25/06/2006
Finestre
Sarà perché ho sognato un pesce addormentato, grande come un tonno o un pescespada ma dalle squame larghe e tutte colorate - un arcobaleno di squame smaltate dal giallo al porpora e all’indacoblu -, un pesce che ho creduto morto, dapprima, e che, prima ancora, visto da fuori, da quel finestrino sporco a dieci centimetri da terra, mi era sembrato un anfibio o forse un piccolo dinosauro d’acqua, ma senz’acqua, sbattuto sopra un pavimento grigio, mentre il tutto, il colore dell’atmosfera, dico, era verdino e nebbioso, un colorino di muffa, e mi inquietava non poco ma ho voluto guardare, sapere chi, chi fosse stato a regalare quel pesce alla mia cantina e allora l’ho pulito, il vetro di quel finestrino, ed è stato come quando mettevi a fuoco con le macchine fotografiche manuali, che per un attimo non ci vedevi più nulla ed è grigio ed è buio e poi bianco, o a volte anche quando ti togli gli occhiali e sei stanco, ma poi, ho visto meglio, pesce sembrava e pesce era, ma ancora grigio-pesce e anche un po’ grigio-verde e più grande, e allora sono entrata, com’è come non è, in questi sogni non si capisce mai nulla ma dev’essere stato dalla finestra, ed era un po’ casa mia ma naturalmente no, e tu dormivi, sul fianco sinistro, in una luce mattutina ma ombrata e scura per le persiane chiuse, in un pigiama blunotte, e sopra una sagoma blunotte dormiva il grande pesce arcobaleno, sul fianco sinistro. Ho sorriso, da un punto chiaro, bianco avorio come la mia camicia da notte, nei riflessi smaltati e nella luce spenta, sul fianco sinistro anch’io.
Sarà perché prima avevo sognato di innaffiare grandi piante di un parco che sapevo essere un cimitero, anche se non vedevo tombe, mai vista una tomba per tutto il sogno, solo piante e qualche prato in aiuola e fiori rossi piantati in fila come certe mie canne americane ed era sera, per lo più, come quando innaffio l’orto, ma nel sogno innaffiavo perché era il mio lavoro, quello facevo, controllavo gli impianti di irrigazione e per farlo bene e a modino, mi spostavo nel verde e nell’ombra, per sentire sulla pelle il bagnato e l’umidiccio, fin dove arrivava lo spruzzo e quanto lontano potevano goderne le piante. E il parco si raggiungeva attraversando dei saloni d’ufficio, aperti in un palazzo monumentale e cancellato, entravo e uscivo dalla città a quel decompressore murato, un edificio pubblico, comunale e solenne e pubblico, dai finestroni alti, senza scuri o persiane, ma dai vetri a pannelli, con un po’ di viavai ma neanche tanto, e le luci accese, ed era l’ora di lavorare e poi di smettere e passare la mano e il controllo dei rubinetti e degli spruzzi ed ero contenta di tutto, tutto quanto.
Sarà per questo che mi pare di vivere in un universo parallelo e di scorrere a fianco di un mondo che vedo da qui, da queste finestre, troppo illuminato di luci della ribalta e di colori in codice e affollato di richiami elettronici, registrati e stenti come le voci che annunciano dagli altoparlanti delle stazioni. Un tempo qui era scuro, come l’ora del mattino che precede l’alba. Girando in quest’orbita piccola come i miei bulbi oculari, come il volume del mio cranio, mi allontano e chiudo le persiane, contro il sole e il ronzare dei calabroni, giusto solo per ascoltare le voci intrecciate dei vicini di casa arrivati adesso fin quasi sotto la terrazza. Sbattono le porte delle auto e ci sono scambi di auguri e domande di bene. Dev’essere appena nato un bambino.
23/06/2006
21/06/2006
L'isola del giorno primo
Dove non si parla:
- di quanto è ancora valido o no l’esame di stato ex esame di maturità
- di come sudano i ragazzi e di che occhioni umidi hanno mentre tirano fuori dagli zaini le bottigliette d’acqua e il dizionario e consegnano i cellulari
- di quanto è complessa-utile-noiosa efficace-moderna-attuale-o no, nel suo insieme, la prima prova, ovvero l’ex tema
- di quanto erano fattibili-interessanti-articolate-argomentabili-attualizzabili-o no le tracce diffuse oggi
Dove solo si parla dell’opzione n.1 della prima prova ovvero etc: l’analisi del testo e di come non ci si possa proprio mai e poi mai stupire della visuale stretta, corta e miope della commissione di esperti che scelgono titoli e argomenti.
Non perché abbiano scelto Ungaretti, sempre sopravvalutato nei nostri programmi - giudizio espresso e insieme, va da sé, del tutto opinabile (comunque: se non è Ungaretti è Montale, se non è Montale è Pirandello, se non è Pirandello è Saba, se non è Saba è Ungaretti). Non perché abbiano scelto L’isola, luogo frequentato dai programmi scolastici almeno tanto quanto lo è da quelli televisivi. Non perché abbiano scelto da Sentimento del tempo, esemplare fondante di una linea letteraria scolasticamente tipica, normalizzata e restaurativa della classicità più aurea, sublime, elitaria.
Non per tutto questo ma perché hanno, di nuovo, scelto di fornire ai nostri studenti un testo letterario quando c’è da chiedersi, ad esempio, quanti diciannovenni italiani sui plurimila sudanti sulle carte dell’esame saprebbero leggere, riassumere e “analizzare” , non dico l’intervento di Adriano Sofri sulla Repubblica di oggi, ma quello, decisamente più divulgativo e sequenziale del genetista Lucio Cavalli Sforza.
E dire che, come antidoto alla letteraturite, mi ero portata dietro, per gli intervalli dell’assistenza, La cultura degli italiani, libro-intervista a Tullio De Mauro : “Un esempio altissimo di quest’uso restrittivo [del termine “cultura”] è il volume di Alberto Asor Rosa, La Cultura, incluso nella Storia d’Italia Einaudi. Lì si parla della cultura al singolare, dal 1870 al 1976, ed è inutile cercare qualsiasi nome che non sia di scrittore, poeta, romanziere, critico letterario, storico della letteratura, saggista di varia umanità. E non c’è traccia del fatto che siano esistiti in questo paese, non solo singoli studiosi ma scuole e tradizione di discipline naturalistiche, fisiche, matematiche. La cultura è – in questa accezione – conoscenza delle belle lettere. (…) Questa è l’opinione comune: chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è. Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto. Tutto il resto della cultura, anche della cultura intellettuale, è in ombra.”
Già. Forse un mattino andando in un’aria di vetro vedrò compirsi il miracolo …
15/06/2006
Flussi radiali in formazioni porose
E’ tutto un saltellare insaponati e gocciolanti dentro e fuori dalla doccia ad aprire e chiudere i rubinetti dell’acqua calda di lavandino e bidet (il bidet è una delle invenzioni di civiltà, detesto i posti senza bidet) perché la vecchia calderina si sta guastando e non regola più il flusso freddo/caldo della doccia. Scomodo. Come in campeggio. O in ospedale. Oppure in rete. La privacy e i posti delle cose e delle azioni hanno valvole lasche e si miscela il dentro e il fuori, saltellante, trascinante, gocciolante. Deborda.
Tra le 5 e 13 e le 5 e 18 ora mattutina, un “ne” dal Giappone si è collegato sette volte di seguito al mio blog. Che vuole ‘sto ninjia, ‘sto untore samurai, ‘sto aviatore testacchione che sboing sboing si abbatte col suo manga virale sulle mie parole? Fuori! Fuori!
Una delle mie paure peggiori è quella di morire sul cesso, in evacuazione. Un collasso pressorio, le valvole si sclerotizzano, il dentro/fuori basculante si capovolge, catapulta, catastrofa. Un’altra delle mie paure peggiori è che esca sangue da dove non deve, non da una ferita, aperta visibile riparabile, ma da un orifizio sbagliato e non preposto, da una membrana interna, da un vaso non comunicante.
Ora so, pienamente ma non troppo, di non essere logica. Dialettica. Non funziono così, in affetto ed emozione. O ti abbraccio o ti strozzo. O mi abbandono o ti abbandono. Ti mostro o le budella o la schiena, coperta e muta. Che poi, neppure la mia schiena è muta. Per questo la copro.
Regolare le valvole, allora.
Ristabilire il circuito ordinato dei flussi.
Chiudere, chiudere. I registri, i pacchetti dei compiti in classe, i prospetti, le tabelle, i debiti e i crediti, le cartelle, i cassetti. Tutto sta ancora a mezzo. Fuori! Fuori! Dentro! Dentro! Come gli abiti dagli armadi. Come gli abiti negli armadi. E gli ammennicoli e i soprammobili e i sacchetti di residuati e resti e sovrapposti e avamposti in tutta la casa.
E poi c’è la nostalgia di qualcosa di nuovo. Aprire, aprire.
A guardare le partite mi irrito. Per la gente invecchiata che continuamente mi ributta indietro. Sono di quei pochi qui dentro che Italia-Germania 4-3 l’ha vista e la ricorda. E il 1982, poi, è un’agenda telefonica sulla scrivania. Non ho voglia di raccontarti i souvenir d’antan. Ma per piacere! Come quando il mio diciottenne mi ha detto che non veniva a scuola l’altro giorno, quello lì, che andava a vedere i Pink Floyd. L’ho guardato, lo so, come se avesse l’Alzeihmer. E i Rolling Stones, poi! E Tardelli e Beckenbauer. E persino Smolarek non è nuovo, coi suoi vent’anni giù di lì.
Nuoto controcorrente, con Ronaldinho e Gilardino, in mezzo ai relitti e ai rimasugli, alle scorie consumate. Il flusso del fiume è invertito, tracima e inonda. Arriverà il momento di sfociare.
Usciamo, usciamo!
Usciamo e spacchettiamo. Sfasciamo le fascette dei libri nuovi e respiriamo aria nuova. Ho tanti libri nuovi da leggere, appoggiati sui mobili senza centrini.
Mia madre si è espressa per anni facendo centrini di cotone fino ed ecru. All’uncinetto e ai ferri. Li regalava a tutti e ne ho una pila nei sacchetti. Non li butterò mai via e, forse, un giorno, si aggiungeranno tutti quelli che ora stanno in casa sua. Li tengo nascosti e chiusi e non li mostro a nessuno. Uno ogni tanto, così, giusto per avvicinare le distanze e tenere aperti dei varchi. Perché i centrini mi fanno tristezza. E tenerezza. Segnano confini netti, decorosi e casalinghi, in tutti i vorrei-ma-non-posso mostrabili ai vicini di casa. Anellini perfetti e filati con cura in cui chiudere i desideri irrealizzabili. Quando in un blog salti il post e apri subito i commenti è come entrare in una casa piena di centrini inamidati e discreti, di quelli che non si fanno neppure più notare, perché quel conta è il soprammobile. Che poi: soprammobile ...
Vado a chiudere registri, adesso, e a rimescolare il contenuto degli armadi. Per l’idraulico e la calderina, per i relitti e i riflussi, per il campionato e le uscite alla foce c’è il tempo dell’estate. Non manca molto ai falò di San Giovanni.
12/06/2006
Tavolata triestina
Qui non ci siamo tutti. Non c'eravamo tutti. Mancava lei, ad esempio, e mi dispiace. In quel momento lì, mentre mics legge siciliaL., fuori stava piovendo un po', e un po' tirava vento. Una burrasca di coda, una spazzata e via. Accade, a primavera. E a me Trieste, col vento, piace. (E anche senza, verità). Mi piace che si rimescolino le onde e le lingue. Accade, nei posti al limitare. Nei porti, dove stanno gli stranieri con i loro linguaggi separati. Dove reduci di guerre, studiosi del mondo, costruttori di navi e di reti, narratori e mercanti un po' fanno a braccio di ferro un po' cantano di vino. Attorno a un tavolo.
Tutto era terso, stamattina, e la gente andava al mare. Diversamente che all'arrivo, che ci siamo tuffati in Trieste giù dall'obelisco di Opicina, al ritorno siamo entrati in autostrada a Duino. Così, solo per correre alti, un po' in bilico su una clavicola d'Europa. La prima volta che feci questa corsa, mi sembrò di capire (forse un poco, forse neppure quello) la malinconia di Rilke. Dalla finestra del castello vedeva la rupe dove stanno rovine che dovrebbero avere ospitato Dante. Entrambi hanno visto lo stesso paesaggio divino, ma solo uno di loro ha potuto permettersi di parlare con dio faccia a faccia.
Poco dopo è arrivata la pianura.
Adesso è notte e cadono parole stanche su uno schermo e briciole di presnitz su altri tre libri.
04/06/2006
Viva là e po' bon
C’è che il tempo è uno yo-yo e che ogni tanto accelera i suoi su-e-giù e i sopra-sotto e gli avantindrè. In tanti modi, in questi ultimi giorni di rete, di mail, di incontri e di parole. E c’è che per me, prima, molto prima, di essere la città dei grandi scrittori del XX secolo, prima, ma molto prima di essere la scoperta del mio fiatone sull’erta che è più erta di qui, e molto prima del pelo dell’acqua di Barcola costantemente spettinato, beh, Trieste era soltanto lui.
Xe tanti ani ormai
che son lontan de ti
vecia Trieste mia
Son restà solo e
gavevo voia de
voia de compagnia
Alora Trevisan
me ga mandà un bel can
nato in un'osteria
Però quel fiol de un can
quel fiol de un can de un can
el iera sempre triste
No'l me fazeva mai le feste
gnanca a mi che son el suo paron
Alora go mandà una cartolina
una cartolina de protesta
Alora el mulo Trevisan me ga risposto
el me ga spiegà perchè
Solo davanti a un fiasco de vin
quel fiol de un can fa le feste
perchè 'l xe un can de Trieste
perchè 'l xe un can de Trieste
Davanti a un fiasco de vin
quel fiol de un can fa le feste
perchè 'l xe un can de Trieste
e ghe piasi el vin!
Da qualche mese in qua
a bever go imparà
come un fachin del porto
E in sta maniera so
che un giorno sentirò
la mia campana a morto
Ma chi se ne... pardon!
Che i fazi pur din-don
se morirò contento
Perchè quel fiol de un can
quel fiol de un can de un can
el xe cusì beato
Adesso el me lecca come un mato
perchè spuzo sempre più de vin
E so che'l me vol ben che go un amico
per la prima volta in vita mia
E mi me basta un ano de sta bela vita
e po' sarà quel che sarà
