30/01/2007
29/01/2007
Garbuglio

Non sono le cose da dire a spingere la scrittura, sono le parole. E non sono ancora arrivate le parole che cuciano insieme (a che servono i bàndoli, altrimenti, a che serve non perdere il filo?) le cose che premono e che vengono sempre da dentro, dal luogo che ri-corda e che ri-conosce. [C’è che dovrei filare sottacqua, ritornare alla muta, riascoltare le bolle, recuperare il tesoro, far andare d’accordo, contro ogni mito, Poseidone ed Atena]
E c’è sempre questa immagine incongrua, che ritorna da ieri, questa scena di sesso extraterrestre che è l’unica cosa che ricordi di quel film visto una volta sola, quando ero ragazza. Questi corpi che si sfregavano come due saponette a mollo e come due saponette a mollo si scioglievano e si saldavano insieme. La schiuma riempiva lo schermo. Solamente questo dell’Uomo che cadde sulla terra e il dubbio che sia falso del tutto.
Ci sono poi, sparsi da giorni fra la mente ed i file, pezzi di un testo inesistente sulla religione del Lavoro, che l’unico dio a cui credono in tutta la terra padana. Ci sono commenti a frammenti su libri che pretendono di credere ad altro. Ci sono giorni di memoria e lezioni sul nazismo da manuale: “L’ideologia propagandistica del lavoro fu una di quelle su cui il regime nazista batté con più forza, sia nei confronti dei cittadini tedeschi (essere senza lavoro, disoccupati, era considerato un vero e proprio delitto contro la Germania) sia rispetto agli oltre 14 milioni di stranieri che, come vedremo ...” C’è un film del tutto necessario che lega a filo doppio e a punto croce sessant’anni di storia (e di lavoro) e che parla una lingua così intensa e così forte che non puoi fare altro che ascoltare. [In silenzio ho ricercato fra le pagine quelle parole di Levi messe sotto (sommesse) alla tragedia di Chernobyl ripresa da Ferrario. Ancora non le ho ritrovate, ma è perché non è ancora arrivato il momento di rileggerla intera, La tregua]
C’è che ho scritto un’ennesima lista della spesa e che mi mancano Ventimila leghe sotto i mari e Le origini del totalitarismo. [Oggi li ho comprati e ho persino portato mia madre, che non c’era mai entrata, in una libreria Feltrinelli che così faccio in fretta i miei acquisti e lei guarda gli scaffali come al supermercato. Mi sento più a posto, adesso, che ho trovato il tempo di passare una domenica con i suoi lunghi ottant’anni.] C’è ancora, c’è dell’altro. [Una passeggiata breve, sotto casa: dietro un gomito di strada di sole, un mulino, le oche ed il bosco, cacciatori e taglialegna coi cani. Mi chiedo quanti di quelli che vivono a un chilometro da qui lo sappiano, di questo posto. Ci diciamo della nostra fortuna, del nostro vivere in questa striscia di mondo al cospetto del monte e del mare dove le cose sorprendono ancora, così chiare e divise senza essere slegate e lontane. Mi parli di quello che hai scritto]
Mentre aspetto, stamattina rimetto insieme i giornali non letti, per farne il solito fascio destinato al riciclo. Su due pagine del 17 gennaio, Paolo Rumiz racconta del suo rifare a spezzoni la strada di Levi. Insieme a una parte delle parole sommesse che sto ancora aspettando, trovo un filo, un bandolo, tutto ancora da smatassare. Adesso forse posso iniziare a sciogliere e, forse, un giorno, iniziare a legare:
Il Leonardo da Vinci da Monaco sferraglia tra i meli della Val d’Adige. La carrozza 256 è a pezzi, una porta automatica chiude male e a ogni fermata il guasto è segnalato da un insopportabile sibilo intermittente. Ma il peggio comincia dopo Verona. Nel convoglio per Milano zeppo come un uovo grava un surreale, teso silenzio. Dietro a quel silenzio, ore e ore, giorni e giorni di ritardi accumulati. Ore e giorni di vita rubati agli italiani. Accanto alla linea, l’autostrada è piena di gente ferma in una nube azzurrina di ossido di carbonio. - Li vede quelli? – ghigna un passeggero, - voterebbero anche Hitler pur di cambiare vita -. Pioviggina, la Padania sembra la Polonia. File di stranieri che tornano dal lavoro a piedi, in mezzo a pollai come discoteche, discoteche come banche, banche come supermercati e supermercati come macelli industriali. Tutto è capannone e smog.
26/01/2007
Il giorno prima

Secondo me l'hai fatto apposta. Non potevi aspettare domani, anche stavolta? Così li hai mandati in confusione. Proprio stavolta.
Tanto ti piaceva la compagnia affettuosa, la confusione del lavoro e degli amici, altrettanto ti stralunava l'ufficialità. Reagivi facendo l'inadeguato gentile, il tenero fuoriposto, il sorridente compiaciuto ma un po' timido, sapendo che così a intimidirsi sarebbero stati gli altri, che si sarebbero messi solleciti a cercar di trarti d'imbarazzo. E tu, il Maestro benevolmente (ma anche no) invidiato perchè protetto dalle muse, cercavi appena possibile qualcuno che ti traghettasse via, verso Castelletto, mentre sussurravi di sbieco una battuta maliziosa e centrata all'indirizzo di qualche trombone.
Il solito trickster.
Ciao, Lele.
E, a proposito: grazie.
22/01/2007
Relazioni pericolose sopra un westoestlichem divan


13/01/2007
Inutile tacere
Inutile nascondersi dietro al dito della facoltà di non scriverne, dietro al "silenzio degli innocenti", dello snobismo ipocrita di non parlare per distinguersi dalla massa mediatica, per non alimentare morbosità e impotenza. Inutile guardarsi in giro per trovare qualcos'altro - e ce ne sono, uh se ce ne sono, di argomenti "carini" "importanti" simpatici essenziali, di iniziative di rilievo, di pensierini e pensieroni alleggerenti o fondativi! Niente. A me i fatti di Erba hanno sconvolto come nessun altro fra i delitti atroci mediatizzati e che hanno a lungo bussato, molesti, di tempo in tempo, porta a porta.
Quando caino non rivela sulla fronte il suo stigma, quando la banalità del male non abita in un libro di storia o di filosofia, e nemmeno in un consolatorio noir.
Non è in questione la suprema capacità dissimulatoria del demonio che tutte le grandi religioni conoscono bene. La questione è "io". La questione è che anch'io sono una "vicina di casa". La questione è che un tempo ho pensato che avrei dovuto fare un corso di sparo, anzichè di fitness e di cucito, perchè non è infrequente che in casa mia, di notte, io abbia paura di rimanere sola. Perchè non ho allarmi nè porte o finestre blindate ma non ho intenzione di metterle. Perchè preferisco sfidare il rischio dell'intrusione e farmi bastare un misero chiavistello piuttosto che correre il rischio di avere un'arma in casa che so che sarei anche capace di usare. Conosco la paura e i suoi orrendi trabocchetti.
Quando a scuola parlo della Shoah a giovani menti che non sono le migliori della nazione ma le più comuni, i miei vicini di casa, e incontro le comuni frase fatte di orripilata censura e smarrita deplorazione, chiedo sempre se, trovandosi ad essere, per caso, lavoratori polacchi in tempo di guerra, chimici, ad esempio, o idraulici, e sapendo che, date le circostanze, il proprio lavoro nella fabbrica chimica della Tesch&Stabenow, in località Auschwitz, è quanto resta per dare alla vita della propria famiglia una parvenza di normale sopravvivenza, essendo, l'alternativa, la reclusione, la morte, il ciclo dell'orrore sula propria pelle e quella dei propri cari, chiedo sempre, dunque, date queste circostanze, se sarebbe così difficile continuare a lavorare alla produzione di Zyclon B. In diversi anni di lezione, mi hanno risposto che si sarebbero rifiutati un numero di studenti pari all'uno per cento del totale a cui ho posto una domanda alla quale io stessa, lo ammetto a chiare lettere, non saprei rispondere.
Chi può dire, davvero, se non sarebbe capace di appartenere all'orrore?
Ecco perchè, adesso, riporto il commento che ho lasciato a questo post di Arden e alla sua dolente riflessione sulla fratellanza umana.
"Quoto interamente, arden, il tuo commento n.15. E aggiungo una cosa, anche in relazione a un tuo commento che hai lasciato da brian (non è OT, dato l'argomento). Siccome, insieme all'orrore per il fatto, anch'io ho provato un terribile e angosciato disagio per i commenti dei vicini e conoscenti leggendo su Repubblica lo stesso articolo che hai riportato qui al n.13; siccome, poi, credo anch'io che quel tessuto sociale, che vedo estendersi in tutte le expovere e ora opulente province del nord, quel piccolo borghesismo pavido e meschinamente incline a un ordine meschino e a un benessere senza bene, sia il terreno di coltura di questi fatti terrificanti; siccome mi accorgo che persino davanti a una strage di questa portata non si riesce facilmente a guardarsi allo specchio e a interrogarsi sul proprio cuore, allora io mi chiedo: è possibile provare pietà non solo per le vittime, quelle morte e quelle rimaste vive ma quasi morte dentro (i padri-mariti con le loro automatiche e impotenti reazioni), ma anche per i carnefici e i loro inconsapevoli complici? Pietà, dico, che non significa "perdono" o "indulgenza" nè "giustizia". Potrebbe significare "compassione". Dico per me: nel momento in cui io punto il dito accusatore non solo su quei coniugi ma sull'ambiente che li ha alimentati, non rischio di chiamarmi fuori? E se non mi chiamo fuori, come posso salvarmi dallo smarrimento senza ricorrere a schematici concetti difensivi?
Non è eccessivo l'accostamento di Sofri ai pogrom. Non lo è per me che, davanti alle reazioni dei concittadini, ho pensato subito alle visite a cui gli alleati obbligarono gli abitanti dei paesi vicini ai campi di sterminio, una volta che questi ultimi furono tragicamente scoperti. "
07/01/2007
Cose di casa
House, sweet House
Dunque, il dottor House piace per qualche altro motivo ...
04/01/2007
E dunque spero promitto e iuro
che ad amici, parenti e conoscenti di rete (beh, per qualche conoscente, si farà forse eccezione, ogni tanto) non verranno mai tirati i piedi nel buio e a tradimento da un altro mio nick fuori che questo, salvo che gli stessi, o almeno alcuni, adeguatamente dotati di licenza di espandere, non vengano debitamente edotti e resi cogniti dell’ologrammatica epifania.
Nel pieno possesso delle mie irretite facoltà


