dalla cultura, sia nella prassi che nella teoria, ovvero nel linguaggio. (Ma non è vero. Altro sintomo: si guardi al successo dei grandi vecchi, di quelli che c’erano, continuamente invitati ovunque, senza parlare del malcelato desiderio che Ciampi rifaccia il presidente, alla sua età). E merita un plauso, a questo proposito il libretto di Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo. In più: si dice che l’azione complicante non sia percepita come tale e che, anzi, si costituisca nelle coscienze come situazione iniziale essa stessa (in fondo, perché no? l’omologazione consumistica di cui parlava Pasolini corrisponde indubbiamente a un enorme miglioramento del tenore di vita in Italia, all’entrata del nostro paese nel concerto dei ricchi). In definitiva, in questo vuoto della “storia” (ma anche della Storia?) si sono inseriti con forza e sempre maggiore pervasività le “storie” della destre. Fino al punto da venirci a raccontare che bravi ragazzi fossero i miliziani di Salò. Che altra storia può raccontare di se stesso, allora, il popolo delle sinistre, della propria vita e delle proprie perdite con tanto di peripezie per conquistare l’oggetto del desiderio? Scoprire e mettere insieme questo racconto, come dice Inglese, “ascoltare”, è qualcosa che darebbe forza alla sinistra, intesa in senso lato. Mi viene in mente un altro libretto, quello di tre grandi vecchi, Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, Il silenzio dei comunisti. Mi viene in mente il bisogno di testimoniare che ha spinto all’autobiografia un’anziana Rossana Rossanda. Ma a questo punto bisogna dirlo: narrazioni vecchie. Narrazioni, racconti, non “storie” vecchie. Perché adesso e qui il problema diventa anche (anche?) di linguaggio, diventa quello di trovare un linguaggio contemporaneo attraverso cui sia possibile non vergognarsi più del proprio passato. Un linguaggio attraverso il quale la coscienza storica recuperi qualcosa di significativo di cui andare fieri, un passatopresente che si fa patrimonio e strumento per la comprensione di se stessi. Senza guardare nello specchietto retrovisore del passato non si fa nessun sorpasso. E connesso al problema del linguaggio sta quello della forza affabulatoria della generazione dei padri. Si fa spesso riferimento ai nonni, dicevo, ai grandi vecchi che “c’erano”. Mancano assai i padri e le madri. E credo che tocchi a loro (cioè a quelli come me) raccontare la storia degli anni Sessanta-Settanta per poter ripartire e proiettarsi nel futuro. Credo che i trentenni di oggi (e a maggior ragione i ventenni e i giovani che verranno) abbiano diritto a sapere da dove e come sono nati, senza miti, senza pudori ma anche senza timidezze rispetto a conflitti e passioni, e che la storia dei loro genitori non sia tutta alla Tafazzi. Ma perché la mia generazione possa produrre una storia deve essere consapevole di un aspetto fondamentale e terribile: che c’è un lutto da elaborare, che Selim “è venuto a mancare”.
Attraverso i media di cui le sinistre già dispongono quali sono le “storie” che raccontano? E con quale linguaggio le raccontano? E a chi? Come si raccontano le sinistre nella storiografia, nella fiction, nei discorsi quotidiani, nel web? A questo proposito mi viene in mente che, fra le icone popolari dell’ultimo decennio, l’unica che possa dirsi prodotta dalla cultura di sinistra (ad eccezione dei personaggi comici) ma che sia stata capace di corrispondere ad un immaginario assai più vasto è il commissario Montalbano. Che un po’ coglione lo è ma che i coglioni ce li ha pure. Perché, a questo proposito, il popolo di sinistra si è appropriato di questo epiteto e non di quello, altrettanto affabulatorio, di “comunista”? In fondo, per come lo usa B., si poteva anche fare. Come Kennedy si era chiamato berlinese. Come possiamo dirci tutti ebrei o tutti clandestini in varie circostanze storiche, politiche e sociali.
13/04/2006
Le figlie degli operai
Come ti vestirai, Sabina, per il tuo primo giorno a palazzo? Lo so che non è questa la domanda giusta da farti e che la mia frivolezza forse al tuo palato ha il sapore di una santanchè ma non me ne viene altra se penso a una festa. Sbaglio anche adesso, credo. Per te è un servizio, una testimonianza (e sappi che non scrivo affatto leggermente questa parola così gravida, così tragica), un impegno di lavoro. E forse proprio per questo sarà deludente, sedersi fra quei banchi. Tu magari credi che proprio il tuo voto farà sempre la differenza e invece scoprirai tradimenti, pianisti, pizzini, chiacchiere e distintivi. Lo sai già, lo sai bene. Lo sappiamo. Ma viverla, l’esperienza, è differente. E questo, fra noi due, fra noi tutti, lo puoi sapere solo tu.
E rimpiangerai la palestra di scuola e la salita di Oregina, persino i collegi dei docenti, rimpiangerai.
O, invece, a palazzo sarà proprio quell’inconcludenza, quell’ammuina senatoriale, saranno quei compromessi, quelle voci di corridoio e le scampanellate del presidente che ti faranno alzare in piedi e domandare la parola finché non sentirai scandire: Sabina Rossa chiede di intervenire. Ne ha facoltà!
(Sono un delegato dell’Officina Centrale, prendo la parola per la prima volta anche perché i monopolizzatori del microfono lasciano ben poco spazio agli altri delegati. Anche se dopo lunghi comizi, magari ripetendo le stesse cose, con toni di voce diversa sollecitano coloro che intervengono raramente. ... Dopo questa premessa vorrei dire due parole sull’Officina. Nell’Officina l’applicazione delle 40 ore è una realtà e il lavoro straordinario è veramente eccezionale e comunque è controllato dai delegati. Per gli organici il problema è più complicato , tuttavia, da quando funzionano i delegati, l’organico si è sviluppato notevolmente. Anzi, probabilmente caso unico, da quando, durante le lotte, la Direzione aveva chiuso le assunzioni, in Officina è stato assunto un alesatore)
(Qui inizia e qui finisce probabilmente, la mia carriera di sindacalista – dice. Poi si schermisce: - Avrei voluto rimanerne fuori … ma mi hanno messo alle strette, dicono che parlare solo non basta! E allora sin dal primo giorno sono partito all’attacco. Tanto per tre o quattro anni non possono buttarmi fuori!) [***]
Come attaccherai, Sabina, tu, quasi la più giovane eletta al Senato, l’ultima arrivata, la figlia di un operaio? Come voterai? E cosa firmerai, con quel nome da anni Sessanta e quel cognome così impegnativo?
La prima volta che ti sentii nominare fu dalla madre dello studente con cui stavo allora. Tutta gente del CAI, che andava in montagna con tuo padre e che pensò subito a te, in quella giornata d’inverno che durava da dieci anni e che per te fu la più fredda. Tu il mio nome non lo hai sentito mai, e, lo so, è una pura sciocchezza chiederti di nuovo come ti vestirai ma, sai, è anche il mio corpo quello che tu ti porterai addosso quando entrerai a palazzo, ed entrando con te penso che vorrei essere elegante, con un tailleur rosso, ad esempio. Ma forse il tutto è poco discreto.
(Siamo stati la prima settimana di febbraio a Canazei. Ho fatto delle discrete fotografie e dei bellissimi giri in sci con alcuni amici dell’Italsider. Sabina ha imparato a scendere a spazzaneve. Spero proprio nel prossimo anno di portarla con me in montagna.)[***]
Insomma, adesso te lo chiedo bruscamente, senza manfrine: quando schiaccerai quei pulsanti pensa alle mie mani come tuo padre alzava la mano pensando a quella del mio, a quell’uomo più anziano, confuso in mezzo agli altri undicimila che vivevano nello stabilimento.
Mio padre quasi in pensione, io con qualche anno più di te, non siamo venuti in piazza, il 27 gennaio 1979, sotto tutta quella pioggia. Non stavamo fra quei duecentocinquantamila ma ci siamo fermati ciascuno dove eravamo, come si fermò tutta la città, e guardammo la televisione la sera. Guardammo il diluvio, la piazza, Pertini, Lama, Berlinguer, perché tuo padre non avremmo mai più potuto guardarlo.
Dopo qualche mese, mi iscrissi al CAI.
(Ricordo la manifestazione dei metalmeccanici a Roma del 2 dicembre del 1977, nemmeno dieci mesi dopo l’assalto degli autonomi all’Università. Come gruppo Italsider siamo assegnati alla vigilanza del palco dove, anche stavolta, parla Luciano Lama. Alla fine del comizio, quando i più sono già sulla via del ritorno, gli autonomi ci aggrediscono con nutriti lanci di pietre grosse così. Mentre molti si riparano in modo scomposto, mi colpisce il fatto che Guido rimanga fermo, quasi immobile. “Ma non hai avuto paura?” gli chiedo più tardi quando siamo già sul treno che ci riporta a casa.
“Se perdessi la testa quando c’è pericolo non avrei mai fatto un passo in montagna”, risponde.) [***]
Terza nella lista dei DS al Senato, quando sarà il tempo (e il tempo verrà, oh, eccome verrà!) entrerà a Palazzo Madama, per la circoscrizione ligure dove ancora non sono state trovate schede nei cassonetti, Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, operaio figlio di operai, alpinista, iscritto al PCI, sindacalista CGIL, che le Brigate Rosse, nella persona di Riccardo Dura, uccisero a sangue freddo alle 6.40 della mattina del 24 gennaio 1979, mentre stava mettendo in moto la sua auto per andare allo “stabilimento”. Aveva scoperto Francesco Berardi mentre distribuiva di nascosto volantini BR in fabbrica e testimoniato al processo. Berardi fu condannato a quattro anni e, prima di uccidersi nel carcere di Cuneo, raccontò particolari sulla colonna genovese delle BR tali da incastrare prima di tutto Enrico Fenzi, che era stato mio stimato docente di letteratura italiana all’università e che, nello sgomento generale di noi studenti e sciocchi “fiancheggiatori”, confessò di aver partecipato al gruppo di fuoco che aveva gambizzato il dirigente Ansaldo Carlo Castellano nel 1977.
La mattina in cui morì suo padre, Sabina, sedicenne, si preparò come al solito per andare a scuola, uscì dal portone nella fretta insonnolita del ritardo e, andando a prendere l’autobus, passò accanto all’auto parcheggiata in strada in cui suo padre stava riverso appena ammazzato. L’angelo dell’adolescenza fece in modo che non si accorgesse di nulla.
11/04/2006
L'ulivo e il carciofo
Li ho comprati, i carciofi, per una volta non alla coop ma al mercato di piazza. Ero in fila dietro a una donna che chiedeva se i broccoli erano nostrani, le pere erano dolci, e che di ogni cassetta di mele, cinque o sei qualità diverse, ha interrogato il verduraio dal colore di lampada su proprietà organolettiche e gastronomiche. Della zucca che ha comprato sapeva che veniva dall’Australia, perché lì c’ha i suoi parenti e lo sa che là c’è l’autunno adesso. Per chi avrà votato la signora coi parenti in Australia? Per chi avrà votato il verduraio?
In fila com’ero ho avuto modo a lungo di guardare la fruttivendola, la buona tinta nera dei suoi pochi capelli accrocchiati con studio parrucchiere, il nero elegante del maglione, del gilet di piumino, delle calze nere 50 den, della minigonna leopardata. La sua figura palestrata, i suoi gesti veloci e accurati, i guanti bianchi in lattice da chirurgo con cui pescava le basane, ossia le fave. Per due pomodori cuore di bue e due carciofi di Albenga mi ha fatto pagare cinque euro senza scontrino. Per chi avrà votato la fruttivendola?
Al mercato ci sono andata mentre aspettavo l’ora dell’autobus. Salire a piedi fino a casa mi avrebbe fatto bene, facendo attenzione al sacchetto coi carciofi, ma non ho approfittato della macchina dal meccanico per il collaudo e il bollino blu. Il meccanico sono due bei ragazzi, atletici e gentili, in una strada tutta di meccanici, tutti atletici e gentili. L’officina dei miei due è accanto a quella dell’Alfa, sempre piena di auto della polizia. Per chi avran votato tutti quei meccanici atletici e gentili? Per chi avran votato tutti quei poliziotti?
Sull’autobus ho trovato posto, dopo un po’ di fermate si svuota sempre, io abito più su, quasi al capolinea. Fin che è stato pieno, era pieno di casalinghe. Io dicevo:”Attenzione, questi son carciofi!” ad ogni strattone dell’autobus in salita. Ho poi messo la borsa sotto un sedile e mi sono seduta. Tre casalinghe erano rimaste su, con me, e parlavano di stupri, di botte e di bambini uccisi. La più giovane, senza borse, in tuta da ginnastica e coda di cavallo, ha minacciato:”E vedrete che adesso la sinistra la toglie, la pena di morte!” Eravamo così vicini, noi quattro e l’autista, che non mi son fatta i fatti miei e gliel’ho detto, che in Italia la pena di morte non c’è. Lei ha scosso la coda con ginnica energia:”Appunto!”
Sulla stradina di casa ho incontrato il vicino così simpatico e burbero nel suo siciliano che non sa per nulla di Camilleri, ma sa del basilico delle piantine che ogni anno sua moglie mi dà da invasare, sa del cedro che una volta, generoso, mi regalò perché avessi un poco d’oro anch’io e sa di melanzane e di carciofi, che sua moglie condisce così bene che le pizze del pizzaiolo d’asporto, suo figlio, sono le più buone, forse, di tutto il ponente. Se prendi la pizza alle melanzane, o ai carciofi, o ai peperoni pure, quelle di Pino condite da Pina, hai un po’ d’oro in casa anche tu. Per chi avran votato il pizzaiolo e i suoi?
10/04/2006
After the turn of the century in the clear blue sky of the Germany

In the nick of time, a hero arose
A funny-looking dog with a big black nose
He flew into the sky to seek revenge
But the Baron shot him down - "Curses, foiled again!"
Ten, twenty, thirty, forty, fifty or more
The Bloody Red Baron was rollin' up the score
Eighty men died tryin' to end that spree
of the Bloody Red Baron of Germany
Now, Snoopy had sworn that he'd get that man
So he asked the Great Pumpkin for a new battle plan
He challenged the German to a real dogfight
While the Baron was laughing, he got him in his sight
That Bloody Red Baron was in a fix
He'd tried everything, but he'd run out of tricks
Snoopy fired once, and he fired twice
And that Bloody Red Baron went spinning out of sight
06/04/2006
Duration form
“L’interesse nazionale non coincide con il profitto del fabbricante, ma con il guadagno che la produzione ripartisce fra tutte le classi che vi concorrono, cioè con la partecipazione di tutti al reddito nazionale che nasce dal lavoro. Se il governo dovesse proporsi come scopo il vantaggio di una fra le classi della nazione a spese delle altre, dovrebbe favorire quella dei salariati. Fra coloro che partecipano alla produzione essi sono i più numerosi, e garantire la loro felicità equivale a rendere felice la grande maggioranza della nazione.”
S. de SISMONDI, Nuovi principi di economia politica (1818)
L’immagine è un fotogramma del documentario dell’artista inglese Steve McQueen, Western Deep (2002), dedicato ad accompagnarci nella discesa agli inferi dei lavoratori di una miniera aurifera sudafricana, in un silenzio di 3 chilometri.
05/04/2006
Magnanimi lombi

Tutto ciò che faccio lo dimostra: noblesse oblige
