26/12/2006
23/12/2006
18/12/2006
in corpore vili
Stasera ho spento la tivu su una trasmissione de La7 in cui stavano a fare un talk show sull’uso politico della malattia del capo: la morte di Berlinguer, il malore di Berlusconi, la malattia del papa... Poi c’è Welby e c’è l’angoscia. Poi: l’anoressia ridotta a questione di moda. Poi: il sesso, il genere, il matrimonio, i figli da adottare, i figli da fare. La sopravvivenza della specie, insomma. O forse solo della sua componente occidentale. Ed un’innegabile insufficienza della politica a confrontarsi con la corporalità.
O, piuttosto, sospetto, un’insufficienza della politica democratica, nata dall’Illuminismo, dalla ragione, dalla sua astrattezza, e poi evoluta nella massa, a normare l’irriducibilità del biologico, così variabile e individuale e, insieme, così comunemente costante. Il potere di vita e di morte è una questione arcaica. E il corpo, in politica, è sempre stato faccenda da monarchi assoluti, soprattutto taumaturghi, e da religiosi.
Così, in questa impasse (sperimentale?) del pensiero politico odierno e occidentale, ho sempre davanti agli occhi la scritta vista stasera sulla porta di una toilette per signore in un’area di servizio dell’A4, in provincia di Verona:
Clandestino ofre (sic) cazzo 25 cm a uomini e donne della Lega Nord.
11/12/2006
Rapporti in corso

Verrebbe pure a me di cominciare dalla fine. Con l’avvertenza che non è una fine ma un durante. Perché non riesco a isolare Roma, che ho lasciato due giorni fa, (sono stata la più rapida di tutti. Come dicevo: un volo) dall’adesso, dall’attesa di una telefonata di arrivo dopo l’autostrada, dai libri che ho davanti, dall’idea che c’è chi dell’insieme è ancora là, dal domani che prolunga quanto è accaduto la mattina del secondo giorno, dall’ora che è di nuovo quella dell’avviarsi al gate senza sapere.
Non faccio resoconti: non mi piacciono. Non mi piace l’ordine cronologico del racconto che tradisce del tutto il disordine delle emozioni, dei ricordi, gli incroci, le sovrapposizioni. Non mi piace poi fare i compiti come a scuola, la relazione della gita, la recensione del libro letto, o come nel lavoro di chi vende parole quotidiane, rispondere alle aspettative del pubblico e alle richieste del direttore. Ho aspettato, perciò, la prima parola da cui poteva nascere la scrittura ed è stata, ieri, dimensioni. Grandezze da comparare per stimarle nell’animo. Dimensioni spaziali. Quelle brevi, del tragitto fra casa mia e l’aeroporto e all’interno dell’aeroporto stesso. Nel linguaggio speciale questo aeroporto si chiama GOA, e, nel suo piccolo di caravella, è il nome adatto a un posto come qui, che sa di isole non trovate, di spezie e di thè, di imbarchi color di lontananza. Quelle vaste di laggiù, capitali e zeppe, immerse in una sorta di campagna a erbacce che sembra sempre in attesa, a maggese com’è, di venir al tempo ricolonizzata, di rinascere dalla sue stesse stoppie “più grande e più bella che pria”. Il Manifesto del Terzo paesaggio adesso sta qui davanti, in forma di libro, ed è quello che mi sono riportata di quanto l’altra sera, invece, ho solamente attraversato, per 40 euro se il taxi è del comune di Roma, e anche se ti lamenti li paghi lo stesso, pur di non continuare a girare con le tue rotelle a strascico per una stazione infinita dove rischi di rimanere in trappola, a camminare su tapis roulant invece fermi. Distanze. Coperte dai tacchi calcati sulla metro, sulla scalinata da set alla Cecil B.DeMille abbandonata e viva di erbacce, anche qui, e cartacce. Ma la grandezza spaziale, lo sai, è solo un’illusione prospettica, come le distanza fra le colonne, e, insieme, è male ai piedi.
Piedi che non tengono, e che fanno sbattere la faccia a terra a qualcuno per cui te l’aspetti ma non ora, accidenti! Non il giorno dopo di quando tu stavi dicendo a gente che non conosci, e che è venuta apposta a sedersi lì, davanti a te e alle altre, del tuo daffare e del tuo parlottio notturno che è quello che ti accade sempre, anche col sole, mentre stai in rete. Gente che continua a venire, a passare, a chiedere e a discutere, ancora lì nel corridoio, e tu vorresti continuare ma ti spetta, poco dopo, vedere le mani di Sinibaldi che ti si agitano davanti al microfono, ché lui deve dirigere i tempi, anche di altri, parecchi, e intanto stare lì ad ascoltare, e tu stai per distrarti perché ti incuriosisce vedere la radio e come si fa, ma vai avanti, anche di un passo, mentre sei in piedi sul palchetto e guardi la gente seduta, che ascolta piegando la testa, in avanti anche lei. Allora sorridi, perfino al Marino che, bravo del suo lavoro di animatore culturale, ti dà sulla voce e ti vuole ridimensionare quando ti scappa un’espressione un po’ a slogan come “donne di rete”. E perché no? vorresti dirgli, perché no, se appena adesso, felice, ne ho abbracciato una del cui corpo so perché c’è la rete e sennò per me non esisterebbe? Come non esisterebbe che io stessi qui, sul palchetto in diretta, a mettere la mia voce di parole dentro a Farhenheit e volentieri ad accettare la sfida e, sentita da fuori, a tirare la volata ad un nome, un nome grande. Un nick? Che dimensione ha un nick? In rete quella di tutti gli altri, a dispetto dei grafici tecnocratei. Fuori rete, dipende. In aeroporto l’ho un poco sfogliata, l’Iconografia dell’autore, comprata poco prima di venir via allo stand di una casa editrice che stimo e mi piace. E non la dimentico la sorpresa contenta di venir riconosciuta – non io ma quella che si chiama la ragione sociale – mentre presentavo alla cassa insieme ai soldi il nostro pieghevole. Scambio di sorrisi, di discorsi e di strette di mano. La dimensione del rispetto, qui, e della reciprocità. E, su un altro piano, la dimensione del naso di mio padre che è lì che si gonfia, rotto. Ieri l’ho accompagnato al pronto soccorso, che non c’era voluto andare da solo, il giorno prima – e non perché si crede forte, come dice, ma perché sa di essere vecchio e ha bisogno di avere qualcuno accanto, che lo accompagni a fare i raggi e la Tac, e che, aspetti con lui l’esito dell’analisi degli enzimi cardiaci e che intanto gli racconti di cose che non sa, come di questa Fiera e di una trasmissione radiofonica, di altre che sa, come la trippa alla romana, e di altre ancora che immagina, come la trattoria der Moschino nella notte della Garbatella.
La seconda parola, in effetti, è dislivelli. Il continuo salire e scendere di queste giornate fra incontri e lontananze. Il settimo piano del condominio, il primo della saletta, la salita all’Eur, il piano sotto, lì allo Spazioblog, il sali-e-scendi dei discorsi a più piani presi d’infilata perché ci si vuole incontrare/scontrare. E lo scivolo facile di incontrarsi con qualcuno sullo stesso piano, invece. Ho registrato alcuni discorsi. Non ho riascoltato niente di niente, ancora. Di riproduzioni ho visto solo le foto, anche quelle che ho fatto io. E ho in mente il viso di Orietta riprodotto nello schermo a cristalli liquidi, alto davanti alla platea, il suo reggere saldo il microfono, alto davanti al mento. Di un altro ricordo la dentatura in vista e l’allungare le gambe. Non saprei riprodurli. E’ stato solo quando il pilota ha dichiarato al microfono che stavamo per iniziare la discesa verso Genova che ho cominciato appena appena a fidarmi che non saremmo finiti a Pisa causa maltempo. Da dentro la sala bagagli che stava dentro il temporale ti telefonavo in perfetto orario (e intanto anche tu, adesso, sei arrivato dai tuoi) mentre un livornese malediva la fortuna di tutti gli altri passeggeri sollevati, unico, lui, che avrebbe preferito il dirottamento. Contro le luci dei riflettori notturni guardavo le palme nere strapazzate mentre ti aspettavo, fumando e telefonando sotto la pensilina. L’aereo a terra, ho visto assistenti di volo e pilota salire su un Ducato. Tu sei sceso dall’auto. Ti ho poi detto che avevo appena saputo di mio padre. E ho chiesto l’esito degli esami del tuo.
La terza parola è contundente. Perché dopo che sei partito ho letto qualcosa in rete che non mi è piaciuto. Si tratta di cose o persone molto piccine. Abbiamo avuto tanto da fare che non abbiamo neppure ascoltato il cd con la voce di Valerio Magrelli. Ho riportato anche un quarto libro. Credo che ci piacerà.
05/12/2006
... arriveremo a Roma
Non mi sento molto bene stasera. Anzi, non sto bene per niente.
Dentro alle ossa circolano dolori, starnutisco, ho perso la voce, proprio adesso mi è scaduta la licenza per l’antivirus e l’aereo di domani è Alitalia. L’altra sera, ho letto, è partito con due ore di ritardo: per un’anomalia hanno fatto scendere i passeggeri già imbarcati che hanno rischiato di non partire fino all’indomani mattina. Ma, invece, l’aeroplano è stato tappullato. Una fortuna. Già.
Allora: prenditi un brufen, prima di dormire, vai a scuola, domani, e poi prepara il valigino. Lo so lo so, che preferisci il traghetto, che una tempesta in mare, eventualmente, ti fa vomitare ma non di paura come le turbolenze dell’aria, ma che ci fai se stavolta la tua meta non è la Spagna o le “isole maggiori” e non puoi partire dal tuo porto? Forse sarebbe stato meglio il treno. Non lo potevi sapere, quando hai prenotato il viaggio, che ti sarebbero saltate le corde vocali e che non fumare per cinque-sei ore ti avrebbe fatto solo che bene. Comunque. Speriamo che non ci voglia altrettanto dal check in all’uscita dalle porte girevoli laggiù. Speriamo che all’arrivo sia ancora presto e che non piova, come qui sta improvvisamente facendo adesso. Speriamo che proprio domani non diventi inverno. Speriamo di tornare prossimamente davanti a questo schermo. Dopotutto è una fiera. Dopotutto ci stanno i libri e gli amici. Dopotutto è una prima volta.




