28/05/2006

Improvviso Andante A casaccio

Sbatto nel desiderio di scrivere siccome mosconazza di stagione, o lucciola, che non vedo dalle imposte chiuse ma che so lì fuori, mentre la gatta dorme sul suo scampolo di lana e da ieri non mi tolgo dalla testa che ha l’età di mia madre e  che [cosa che non si può non ci riesco mi si paralizzano i nervi della mano mi]  ma se chiudo la quadra continuo e sento nella testa le parole, che tutto comincia da lì, verba tene res sequuntur ho appena letto, eh sì quante parole ho letto oggi e tanti pensieri  ho fatto, con parecchie pause però, quando, per esempio, abbiamo aperto l’ombrellone bianco sul tavolo di tek e abbiamo guardato, passando sopra il legno le mani - perché in tutta quella luce per guardare ci volevano le ombre e la pelle – il suo colore, diverso da quello delle sedie che, diversamente, abbiamo tenuto al riparo e tu hai detto: “Sì, è invecchiato”.  Stop. Come la piega nella gomma dell’acqua per innaffiare il giardino che devo sempre camminare e andare a sistemarla, ma poi il getto riprende e, come le ortensie hanno i boccioli verdi,  dello stesso verde sono le minuscole foglie di basilico che spunta  da sotto, anche se il gatto era andato a raspare abbattendo i legnetti che dovevano fare da ostacolo alle voglie di sconfinamento, chissà se poi il gatto era il mio o era quel maschio che ho beccato a fare il trapezista sui rami del kiwi che dev’essere stato lui a spezzarne qualcuno, proprio quelli che portavano più fiori e che belli che erano (che sono) i fiori del kiwi. Ancora. E sempre torno a tutte quelle migliaia e migliaia di parole, che poche sono giovani davvero nonostante l’età di chi le ha scritte però, confermavo, ragazzi, che internet è proprio una cosa importante  perché, ad esempio, c’è un tipo dei miei, dalla conoscenza del tutto precaria, che in rete ha capito come si fa a scrivere perché si è abituato a sentire che c’è gente sconosciuta che legge. E anch’io ho letto, che poco conosco. Letto.

 

di caracaterina at 00:36:00 17 Commenti

24/05/2006

uffalogia.net

Scrivi che stamattina, nell’erba alta dietro l’ufficio, esterrefatti, avete scoperto tipo un crop circle, anche se non proprio tondo.  Una specie di doppia elica, scrivi. Tutto attorno non c'è segno di passaggio, e nel simil-cerchio l'erba è schiacciata pesantemente, non spezzata, piegata di lato, come pettinata, rasoterra. Ma che meraviglia! Qui sta il bello, ti scrivo. Nel desiderio (tu scrivi: paura) di segni  incorporei e alieni. Nella sconosciuta e buia distanza. C’è chi dice che quei cerchi sono creati dalla luce.  E appunto di luce lei parla. 

Non credo agli UFO ma sono stanca del rumore delle idrovore che prosciugano il terreno e preparano covoni di grano ogm, ordinati e trasportabili su gomma. Voglio cerchi nel grano e un'invasione di alieni.  

di caracaterina at 22:15:00 8 Commenti

22/05/2006

Ovunque proteggi

Un mondo senza pudore è un mondo prepotente e, soprattutto, guardingo. In difesa. Mi disturba tutta questa pretesa di essere guardati, questa  volontà aggressiva di manipolare il mio sguardo e di indirizzarlo in modo che io non possa davvero vedere. Niente è più nascosto di quanto è ostentatamente esposto.  “Guardami!” Ma tu non sei a mia disposizione più di quanto non lo sia il mio gatto mentre si lecca sotto la coda.

Colpisce la camminata dei frati certosini vista da dietro. Assolutamente individuale e distinta. Nessuno può essere scambiato per un altro in tutto quel bianco di tonaconi scapolari cappucci rialzati. Separati. Differenti. Persino nella comune preghiera notturna, dove ciascuno accende o spegne la sua propria luce sul suo proprio leggìo. La vita è un affare per persone distinte. Discretamente nascoste. Ma che succede se si mettono in mostra? Che un regista perde l’occasione di limitarsi a vedere e di far tacere proprio tutti. La conversazione nel corso dello spaziamento ci sta, è un colloquio fra esseri viventi. Ma c’è il frate cieco che dà voce al regista, alla sua idealizzazione sentimentale. Un regista cieco, dunque.  Almeno a tratti. Che non resiste alla massa, mossa, melassa. Effetti da riprese a effetto: patinato flou  da fotografo mensile, dettagli estetizzanti su gocciole fiammelle erbette ed insettini,  romanticherie da cieli in posa. Santini traditori, altro che grosse Stille. Disturbi dello sguardo comune. Ed evitabile cicaleccio. Eppure bastava saper guardare. O forse è come nel racconto di Poe. Quando l’enigma è proprio sotto gli occhi di tutti non si riesce a vedere e ci si chiudono le porte della percezione. Meglio il canto per resistere al dominio. O il taglio di una stoffa nel silenzio in cima alle scale.

Nascondimenti e liturgie  per  entrare nel tempo, incarnarsi e attraversare. Ad ogni cambio di stagione  do un quarto di giro al ferro del cerchio di un anello.  Mi faccio scegliere da una canzone e per un po’ ascolto sempre quella. Ritorno. Giro intorno per casa e riordino l’intimità dei libri e dei supporti musicali secondo un’inclinazione lievemente differente. Scarto. Svuoto. Apro varchi.  Verrà il momento di mettere fuori anche i vestiti e di cambiare gli armadi. Ma quelle sono operazioni sociali ed esterne. Vengono dopo, superata  la soglia. L’inizio è  dentro alla casa e nessuna stanza è intoccata perché libri e musiche circolano come il sangue, il respiro e i pensieri. Intanto si rinnova la pelle mentre si staccano incrostazioni di parole. Le gratto via, alcune le porterò in lavanderia, alcune nel cassonetto.  Altre ancora  torneranno come nuove.

Di questa stagione,  in quarta è il momento di Leopardi. Niente di meglio per fare pulizia, tagliare via nel canto, aprire il diaframma.  Stare in silenzio e non farsi guardare. Vedere, piuttosto.

di caracaterina at 18:48:00 2 Commenti

19/05/2006

Istruzioni di volo

- Domani vado in fabbrica, papà.

E lo vedo che rialza il busto sulla poltrona e mi guarda con la testa un po’ piegata, col dubbio di non aver capito, per una volta lottando contro la sordità che di solito utilizza con estremo suo comodo.

- Domani vado a vedere come si costruisce un aereo, uno vero, destinato a volare.

E lo dico di notte, come se la lucciola che luccica piano, caduta dall’imposta sul pavimento davanti alla finestra e che sto cercando di salvare, potesse capire e sentirsi un tantino risarcita.

Stamattina ho visto fare cose di cui non so parlare. In capannoni vasti di carpenteria aeronautica, macchinari americani di sostegno e movimento reggevano tranci di carlinghe traforate, rivettate e flessibili, di una lamiera leggera e straordinariamente sottile. Nelle ali che reggeranno impatti di quindicimila chili, scorreranno dodicimila litri di carburante; ne ho tenuto in mano un longherone, lungo circa sei metri e  più leggero di una carrozzina-ombrello della chicco. L’ingegnere facondo, ritmato e preciso, era serio e felice come un ragazzino dei tempi miei alle prese coi Lego o con un giro d’Italia di grette e gessetti. Gli operai erano giovani e pochi. Lavoravano in due o tre su ogni pezzo, parlavano forte per superare lo scudo delle cuffie destinate a riparare dal rumore delle avvitatrici a pressione. Non sembravano molto diversi da quelli della grande officina del gommista sotto casa dei miei ma questi non ce le hanno le cuffie, e lavorano in spazi molto più ristretti, e li vedono in faccia, il cliente e il gommista-padrone, che è molto più ricco del mio ingegnere colto e collaudatore.

Nel capannone degli impianti gli aeroplani avevano forme e modanature ma dovevano ancora imparare a respirare. Tecnici più sommessi e compresi, meno ironici e disincantati degli operai del primo capannone, si affaccendavano dentro e intorno, infilando e testando. Spazi più grandi, fili, lucine, prese e comandi. Una raffinatezza difficile e concetti sottili sottili ma molto palpabili, attivi, per quanto in attesa. Perché il lavoro è così, se c’è. E il lavoro immateriale è una figura retorica (non per questo inefficace, e alquanto vendibile per giunta, come ogni perversione. Altrettanto sterile)

Dall’ultima sala della mostra eravamo scappati, non solo per stanchezza ma per una fuga espulsiva. Una mostra sul lavoro, che già è in sé come la pipa di Magritte, che finiva senza lavoro, in una sala vuota affacciata su un film in cui dei robot di fabbrica vengono fatti danzare al suono di una musica sacra e tibetana.  Macchine e spiritualità, oltre i confini dell’umano. Qui alla Piaggio i ragazzi sembravano più contenti. Non per tutto il tempo, non abbastanza, non tutti. Perché oggi l’ho proprio visto che il lavoro è un diritto della persona, come la libertà, come l’identità, per quanto molteplice fluida e incostante ma ad ogni modo la “possibilità di scoprire se stessi” (*) non è qualcosa che si può obbligare a  cercare.

 

Il terzo capannone è un hangar, un riparo grande fra il dentro e il fuori, oggi fresco di maggio e accessibile al sole. Sono salita ad ascoltare una plancia in prova di simulazione e a guardarne le rosette di geroglifici  che l’ingegnere-Champollion mi descriveva  con passione. Sono scesa quando ha rilevato che il sistema stava dando un errore che non poteva esistere e che doveva avvertire chi avrebbe provveduto.  Non è ancora ora di volare.

Di tutti quei bipedi, solo in sette eravamo donne. Noi due colleghe, quattro ragazze della classe e una signora che girava intorno facendo le pulizie.

                (*)Non mi piace il lavoro (a nessuno piace) ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di scoprire se stessi.   -  J. CONRAD, Cuore di tenebra

 

di caracaterina at 00:15:00 6 Commenti

17/05/2006

Presidenti e poeti

[…]

E il mio cuore di nuovo sui gradini dell'alta dimora.
Mi stendo a terra ai vostri piedi, nella polvere del mio rispetto
Ai vostri piedi, Antenati presenti, che dominate fieri la grande sala con tutte le vostre maschere che sfidano il Tempo.
Ancella fedele della mia infanzia, ecco i miei piedi ingommati del fango della Civiltà.
L'acqua pura sui miei piedi, ancella, e solo le loro piante bianche sulle stuoie di silenzio.
Pace pace e pace, miei Padri sulla fronte del Figliol Prodigo

[…]

Elefante di Mbissel, applaudo ai magazzini vuoti intorno all'alta dimora.
Scoppio in applausi! Viva il fallimento del commerciante!
Applaudo a questo braccio di mare disertato dalle ali bianche
- Caccino i coccodrilli nella foresta degli abissi, e pascolino in pace le vacche marine!
Brucio il secco, la piramide d'arachidi che domina il paese
E il duro molo, questa volontà implacabile sul mare
Ma quando risuscito, tra nitriti e muggiti, il rumore delle greggi
Il rumore che modula di sera il chiaro di luna del flauto e delle conche
Io risuscito la teoria delle domestiche sulla rugiada
E le grandi zucche di latte, calme, sul ritmo delle anche bilanciate
Risuscito la carovana di asini e dromedari nell'odore di miglio e di riso
Nello scintillio degli specchi, nel tintinnio dei visi e delle campane d'argento.
Risuscito le mie virtù terrene!

Elefante di Mbissel, ascolta la mia devota preghiera.
Dammi la scienza fervida dei grandi dottori di Timbuctù
Dammi la volontà di Soni Ali, il figlio della bava del Leone - un maremoto alla conquista di un continente
Spira su di me la saggezza dei Keita.
Dammi il coraggio del Guelwar e cingi le mie reni di forza come un tyédo
Concedimi di morire per la causa del mio popolo, e se occorre nell'odore della polvere e del cannone.
Conserva e radica nel mio cuore liberato l'amore primo di questo stesso popolo.
Fa di me il tuo Maestro di Lingua; anzi, nominami tuo ambasciatore. 

 (da Il ritorno del figliol prodigo, di Leopold Sedar Senghor)  

di caracaterina at 00:09:00 8 Commenti

12/05/2006

Carreggiata scarificata

Lo terrei anche un diario, credo, o un binario almeno, o un settimanario magari, se potessi. Se sapessi che farmene di un CPK sballato e di un’UTIC dove tutti mi sembravano o matti o gentili, di  stamperie lontane alle prese coi pdf  e  di bidoni di costosissima pittura antifumo, di nuovi presidenti antichi e di mucchi di polvere in forma di libri che migrano per casa insieme ai bicchieri in sacchetto, alle lampade da tavolo sopra gli armadi, alla bilancia portapenne, ai quadri nel ripostiglio al posto dei barattoli di salsa. Di pile di fogli da correggere chiusi in valigia che viaggiano in auto con le patate, i golfini, le azalee e di  carrellini per la spesa  trascinati da vecchi col fiatone e col bastone,  di studenti rabboniti, autori silenziati e mariti rabbuiati,  di nuovi ingegneri di robotica  entusiasti e di enzimi sospetti, di mutande da lavare e di vespe da cacciare dalla sdraio abbandonata, di  fulmini e tempeste e di albicocche che si arrangiano a maturare, di spray antistatici e di carta vetrata,  dei divani e delle sedie con le ditate di pittura e della richiesta di analisi, di antivirus e gastroprotettori, di  asparagi violetti con le uova  ancora da cucinare e di convegni  psichiatrici e oltrepadani  a base di ravioli di radicchio. Di storie risorgimentali e rivoluzionarie e di calzini da cucire, di Leopardi e di gatti ululanti, di diavolesse a cui non parlare dentro a nuvole di fumo su di un altro mare.

Rallentare. 30 km. Carreggiata scarificata. Lo sappiamo già da un po’ noi, tuttinfila a 200 metri prima della rotonda alla francese. Risparmiate le ruote e la frizione, please, che io, con quel titolo lì, mi sento un’installazione contemporanea e potrei ben figurare pure a questa mostra qui.

di caracaterina at 22:54:00 9 Commenti

04/05/2006

Messa al mondo

Da giorni e giorni ci aveva voglia di ombelico. Ce ne aveva tanta voglia che aveva pensato di descriverlo (un pozzetto rotondo e scuro, un piccolo cratere  di cui andava fiera chè non le piacevano quelli a escrescenza) e di descrivere il posto dove glielo avevano legato con precisione tedesca e schiacciando la fossetta come fosse il colmo del cappello col pennacchio.

Ce ne aveva tanta voglia, repressa dalla contrazione del tempo e dello spazio, che più reprimeva e più la voglia cresceva, come è natura della pressione, e forse era proprio per questo che le se n’era aperto un altro, nel frattempo, fasullo e occhiuto, inaspettato e prepotente, mica tanto fuori posto però, a pensarci bene, rugoso e appena tagliato com’era sotto il gomito del braccio del mouse.

Oggi,  si diceva nel mattino, rimetterò le cose a posto, slegando e legando come si conviene, allargando il costato e facendo oooommmm, prima che  altri ombelichi si aprano, ferite senza levatrice, impossibili persino a tòccarseli coi denti, perché magari dietro la schiena  o sullo sterno.

E invece.

Quando ha dovuto aprire il cassetto del comò, e l’anta dell’armadio vecchio, quello della stanza nuziale, e ha trovato quell’ordine perfetto, da corredo perenne, e i biglietti per il caso che il “dopo” sia adesso, e la valigina già pronta, solo che l’aveva preparata in inverno e la flanella quindi andava cambiata con la cotonina, ecco, ha sentito come ogni cordone da tanto tempo tagliato si introflette fino al cuore ed è lì che continua a logorarsi.

La stanza da letto della madre era vuota, come un teatro durante le prove.

di caracaterina at 23:56:00 12 Commenti



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