30/08/2006

L'uso della parola

Ma poi uno che ne fa, chiedo, delle parole che gli avanzano, che non stanno dentro alle ceste consegnate dai contesti, delle parole fuori orario, ovunque inopportune, di quelle non necessarie, nate in più? Di quelle  che non devono né vogliono servire, che non con-versano, che non (si) con-vertono, di quelle fuori uso, quelle clandestine, quelle senza lavoro regolare,  quelle sanspapiers? Di quelle che sfuggono, che  si ri-versano, che si ammalano, che appaiono sulle spiagge senza costume, neppure quello adamitico? Di quelle inventate, quelle che se non ci fossero le dovrebbero inventare, di quelle che mai e poi mai te lo saresti immaginato, quelle che non stanno al gioco, quelle  antipatiche, quelle  senza maniglie e senza maniglioni antipanico, quelle senza briglie, quelle che hanno tirato troppo la corda e quelle che la corda l’hanno tagliata, quelle naufragate, quelle isolate? Di quelle troppo ribelli ma  che non vanno al confino, di quelle che sconfinano, scaturite senza preavviso, scatturate, non capite, non ancora captivae, altrimenti destinate a incattivire, quelle incomprese, non prese?

Uno, dunque, che ne fa? Le affoga come nelle campagne i gattini ciechi? Le abbandona sull’autostrada? Le alleva  per le scommesse dei pitbull? Le dimentica maltrattate e promiscue nel centro provvisorio di accoglienza del cassetto? Le svende per pagare gli scafisti stampanti scambisti? Le soffoca nel sonno prima dell’alba? Le nasconde  alla vergogna come un tempo i figli handicappati? Le storpia e le manda agli angoli delle strade a chiedere l’elemosina dei malformati? Le punisce in un collegio di madeleines e maddalene? Le sotterra dentro ai vasi del basilico?

Dice quello: E io che ne so? Purché non mi trovi anche loro fra i piedi mentre vado al supermercato, o a molestarmi fermo al rosso dei semafori. Purché non bevano birra sul marciapiede  davanti al portone che apro la sera per portare  il cane fuori a pisciare, purché  non schiamazzino sulle panchine dei giardini davanti alla stazione mentre compro il giornale, la mattina, prima di prendere il treno per andare a lavorare.  Purché siano invisibili e silenziose,  che non inquinino la poca aria, già viziata, che respiro e che non mi rovinino le ferie al mare.

Come se la rete fosse proprio un tabulato reticolo da misure lineari, da normali vie cittadine o, al più, da atlante geografico aggiornato. Come se fosse, al massimo, una geometria da carta nautica,  un planetario da museo delle scienze e della tecnica o, addirittura, un rotolo di calcoli nelle memorie di Cape Canaveral.

          (Il pre-testo si trova qui, presso Lapardaflora che non me ne vorrà, credo) 

di caracaterina at 17:46:00 22 Commenti

25/08/2006

Se 33 anni vi sembran pochi

Una legge, ha ancora tempo per guardarsi in giro, annusare l’aria, sentire che cosa c’è di nuovo, cosa scrivono le migliori menti della nazione.  Poi mette un po’ d’ordine negli scaffali, al pensiero di riprendere il lavoro.  E qualcosa rimane  fra le pagine chiare

 Tutti i movimenti giovanili nati negli anni ’60 nel mondo occidentale hanno ormai perso la loro carica rivoluzionaria in quanto il sistema ha trovato il modo di renderli innocui, assorbendoli nell’ingranaggio commerciale. Le ansie di rinnovamento di un’intera generazione sono naufragate nel consumismo dilagante. I simboli della rivoluzione, sia di quella misticheggiante, anarcoide e individualista, partorita dal mondo anglosassone sia di quella violentemente politica dell’Europa continentale, sono diventati luoghi comuni: i bambini delle elementari scrivono su quaderni che portano l’immagine di un Mao-Tse-Tung pacioccone e corrono su incredibili biciclette ricalcate sui modelli dei chopper di Easy Rider. I giovani hanno avvertito il fallimento della loro lotta e si sono chiusi in se stessi; si sono ridotti a vivere ai margini di una società che disprezzano, di cui in teoria rifiutano i valori, ma alla quale devono, però, continuamente ricorrere per poter tirare avanti. Così l’ansia di ricerca della controcultura americana che aveva indotto i giovani a battere tutte le strade della vita, a compiere sempre nuove esperienze, ha imboccato il vicolo chiuso della droga e dell’abulia. Negli Stati Uniti le ultime elezioni presidenziali, che avrebbero dovuto vedere alle urne anche i diciottenni, hanno denunciato, invece, la rinuncia dei giovani ad un impegno politico: circa il 50% dei ragazzi ha disertato le urne, dando così alla “maggioranza silenziosa” la possibilità di trionfare. Sono lontani i tempi delle dimostrazioni politiche di Berkeley: i giovani, orientatisi verso una lotta determinata da spinte irrazionali, hanno cozzato contro rigide strutture economiche e sono piombati a sedere sulle natiche desolatamente.

In Europa la spinta rivoluzionaria a sinistra imposta dal Maggio Rosso di Parigi si è stemperata in agitazioni più o meno sterili ed ha provocato, soprattutto in Italia, la reazione stizzita dei governi conservatori: i cortei, gli slogan, le occupazioni di istituti e fabbriche si sono realizzati in Andreotti.

 

Ma, del resto, nel nostro paese era quasi logico che finisse così: non abbiamo nemmeno noi giovani delle idee chiare, una maturità politica sufficiente, non abbiamo un retroterra culturale nel quale affondare le nostre radici rivoluzionarie.

Siamo stati ovunque sopraffatti, vinti da un macchinario che credevamo di smantellare ma di cui non avevamo valutato le risorse e adesso ci trasciniamo in un’esistenza fallimentare, molto spesso parassitaria; nonostante qualche sprazzo, abbiamo fondamentalmente rinunciato alla lotta; siamo vittime dell’integrazione e del compromesso esattamente come i nostri genitori. Ci siamo completamente disillusi perché, in fondo, eravamo troppo romantici e velleitari.

Liceo-ginnasio G. Mazzini Classe I 18 Gennaio 1973

Compito in classe - Svolgimento di un tema libero  

 

  

di caracaterina at 16:34:00 24 Commenti

18/08/2006

Il tonno che si taglia con un pennino

Questo blog, aperto, come si può controllare, il 10 luglio 2003, deve il suo titolo al fatto che Stupido blog  campeggiava  proprio  tre anni e un mese fa in testa ad un articolo dell’Espresso piuttosto scettico nei confronti  dell’allora iniziale diffusione di massa del fenomeno. Nel link a Blogoltre trovato su google  è riassunta anche la nota e immediatamente precedente polemica  contro lo scarso coraggio della scrittura in rete  avviata da Tiziano Scarpa. Tre anni e un mese, due mesi. Nel frattempo l’annosa questione, come amano dire le persone di mondo, già all’epoca piuttosto irritante per molti, si è ciclicamente riattizzata, suscitando sempre le stesse passioni faziose e gli stessi sbadigli ma è passata tanta acqua fra le maglie di questa rete che sembrano trascorsi decenni. E  fra una stuffia e l’altra, una polemica e l’altra  qualcosa è successo. Anzi, tutti noi che leggiamo blog libri e giornali sappiamo che è successo parecchio. Tre anni e un mese di nostre letture, di nostre scritture, di idee, dibattiti e realizzazioni pratiche. Più di tre anni di nostra vita. Anche se, pare, non ancora di vita pienamente autonoma. La Rete, qui da noi almeno, in questo territorio provinciale, sembra avere ancora bisogno di eroi, dei Magnifici Sette che insegnano ai peones a difendersi. Sicché oggi, aprendo il Venerdì di Repubblica e tagliandomi un polpastrello con la carta (un segno?)  non mi sono certo stupita di questo articolo bene in vista: I nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete.  Dato che anch’io sono un’editrice che “pesca con la Rete”, o, addirittura, che viene dalla Rete, che sta in Rete, e la cui attività editoriale nasce proprio, forsennatamente, dalla Rete e non dalla terraferma,  considero.  E considero qui, esclusivamente, quanto l’articolo riporta  delle parole degli editori,  ovvero dei loro rappresentanti, volutamente tralasciando di commentare le parole degli scrittori e la tessitura giornalistica di Emanuele Coen, tutta volta a  patrocinare  in particolare NI, ampiamente citata insieme agli altri due lit-blog conosciuti, meritoriamente, anche fuori dalla rete, e ai soliti altri tre siti letterari, noti anche se blog non sono. Sottolineando, grassettando e colorando a mio piacere, comincio. Con Antonio Riccardi, presentato come direttore libri hardcover (ah, la provincia!) Mondadori: “I blog rappresentano per la casa editrice un terreno di ricerca abbastanza continuativo, un’area di carotaggio importante e per certi versi necessaria. Però bisogna stare attenti a non cadere nell’equivoco che tutto ciò che viene pubblicato in Rete sia interessante, occorre usare un fortissimo filtro qualitativo”. Due pagine dopo (ma in mezzo non conta, c’è la pubblicità), parla Andrea Bosco, direttore editoriale dei libri tascabili Einaudi: “Per la saggistica la nostra casa editrice non può più prescindere dal mondo dei blog, sono segnali di fumo importanti  su cosa succede nella società. Basti pensare al diario on-line di Beppe Grillo, che scavalca le strutture tradizionali della politica. Attraverso Internet molte persone al di fuori della comunità letteraria riescono a farsi conoscere a un pubblico potenzialmente vasto e, perché no, anche ai grandi editori.  Il mondo reale, però, è molto più ampio. Come sostiene Cass Sunstein, docente di Diritto all’Università di Chicago, il web consente anche  di costruire l’accesso alla Rete a propria immagine e somiglianza. Se inserisco tra i siti preferiti soltanto quelli della Sampdoria, dei Ds e dell’acqua minerale  che bevo tutti i giorni, il web può diventare uno spazio angusto, un luogo solipsistico”. L’ultima parola viene data  a Maurizio Donati, editor di saggistica della Bur : “Un testo che produce molto dibattito in Rete ha la forza giusta per sollevare interesse e curiosità. I blog rappresentano oggi un importantissimo spazio di autenticità. La Rete è anzitutto uno strumento e va vissuto come tale. Posso servirmene per tirar fuori stimoli, suggerimenti, sollecitazioni anche editoriali. Ma questo lavoro di acquisizione e registrazione di informazioni ha bisogno di un’idea, di un riferimento e una sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo. Proprio come i libri di Bajani, Rovelli e Saviano”.

Prima di tutto: che la Rete vada usata come strumento, come un martello, un periscopio, un rete da pesca, una lente d’ingrandimento, un sismografo, significa ridurne le potenzialità e, in definitiva, il potere. La Rete è un ambiente. Chi scrive in Rete non ha solo l’occasione di adoperarla come una scala per salire a bordo delle barche da pesca dei grandi editori, in forma di pesce da esporre sui banchi del supermercato, di naufrago bianco salvato o di indigeno colonizzato. La Rete è un mondo, solo che non sa ancora bene di esserlo, che non sa ancora scrivere la propria storia, crearsi le proprie narrazioni, un mondo dove cancellare i propri archivi spesso non è un viaggiare liberati dall’ingombro dei bagagli, un atto di fiducia nel futuro, ma piuttosto di rinuncia alla parola, una cessione della voce all’urlo e al rumore.

Poi: a pelle, a unghie e a naso, a me fa specie che tutte le voci  citate siano maschili, e che siano uomini anche gli scrittori di cui si parla. Sì, avevo promesso di non considerare la faccenda ma come si fa, quando le donne blogger-scrittrici citate – senza commenti, è un bene? è un male? - e fotografate sono solo la Pulsatilla con le prugne secche e la Julie Powers col suo ricettario?  Ieri alla libreria Feltrinelli cercavo l’ultimo libro della Szymborska pubblicato da Adelphi e mi sono diretta al solito scaffale basso, un poco oltre le casse, beh, da un po’ era anche un poco oltre la cancelleria e i dvd ma, insomma, ancora visibile. Al posto della signora polacca, invece, trovo uno sterminio di librucci  “al femminile”, di donne e per donne, tutti pimpanti e colorati come i diari scolastici degli studenti delle medie e  che già dal titolo facevano rimpiangere Bridget Jones. Ora, noi della Untitlededitori siamo tre donne e, su sei libri pubblicati, quattro sono di donne, non hanno la copertina colorata,  parlano del lavoro di un medico, di pedofilia e fallimenti, di favole bizzarre e amare, di un lungo viaggio da sola da una parte all’altra dell’Europa. Questo scrivo, se vogliamo affrontare la questione dei contenuti e solo di striscio della forma e mi perdonino i (per ora soli) due maschietti. Perché, mi chiedo, dalla Rete non sembrano uscire sui giornali altro che maschi impegnati a scrivere dei problemi del mondo (per di più col solito equivoco che anche il Grillo nazionale tenga un “diario on-line”), se non addirittura dei massimi sistemi, e femmine impegnate a cucinarsi il cuore? E’ così che siamo?  E’ questa l’idea, “la sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo?” Tanto per.

Ma quello che mi fa proprio imbufalire (ieri sera ho visto alla tivvu un pezzo di straziante documentario in cui una mandria di bufali resisteva e scacciava più volte un branco di leoni all’attacco, che poi, però, un bufalino se lo mangiavano,    e anche un elefantino, malato e abbandonato dalle costernate elefantesse, ma di cui non ho proprio potuto sopportare di vedere la fine) è la  paura continuamente sbandierata che la singola voce del blogger possa  significare solipsismo e che,  oltretutto, tale eventualità sia considerata automaticamente portatrice, oltre che di irrilevanza, anche di cattiva qualità (letteraria, immagino). Questo corto circuito concettuale mi è insopportabile per la puzza acre di ipocrisia che ne emana.  Tutti e tre gli esponenti editoriali intervistati sentono il bisogno  di sottolineare: la Rete, sì, ma… Ma, cosa? A che serve puntualizzare l’ovvio? Sottolineare che non tutta la scrittura in Rete è di qualità? Come dire che non tutti possono essere pubblicati. E allora? Dov’è il problema? Temono, forse, i grandi  editori che non sanno stare in rete di non potersi difendere da Vajont di manoscritti precipitati in redazione? Di perdere il diritto di decidere chi o cosa pubblicare? Di venir contagiati da mortiferi virus verbali? Di venir invasi dagli alieni? E, poi: che senso ha temere l’eventuale autoreferenzialità  dei blogger e poi pubblicare Pulsatilla? E non cito la simpatica amica, e amica, in particolare, di una di noi tre da tempi non sospetti, a caso, o solo perché è il cult del momento ma perché, ampliato di molto, lo stesso discorso letto qui sopra in tre versioni differenti, lo fece coram populo di Inedita proprio l’editore Castelvecchi, il 4 febbraio scorso a Genova, all’incontro fra editori e blogger. Siccome ho un collegamento a manovella non posso postare la registrazione qui. Spero che, al suo ritorno, lo faccia la webmistress del nostro sito, di là. La qualità del file-audio è, come si dice, amatoriale, nel vero senso della parola, anche perché la fece mio marito col  voice recorder da taschino. E’ presa in medias res  (è perché ci sta la citazione di Castelvecchi Vocor ad coenam che mi metto a tirar giù tutte ‘ste espressioni in latinorum?), anzi, in medias voces e si sente Untitled_io/Anna, che risponde alle critiche castelvecchiane alla limitatezza dei diari in rete, poi c’è un commento di un signore di cui purtroppo non ricordo né nome né “titolo”, quindi la voce della Placida Signora, ovvero di Mitì Vigliero che moderava gli interventi, quindi i toni scolastico-moraleggianti di Castelvecchi che aveva  da poco detto che non ce l’aveva coi blogger perché stava proprio per pubblicarne una, ovvero la simpatica amica che sappiamo, “ma non in quanto blogger”. Ecco, appunto. Quindi: diario no, per carità, che qui vogliamo qualità e divine commedie,  a meno che non si tratti di un diario femminile e, perché no,  tendenzialmente "sporcaccione" (e/o culinario) meglio se pescato  dalla Rete che è il trend del momento. Una questione di “qualità”, vero? Di “autenticità” pure. Di freschezza del pesce, insomma. Che, pescato, infarinato e divorato dovrebbe sentirsi fiero  di venir riscattato (con che cosa?) dalla sua respirazione branchiale e portato all’asciutto. Nel mondo degli umani. Dei “grandi editori”  che scrutano il mar degli scritti col cannocchiale della rete per trovare i tonni dalla carne più rosa.

Qualcuno dei “grandi editori”, infine, lo dovrebbe spiegare perché mai linkare solo la Sampdoria, (chissà com’è che gli è venuta in mente), i Ds e l’acqua minerale dovrebbe costituire un esempio centrato di “spazio angusto e luogo solipsistico”.  Ci starebbero mondi e galassie in quei link, per niente irrilevanti. O forse qui si sottintende che, ad essere irrilevante  è  la persona comune, anonima, la voce “detitolata” a tutti gli effetti, quella che è difficile rendere personaggio, volto che perfora lo schermo, nome curioso che cattura l’attenzione del distrattissimo utente-consumatore e di cui l’industria editoriale fabbrica il sognato alter-ego.

Sempre ieri sera, con un angolo dell’occhio al documentario etologico, leggevo questo pezzo di Manganelli, pubblicato in un bel librino dalla chissà-come-mai defunta Quiritta e che trascrivo annotato dai miei commenti e grassetti: Se vogliamo andare un poco oltre, vorrei dedurne una tesi che trovo centrale e affascinante, e cioè che l’autore non esiste. […] i testi letterari sono essenzialmente anonimi. […] Potrebbe confermare questa estensione del discorso di Jung  una proposizione in cui Jung nota che lo scrittore non sa nulla, non ha informazioni privilegiate su quello che scrive : - Quel che dicono della loro opera spesso non è quel che di meglio se ne possa dire.- […] Se l’autore altro non è che una superstizione culturale, e del tutto contemporanea, in che modo noi possiamo descrivere lo scrittore non contemporaneo, protoromantico e preanalitico [per le discronie in cui è immerso e per l’immediatezza della scrittura questi aggettivi sono attribuibili, seppur con una certa forzatura retorica, a chi (ad alcuni, almeno) tiene un blog]?  E’ un salto brusco, ma a questo punto vorrei citare la Crestomazia italiana di Giacomo Leopardi, libro delizioso ma forse non molto goduto. La Crestomazia – mi riferisco specialmente all’antologia della prosa – ignora la partizione per autori; i testi sono distribuiti per temi e generi , e dunque lo stesso autore appare in diverse sezioni dell’opera [un aggregatore semantico, insomma, per tag, per categorie e, nello stesso tempo, la frammentazione di un solo scrittore nei commenti di più post]. Per secoli la letteratura venne divisa in generi, e a ciascun genere corrispondeva un corpo di prescrizioni retoriche. Ora noi abbiamo imparato da Jung che l’esperienza della creazione non è euforica, ma che anzi spesso è affidata a persone scarsamente adattabili, giacchè solo chi è tanto disadattato [alla logica dominante dell’utilitarismo e dell’identificazione totale, per esempio] da poter diventare anonimo può sperimentare una condizione di creatività impersonale. Psicologicamente, tutto ciò comporta un rischio, come ogni volta che l’Io cosciente deve essere invaso ma non predato, ferito ma non leso [esperienza comune, in Rete] . La mia convinzione è che alla necessaria opera di protezione abbia sempre provveduto la retorica, appunto la classica arte del disporre le parole: nella sua discesa agli inferi, l’anonimo scrivente ha, come solo soccorso, una copia di un testo giustamente anonimo, la classica Retorica ad Erennio. Alla stupenda aggressione della “mancanza di senso”, [al rumore del web, alla sua dispersività ma anche alla sua colonizzazione da parte delle parole d’Ordine] lo scrivente opporrà la sua oculata miseria, la sua paziente, pedante estraneità, la sua arte di perdersi. “  E di non farsi “pescare”. 

 

di caracaterina at 23:53:00 27 Commenti

15/08/2006

Le stelle sono tante, milioni di milioni

Siccome le feriae augusti mi danno l'orticaria poco poco meno intensa dei veglioni di fine anno, ho studiato. Beh, insomma, sleggiucchiato wikipedia qui e là. Annusato di folksonomy e social software. Piuttosto scettica. Mi è difficile capire se i tag mi servono o no. Facile sperimentare che non mi interessano. Anche se mi rendo conto che è come se viaggiassi con un carretto e tentassi di entrare in autostrada. In Spagna mi stupivo che all'entrata delle autopiste ci fosse il segnale di divieto di accesso alle cavalcature munite di zampe. 

Ho comunque provato a mettere dei tag a vecchi post. E'  uscito un pasticcio fortunatamente nullo. Credo. Ma a che serve tutta questa categorizzazione? A essere trovati dai motori di ricerca, sento dire. Sarà.  Ma a me il post di stragatto sui blog come stelle nelle notti d' agosto è piaciuto più di google o del.icio.us

di caracaterina at 22:40:00 7 Commenti

13/08/2006

Le briciole di Pollicino

Non mi affeziono granché ai  ricordi. Ricordo sì, come tutti, conservo, rivalorizzo, riconsidero, di mestiere insegno memoria, compro pure orridi souvenir e possiedo qualche mezza collezione. Non butto tutti i vestiti smessi né le cartoline ricevute o raccolte. Ma trattengo poco, metonimie di tempo e di storie che lascio spuntare transitoriamente dall’opaco dell’oblio. Non sistemo classificatori in cui riordinare le foto (eppure in casa già ce ne sono a mucchi, chissà com’è),  non perdo tempo a mettere didascalie, butto spesso ciò che un tempo ho trattenuto. So che dimentico il dove e il cosa di ciò che conservo. Ho un’amica che fa tutto il contrario e ad ogni fine di vacanza deve comprare altri scaffali  su cui piazzare gli album nuovi bene impilati. Ogni volta che vado a casa sua me li mostra e me li addita, indica svoltando le pagine aperte. Indice e indici continuamente spianati. Descrive con minuzia e senza sommi capi. Anzi, senza a capi.  Ha paura di perdere la memoria e si lascia dietro, fitte fitte, le mollichine come Pollicino nel bosco, per ritrovarsi, dice, nel caso in cui le cadesse l’amnesia nel cervello. Si comporta come se, allora (semmai, eventualmente), la cosa  potesse importare. A lei, soprattutto. E’ tanta la  sua paura di perdersi che in giro segue alla lettera le indicazioni di guide numerose e in volume e soffre se le capita di tralasciare qualche virgola di Touring o di Michelin. Non potrò tornarci, si lamenta, e l’avrò perduto per sempre.  A me, chissà perché, dà noia e  fastidio questo suo commisurare il passato sul presente ansioso travestendolo goffamente da futuro e, piuttosto,  penso spesso che, se morissi adesso, chi resta si troverebbe già abbastanza cumuli di roba inutile che mi sarebbe appartenuta e da dover sbolognare.

Non ho consegne da passare. Inventi ciascuno la tradizione sua, il suo tragitto. Di solito, si scorda sempre troppo ma mai abbastanza da poter osservare più facilmente di quanto si conservi. 

di caracaterina at 17:59:00 3 Commenti

04/08/2006

Chiedi la luna

di caracaterina at 23:20:00 9 Commenti

02/08/2006

Elemento inquirido

Ecco, l’esotico sta finendo. Ora per ora si riassorbe, diviene endotico. Forse ci vuole ancora il tempo perché guarisca la vescica del piede. Ma non ne scrivo, perché se no muore. I racconti di viaggio ammazzano il viaggio. Per tutto ci vuole estraneità. Non sei uno se non sei straniero. Spostato, in tralice.  Sono stata via pochi giorni ma anche se fossi uscita per mesi, per anni, non  sarei stata dei loro. E questa differenza va conservata preziosa. Se sei turista, vestito da turista, sudato come un turista, sei nudo. Ti denunci  e ti consegni indifeso. E ridicolo, coi sandali e il cappello. Non puoi mimetizzarti,  sei Identificabile, quindi sei te stesso. Per questo ti detesti, spesso. Il custode della Casa con la quercia mi chiede in che lingua voglio il libretto. Italiano non c’è. Francese? Inglese? Spagnolo, rispondo. Mi ritrovo in mano una copertina in euskara, ma basta voltare  sottosopra davantidietro e trovo comprensione. Chiedo quanto costa. Il custode ha un lampo di sorpresa negli occhi ma per fortuna si diverte e mi fa  di no, di no, sorridendo gentile. Che bizzarri devono essere questi stranieri che chiedono di pagare per un caffè invitato a casa. Avrebbe pure potuto offendersi ma invece allunga  il braccio e la mano verso la porticina. Vengo pompata nel cuore della Casa. Nonostante.  Penso adesso ai ragazzi con la faccia magrebina in visita all’antica fortezza araba di Zaragoza. Gli occhi al  soffitto come al cielo. Forse vedono oltre gli stemmi dei re d’Aragona ma non trovano che nuvole di sabbia. L’indistinto. E sedersi non si può. Il custode ha il manganello allacciato, un passo largo e deciso e una voce che abbaia.

Nella Seo di Zaragoza tutti e tre i Re Magi sono bianchi. Un  grande altare laterale è dedicato a un bambino fatto santo perché lo raccontano martirizzato dagli ebrei nel 1200. L’identità è una Passione senza fine. Affascinante e pericolosa. Meglio stare fuori, avvicinarsi nudi, coi sandali e il cappello, sfiorare sudando. Se non si capisce si può forse meglio ascoltare.

Mi dicevano i grandi, una volta, che ero una bambina portata per le lingue. Sono stata anche una ragazza portata per le lingue. Ma credo che fossi portata più che altro per la stranierità. Infatti le lingue ho smesso da anni e senza un perché di studiarle e  di cercare di parlarle. Sempre di più vado a orecchio e a occhio, senza nascondere la confusione, l’errore, il pasticcio, l’incompetenza. L’essere inevitabilmente di passaggio. Solo leggendo riaffiora la radice della pianta sepolta nella terra. La cultura, la coltivazione. E’ leggendo che mi avvicino e insieme mi separo. E riscopro che una lingua tutti quanti la si impara. Non si E’ una lingua più di quanto non si sia nostra madre. Voglio dire che la lingua madre è un’illusione di identità, ovvero di fusione. La radice è la parte invariabile delle parole, quella che riconosci  come appartenenza, quella che ti fa essere in quanto messo al mondo da altri e per altri, non per te stesso. Se ti identifichi con la radice ti identifichi con la comunità originaria, e volti le spalle alle desinenze, al finale delle parole, ai loro fini, alla fine. A quella del tuo mondo, perciò di te stesso. Cerchi salvezza nella radice della tua lingua, la isoli e ne fai il mondo. Coltivi la tua cultura ma dimentichi spesso che è coltura.  Ti installi nella radice e diventi linfa, scorri succhiata e respirata, circoli dentro la pianta, la fai vivere e le dai vita. Ma non ti separi, mai. Essere radicale significa spostare la separazione fuori di te, segnare il cerchio della tua ombra, crederti uno.  Ma se si legge si distinguono le ombre dentro. Quelle che vede solo chi guarda da fuori e che la linfa non conosce. A questo serve, ad esempio, la filologia.

Leggere lo spagnolo o il francese, che non so parlare e che, ascoltati,  malintendo, mi porta più dentro a me stessa, alla mia storia, che non la lettura di tanto italiano. Leggere e scrivere la mia lingua è in gran parte un gesto sociale, che mi fa  più riconoscere che non conoscere. E non mi serve, ad esempio, tenere un blog per questo, il mio lavoro, le mie chiacchiere “reali” bastano e avanzano. E’ tutto il resto che nell’uso quotidiano della lingua madre mi manca. Per conoscere il resto, l’avanzo, l’inusato che sbatti nel ripostiglio e non sistemi in salotto alla vista del riconoscimento o, magari, della riconoscenza, devo scavare la lingua madre, non scorrerci in mezzo. Una lingua straniera ma vicina, parente, è come una zappa nella terra umida, scava e prepara il trapianto, ti rende consapevole che sei stata fatta attecchire e che se vuoi conoscere non puoi prescindere dalla tua separatezza, che è l’unica cosa che ci fa esistere. E l’esistenza è una nevrosi di odi et amo. Una lingua parente ti racconta delle tue origini come quando incontri un’insospettata amica d’infanzia della madre che ti racconta della madre prima che lo fosse. Quando avrebbe anche potuto non diventare tua madre. Quanto anche tu avresti potuto non diventare.  Se leggi una lingua  parente che non conosci se non  alla lontana, ti vedi da estranea, da sotto in su, divelta nelle radici scoperte e le foglie distanti, molto. E pure in parte superflue. Per scrivere (non per informare, non per comunicare, non per studiare o ragionare) bisogna sentirla, l’estraneità, bisogna tra-dursi, vedere il limite, attraversarsi, come se si fosse solo una possibilità, una linea casuale fra le tante che non sono state, e-ducarsi, portarsi fuori e da lì guardare i confini.

In giro non ho scritto una riga o quasi. Ho fatto qualche elenco e ho trascritto dalla carta il nome di un piatto commovente che abbiamo mangiato. Esotico-Endotico. Quando vado in giro, non ho bisogno di scrivere. Leggo. I cartelli stradali, le insegne, i manifesti, le locandine, gli avvisi, i quotidiani,  l’altra faccia delle giornate di parole qualunque. Te l’ho scritto, Maria, cerco di sorprendere che viso e che corpo ho davvero guardandomi d’improvviso allo specchio, con un occhio impreparato. Credo sia questo, anche per te. A Donostia, con la pancia soddisfatta da 4 pitxos buonissimi e da un txacolì chiaro pisciato dall’alto come un gesto di offerta balente (a me Euskadi ricorda Sardigna) ho comprato una piccola grammatica euskara-espanol.  A pag 10 c’è un paragrafo che mi incanta e che mi tiene nel suo cerchio come se fosse una voce che mi chiama alla strada mentre sono perduta:

La funciòn de elemento inquirido en la oraciòn, come queda dicho, es primordial, puesto que no exixte ninguna frase que pueda escapar a su precisa matizacion. No hay frases neutras. El elemento inquirido es fundamental a la hora de marcar el sentido de la frase.

Questo è Euskadi. La radice che non puoi scoprire. Si può solo saliscendere e sentire quello che sei per ciascun altro, un turista straniero invitato a Casa. Fra Bilbao e  Donostia ci sono pascoli e boschi di conifere che ho immaginato tradotti in una geografia altoatesina bagnata dal mare, come se fosse mia. Una traduzione solo mia. Per poterne scrivere.

 

 

 

 

di caracaterina at 13:31:00 11 Commenti



Blog Aggregator 3.0 - The Filter