26/11/2006
Passaggi (quattro tempi)

C’è che vorrei cambiare tutto per continuare a esistere almeno per i prossimi 25 anni. Fuori, il buio che credo solitario porta invece le note di prova del ragazzo pianista vicino a casa e io mi raccolgo, come per una virata.
I fogli i depliant le brochure di giovedì scorso sono stati finalmente smistati, era una bella mattina di sole in faccia a me e ai ragazzi e non è il loro futuro che mi preoccupa, in mezzo agli stand dell’orientamento fra l’Esercito le Scienze varie Ingegneria e un Erasmus in Svezia. Nel pomeriggio leggo, fra tutto, di Pari Opportunità e di una Consigliera per, quando devo ancora cucinare stirare correggere mentre tu avrai il camice addosso fino a domani. Questo domani che non so neppure io, chiusa qua dentro nella notte che, se è come l’ultima, il 118 non servirà perché mi barrico, divisa da due paure. Ma forse non è né lo stomaco né il cuore, o almeno lo spero, è solo il senso del sogno arrabbiato e grigio che ho fatto sul cuscino dell’alba, davanti alla classe intontolita da cui sono uscita stamattina, di domenica, per protesta ed esasperazione. Risvegliandomi così, sollevata. Tu eri ancora qui, al risveglio e non è il loro, di futuro, che mi preoccupa. E’ che almeno altri 25 anni vorrei esistere, ancora, per dire. E per fare. Che cosa?
La sera dopo, venerdì, era freddo e piovoso in quel posto lì dove dicono che nasce il vento, nel canalone fra il valico e il mare. Ti ho fatto conoscere il mio amico intelligente, il comunista antico. Sul piatto della farinata mi sono stupita del tempo passato e non ci ho voluto credere. Ci siamo bevuti il nostro privato-politico che sapeva di Pigato buono davvero, c’era vino lavorato lì dentro e una lunga storia di teoria e prassi che mi tranquillizzava. Tutto quel giorno a pensare che adesso avrei bisogno ancora di sorprese e la sorpresa è arrivata, la sera, nella forma che non mi aspettavo naturalmente, quella mai provata, la nostalgia. Perché il presente mi sembra poca cosa, in questi ultimi tempi, se non vado a bere nel ciotolone del passato. Ma non a lui, che pure parlava di “democrazia matura” ovvero autunnale, direi. Ero contenta che piovesse, dentro a tanta aridità di anni.
Non voglio la nostalgia, questo senso di perdita, rimpianto e vecchiaia. Il dejà vu è il senza futuro. Voglio delle prime volte e quelle di ieri, così eque e solidali, non lo sono certo state abbastanza per compensare questo senso di mondo alla fine. Il futuro sarà magari dei “barbari”, e sia, ma non può essere degli imbarbariti. Almeno tu hai dato il tuo sangue, ieri. Io, invece, non ci ho pensato neppure per un momento di poter andare più in là dei miei quattro euri. Ed eccomi qui a domandarmi perché. Forse è anche per questo che lo stomaco mi si è stretto fino alla bocca, di notte, e che le mani mi si muovono lente. L’ultima volta che mi sono sentita così, a crawl verso la parete di fondo di questa piscina, non ti conoscevo ancora e non conoscevo la rete, in cui ci saremmo trovati entrambi. Virai, allora, ed entrai nel web perché era una nuova direzione. Allora.
Lui, l’amico, lo sapeva, in parte, - ci frequentavamo parecchio, allora - e ho capito da come ha commentato le mie descrizioni sulla casa editrice, che sapeva varie cose della rete, pur diffidandone con distacco, come in ogni cosa della vita, d’altronde. Perché non è facile, diceva, adesso che ho tanto tempo e che parecchie cose le scrivo, dirle in pubblico. Ma una cosa ho scoperto, diceva, che le cose piccole, se non sono guardate da lontano, se, invece, le analizzi con uno sguardo attento e microscopico, ti rivelano la trama, il dna, la sostanza. “Ecco... se quello che tu obietti alla famosa giornalista, amico mio, senza trovare né pubblicazione né risposta, lo scrivessi in rete, oltre a saperlo adesso noi tre ...”
“Sì, bisogna saperlo ... Quest’occhio di sé, il proprio occhio consapevole e non omologato sulle cose e sulle relazioni io-mondo ...”
Eyes wide shut. Non riesco a non pensare che per Kubrick è stato l’ultimo film.
Cosa guarda la gente? Cosa vede, con tutti questi occhi prestati? Trapiantati in protesi ottiche? “Non sarebbe inquietante, Truman?” domanda ghignando Ricardo a Capote (mi raccomando, si pronuncia capoti), mentre stanno tutti quanti – cinque persone – dentro alla stanza finale della prigione, pochi minuti prima che lui e il compare, i due assassini a sangue freddo, vengano impiccati. Gli ha appena rivelato che ha donato i suoi occhi alla scienza e che, perciò, un giorno, qualcuno potrebbe vedere il mondo proprio coi suoi occhi e Truman potrebbe incontrarlo, questo qualcuno, e, riconoscendoli, quegli occhi, restare lì, tutto fermo e spaventato. Perché, sì, potrebbe essere davvero inquietante. Ma intanto Capote inizia a piangere, inutilmente.
Ho visto il film in dvd, ieri sera, ed è meglio che al cinema perché ci sono tutti gli extra, i commenti, i dietro le quinte che in inglese si dice making of. Della voce, della mimesi perfetta già sapevo. Di Truman Capote praticamente nulla e ho girato l’internet tutta la mattina. Ma non una riga, almeno in italiano, dell’entusiasmo pacato e preparato dei giovani cineasti, del rispetto tranquillo ciascuno per il lavoro degli altri. Per il lavoro, non per l’arte, non per il genio, non per il ruolo. E la loro capacità serena di tenere il punto davanti alle critiche, senza discredito alcuno né di se stessi né degli altri. Nessuno che si mostrasse permaloso oppure tronfio, o sbrodolante inorgoglito, nessuno che si sentisse figlio d’arte o seguace, che si appellasse a titoli maestri e conoscenze. Tutti lì, semplicemente, a raccontare come si fa un film che li interessava con pochi soldi e poco tempo. Un film pieno di silenzi e di non detti, di un grigiore riflessivo, dolente e consapevole, un film sulla scrittura e sulla coscienza, e sui prezzi che si pagano comunque.
Anche ieri sera una sorpresa, una piccola prima volta: perché mai in vita mia avevo pensato che forse sarebbe stato molto meglio, per me, da italiana atea e piuttosto calvinista quale sono, lavorare negli U.S.A.
20/11/2006
Vertigini
Mi vanno in fila, una dopo l’altra, senza sovrapporsi. Si staccano, piuttosto, a turno, come pagine di un calendario sfogliato. Ritornano sempre, a ciclo.
La prima è l’intelaiatura di una finestra senza imposte, vista dall’interno e spalancata sul vuoto come se fosse passato un uragano o semplicemente tanto tempo. Qualcuno aveva abitato lì e aveva tentato di chiudere il rettangolo con del cellophane, di cui restano brandelli sfrangiati e volanti ai quali si sono attaccate ragnatele ormai sbrindellate. Fuori è notte, il cielo è scuro e lontano, intangibile ma stellato.
La seconda è una sorta di cartone animato. C’è il disegno di un albero grande, alto, dritto e tutto tronco. Sui pochi rami stanno delle foglie a gruppi. Se ne staccano tre e scendono con molte giravolte lente, che ogni tanto le fanno restare librate a lungo quasi sul medesimo strato d’aria. La più piccola delle tre, mentre scende, bascula e si avvita in modo differente, con traiettorie che la spostano un po’ più lontano dalle altre. Poi cade a terra. Già gialla.
La terza è come un omino di Folon, color pastello e senza volto. Si sbraccia e sgambetta nel vuoto ma, di tutto questo suo movimento, resta solamente bloccata un’immagine leggera, che sembra pure aggraziata. In verità non sta andando da nessuna parte, il fingere di stare volando dentro a un pallido color salmone è l’unica sua ragione evidente.
La quarta è un ritratto famoso: Cristina di Danimarca, vista un tempo alla National Gallery mentre emerge da quel verde smeraldo che per Holbein il Giovane è il colore del tempo che tutto riavvolge. Sospendendoci il fiato come un Hitchcock ante litteram, il pittore inquadra per noi spettatori la figura di una ragazza inconsapevole e bella, ferma, ma di cui si indovina dal sorriso e dal corpo il desiderio di muovere i piedi invisibili sotto il pesante velluto: tuttavia lei non può, per nulla al mondo potrà, anche se noi qui rabbrividiamo e le gridiamo “stai attenta!”, staccarsi da quell’ombra nera appostata all’insaputa di lei dietro le sue giovani spalle.
