23/10/2006

Dal libro degli Esempi di Umberto Fiori

Intervenuto
Quando uno alla fine
in una discussione
interviene,
anche se fa
una premessa intanto,
prende le cose alla lontana,
e prima di arrivare proprio al punto
vorrebbe distinguere bene,
chiarire i termini,
anche se può sembrare fermo,
sospeso sul limite
di quello che sta per dire,
è già in pieno argomento.
E’ dalla testa ai piedi
già lì che parla.
 
Tutti lo vedono ormai,
nel suo angolo.
Mentre precisa e anticipa,
tasta il terreno
e mette le mani avanti,
tutti lo sentono.
Il rumore che fa
il discorso
di colpo gli gela il sangue.
Si è perso.
Ormai gli sta uscendo nudo
dalla faccia nuda, il suo verso.
 
 
Qui
Stare fermi, ridere, dormire,
muoversi voglio dire, correre,
si può. Ma non si può mancare
a quello che porta via,
che porta qui dove si è sempre, nel posto
dove i posti si trovano, qui, dove
qualcosa importa.
 
E qui si sta, come un cane
lasciato chiuso in una macchina
al sole, in un piazzale quasi vuoto,
una bestia che per ogni cric nella ghiaia
drizza le orecchie, e si scuote al minimo suono
di passi, lontano, o di risate.
 
Io provo a pensare, e ragiono,
e dentro sento tutta la testa che abbaia.
 
 
Un parere
Come il respiro caldo
e pesante di un animale
si sente a volte
soffiare in un discorso l’interesse di tanti.
 
Quando viene il momento
fa quasi male
dire cosa ci pare,
tirar fuori la voce, confessare
di essere bruno, magro,
di essere lì, di essere uno.
 
 
Persona
A insaponarci le mani,
a tirare il fiato, ad avere
il buio dietro
e in faccia le cose vere
non siamo i primi.
 
Sono talmente chiari,
talmente luminosi
i nostri limiti.
Chi li potrà perdonare?
 
A volte, mentre parla qualcuno,
la senti la voce come suona
lontana e grande
nel cavo della persona.
 
 
Muro
In certe ore
sopra il distributore di benzina
un muro nudo si illumina
e sta contro l’azzurro
come una luna.
 
A un certo punto uno
abita qui davvero,
e guarda in faccia queste case, e impara
a stare al mondo,
impara a parlare al muro.
 
Impara la lingua,
ascolta la gente in giro.
Incomincia a vedere questo posto,
a sentire
nel chiaro dei discorsi
la luce di questo muro.
di caracaterina at 23:57:00 12 Commenti

14/10/2006

Impasse e movimenti

Ho cercato di aggiornare i link  ("gente che va, gente che viene")  ma l'editor non edita nulla.

Chiacchiere davanti alle tazzine di caffè,  mezza in pigiama. Solo la lavatrice sembra, per adesso, fare il suo lavoro.

Splinder oggi è bloccato. Leggo da qualche parte che - se non capisco male - questa piattaforma qui si è inghiottita anche splinder.  Da capra  mi chiedo se il pitone è fermo immobile perchè sta facendo il chilo e sta lentamente digerendo pure me.

La gatta miagola, l'ardesia dei gradini sta sudando da giorni la cera distesa e devo ancora spruzzarmi il cortisone nella narice.

C'è gente che strilla e che gioca, qua dentro, una lucertola lì fuori invece si muove come su una rotaia verso il sole mentre  lei, di là, sta elaborando.  Dopo che l'otorino mi ha tolto i tamponi dal naso, ci siamo sentite a lungo.

Per pranzo, torta di verdure.  Leggerò e penserò, battendomi le mani sulle spalle e sui fianchi in una ginnastica psicofisica.  C'è bisogno di movimento. C'è bisogno di schiacciare i ricci e far uscire le castagne.  Il tempo è buono e giusto per un passaggio nel bosco.

Chissà se la piattaforma si sbloccherà, nel frattempo.

di caracaterina at 10:56:00 14 Commenti

07/10/2006

Staffetta

Il fatto è che ieri  pomeriggio la strada verso il mare era sbarrata: né a piedi né a cavallo, neppure in scooter. E allora abbiamo piegato a sinistra, davanti alla Coop, in mezzo all’ingorgo e siamo entrati  nell’isola pedonale e poi in libreria. E’ lì che ho trovato il DVD. Ma oggi no. Dopo che avevo intelaiato questo post, abbiamo guardato e la strada era libera. E’ così che li ho visti saltare fuori, in corsa, in volo, in sfida con un piccolo stormo di gabbiani  mìu-mìu. Saranno stati tonnetti, non so, non lo avrei saputo neppure se li avessi visti più da vicino e ai pescatori con le canne tese e le lenze lanciate  nell’acqua sotto l’invisibile villa di Renzo Piano non mi è venuto in mente di chiedere.  Guardavo solamente, ferma anch’io nell’ultimo sole come il famoso pescatore, delle creste lucenti, lunghe e brevi, in ritmo veloce, in file composte ed arcuate di schiene di petti e di code, a gruppi, a groppe, a schiere alternate, ora avanti ora dietro, muoversi in fretta verso levante, in volo strisciato  sopra il pelo del mare, assecondando la corrente.  La nave portacontiner laggiù, in fondo a quelle miglia distanti, sembrava davvero enorme. 

 

Avevo già scritto, qui, di uno dei Ritratti messi insieme da Carlo Mazzacurati e da Marco Paolini.

Ieri sera me ne sono vista un altro, quello di  Mario Rigoni Stern. Il ritratto è stato trasposto proprio quest’anno, dalla cassetta originale del ’99 edita dalla Biblioteca dell’Immagine e che io non possiedo, al DVD, mentre  Zanzotto (ancora?) no.  Il passaggio è firmato Fandango che, sempre quest’anno, ha edito il completamento di quella che per ora è una trilogia di grandi veneti e di grandi  veci. Fra un po’ cercherò anche il terzo, Luigi Meneghello.

Ma per ora aspetto, ché devo ancora finire di ascoltare – e di leggere e rileggere nel librino di trascrizione dei dialoghi – le parole di Mario del Tony  (“Tony era mio nonno, siccome mio nonno era ben conosciuto, allora dicevano ‘E’ il nipote del Tony Stern’, allora per loro sono così, per i forestieri sono uno scrittore, per i compaesani sono quello che era al catasto”).  Credo che stasera continuerò. E poi riascolterò, e lo farò riascoltare.

C’è un motivo, per questo ascolto, che non sta nella letteratura né nei mestieri che faccio. E che è indipendente anche dal fascino di questi veci grandi, dalla loro particolare voce, la stessa voce, ti accorgi, che sta nei loro scritti e che non c’è nelle trascrizioni, così povere, invece, così piatte e opache, che servono solo per promemoria  di chi li ha visti in film o, fortunato, in faccia.  La loro scrittura,  invece, quant’è trasparente,  com’è uguale ai loro occhi e alla loro pelle. Assomiglia ai passi che li vedi camminare  fra gli alberi  intorno alle loro case, assomiglia al ritmo del loro respiro mentre chiacchierano, alle corde vocali che grattano come gratta un po’ una vecchia radio, quell’apparecchio originale che è il loro corpo nel lavoro nell’orto. Niente di “letterario”, insomma.  (“Mi succedeva che mi arrivavano delle voci strane. C’erano dei professori che leggevano Il sergente e dicevano: ‘Ma guarda questo come si permette di scrivere, i topi!, punto esclamativo e basta, dice il lepre’, insomma passavano il libro con una matita rossa e blu, per divertirsi poi magari a farmi dire come io, ignorante qual ero, mi fossi permesso di scrivere un libro. Lasciavo dire, non me ne importava niente perché vedevo che quando questo libro lo avevo portato a Carlo il pastore, Carlo il pastore si era messo a leggerlo con tanto interesse e con tanto amore, e capiva tutto quel che avevo scritto.”)

Ma non è questo il motivo, dicevo. Il motivo credo che sia  la ruota che gira.

Ora, io non sapevo quanti anni abbia Stephen Frears e sono andata su google a cercarlo. Ho scoperto che non è affatto della mia generazione, come pensavo dal momento che mi capita spesso di condividerne lo sguardo, che mi è piaciuto assai quando adesso si è posato su The Queen. Sono andata a vedere il film spinta più che altro da quella curiosità ammirata che sempre mi prende – sono cresciuta con Alighiero Noschese, dopotutto -  per  le imitazioni perfette, ma in quel film c’è tutt’altro che una perfetta imitazione, c’è un sentire il passaggio del tempo e degli umani che mi si rilascia dentro a poco a poco, come il principio attivo di un farmaco benefico.  The Queen è una vecchia, una grande vecia, a cui viene data la voce che, per chi li vuole ascoltare, esige il rispetto che attiene a chi  sa una cosa essenziale: come si deve andare avanti quando tutto, della tua vita, è finito, quando un mondo ti muore.

Tuttavia, tuttavia. Quello della ruota che gira, mi dico, non è ancora abbastanza, per avere un motivo necessario ad ascoltare la voce dei vecchi. I miei, per esempio, sono di quella generazione lì. E ogni giorno che c’è li vedo diventare fuscelli sempre più secchi e sempre più buoni ad accendere il fuoco della pira. Non so mica quanto dureranno né se sarò lì, a sentire,  se e quando squillerà il telefono. A me interessa sapere come fanno. Come si fa a continuare a far la spesa, cucinare, e ad andar dalla parrucchiera e dal barbiere  quando il mondo sta per finire.  Me lo ricordo al funerale di mia nonna, pochi anni fa,  che mia madre e i suoi fratelli erano lì dietro in prima fila,  nella camminata a piedi  verso il cimitero, che nei paesi è dietro casa, come l’orto,  mentre io e i miei cugini  (pochissimi, ché la famiglia si è assottigliata ad ogni generazione)  stavamo in riga in seconda.  Una marcia funebre così, che mimava il presunto ordine naturale. Me lo ricordo che ho pensato che di lì a poco sarebbe toccato a noi nipoti di fare un passo avanti.  Son lì che me lo chiedo, come si fa. So anche che si fa, e basta.

Per questo non penso che questo interesse dipenda solo dalla ruota che gira. E’ che sono proprio questi vecchi ad interessarmi. Questi qui che, da giovani, hanno fatto la guerra e che sono stati capaci  di vincerla.  Non parlo della Storia  né della politica, parlo dell’esistenza.  Parlo della pelle e del corpo. Parlo della fiducia e del sentimento. Parlo della paura e dell’averla guardata fino in fondo. Parlo, se vogliamo, della gorgone che gli si è parata davanti e di cui loro hanno schiacciato i serpenti sulla testa.

Si recrimina spesso sulla vecchiaia della nostra classe dirigente, senza riflettere che sono dei salvati, segnati dalla vittoria. Se non li ha ammazzati la guerra, quella guerra, cos’altro avrebbe potuto farlo? Il benessere, la contestazione, il terrorismo rossoenero, la civiltà dell’immagine, la tassa sui Suv, il lavoro precario/sedentario, l’isteria delle masse, gli slogan sui presunti scontri di civiltà?  Cos’è che non hanno già attraversato? Il nichilismo, l’indifferenza dello sguardo negato, il cinismo, il relativismo? I binari della metropolitana sotto i bombardamenti,  gli aerei che esplodono in volo, i viaggi della disperazione e quelli della speranza?  Il pugno e lo schiaffo, il Libro e il kalashnikov, la croce del martello e la falce della luna? 

Non Frears, dunque, ma Paolini e Mazzacurati sì, sono della mia stessa generazione e so che bene fanno, a battere sulla spalla di chi è in prima fila per chiedere posto e mettersi al suo fianco. Per farsi dire e trasmettere, chiacchierando spalla a spalla,  come si fa  ad attraversare il mondo intero e poterlo raccontare. Come si fa a far sentire la voce del mondo. Com’è davvero il canto dell’odissea,  com’è perdersi  nel terrore e potersi trovare, com’è perdersi nella babele e potere parlare. Com’è la voce che dice, nel fragore dell’urlo e del silenzio.

Lui mi fa, mentre scrivo: è un’eredità che chiedi? Dico di sì, perché in fondo la mia generazione d’occidente è povera e sa ben poco costruire, con la scusa che il fondale è di tela. Come se questo fosse peggio del vuoto bianco e ghiacciato della steppa. Spesso penso che i nipoti, i ventenni di oggi, sono piuttosto degli orfani e che hanno bisogno dei nonni.  Responsabilità, questo è quello che in eredità io chiedo. Ed è questo quanto la mia generazione può fare, ancora e di nuovo:  farsi ponte, antenna, radio, e, trasportandolo in corsa fra le onde,  conservare il testimone. 

di caracaterina at 22:50:00 12 Commenti

03/10/2006

Ciao! Che stai facendo di bello?

di caracaterina at 18:54:00 14 Commenti



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