Parole ad affetto
I.
Mi hanno sempre detto che avevo quattro anni, quando imparai. Ma qualcosa era già accaduto, prima. Prima che mi ammalassi, prima che fosse, penso, inverno. C'era il sole, prima, e, forse, era pomeriggio. Il giornale era aperto sul tavolo. Era "Il Giorno", su questo non ho dubbi, perchè mio padre, a cominciare dalla sua prima uscita, lo acquistò per anni. Gli piaceva che l'avesse fondato Mattei; a lui piacevano quegli imprenditori che immaginava illuminati e indipendenti, coraggiosi e alla mano, con cui gli pareva, da ingenuo ex sindacalista socialista, che si potesse trattare da uomo a uomo. Insomma, le due pagine aperte erano enormi, come ali d'aquila, come lenzuola matrimoniali. Ero stata accolta da mio padre sulle sue ginocchia, ospitata nel cerchio delle sue braccia. La mia schiena contro il suo petto, le manine esploravano lo spazio fra i suoi polsi, il giornale sotto di noi.
L'omino della Michelin era una buffa figura a tutta pagina, bianco dai profili neri accennava a un cammino di buon passo sullo sfondo regolare di un rettangolo grigio.
"Cos'è questo?", il ditino puntato su un segno che doveva pur avere una sua consistenza.
"Emme. Emme, come l'iniziale del nostro cognome."
"E cos'è questo?" "I. Lo senti? Miii--sclèn!"
Mmmm-iii....mmm-iii...M-mi...!! Lo sentii, con le orecchie e con gli occhi.
Il resto lo vedo ancora: il pupazzo di bianche camere d'aria e la scritta, in alto, in cima alla pagina. E le mani grandi di mio padre.
Imparare a leggere fu, però, un'altra cosa. Una cosa "contro", una cosa "per". Non certamente una cosa "con".
Anche se avvenne, forse, perchè qualcosa era già accaduto, prima.
II.
La bambina ha la febbre e non può rimanere nella sua stanza, così fredda. Meglio portare il letto nella sala da pranzo, quella con il buffet e il controbuffet (ma qual è l'uno e qual è l'altro?), con il tavolo ovale, dal piano di marmo rosa-verde e sottile. E' una bella stanza, con l'arredamento nuovo e lucido, all'inglese. E poi è calda perchè si trova fra le due cucine, quella del nostro appartamento e quella dei vicini e nelle cucine funzionano le stufe. La nostra è a carbone, di smalto, e fa un gran bel fuoco (ma attenta, stai lontana!); quella dei vicini funziona anche a legna e loro ci cucinano il minestrone in pentole di terracotta. O di alluminio.
La bambina ha la febbre ed è sola in quella stanza, tiepida e nuova. La bambina chiacchiera, come al solito. Se la mamma la sente di là, in cucina, allora anche lei è tranquilla. Se la bimba ha bisogno, se vomita, ad esempio, o se delira, la mamma in un passo è lì.
La bambina non ha bisogno di nulla, si racconta le favole da sè, ha una buona memoria e conosce per intero la fiaba di Cenerentola, da "C'era una volta" a "Fine". Il libretto con le figure è sul letto. Ogni pagina una figura. Sotto ogni figura le parole che raccontano la storia quando la mamma gliela legge. La mamma è in cucina e non ha tempo di leggere niente. La mamma ha da fare. La bambina deve stare da sola, sul letto. Cenerentola è una storia così bella. Cenerentola non ha la mamma. E la matrigna la maltratta. E' così, la storia.
"C'era una volta..." C-e-r-a-u-n-a-v-o-l-t-a....C-e-r-a... ...u-n-r-e...C-e-r-a... ..e-l-a-R-e-g-i-n-a-m-o-r-ì... ... E' così, è così, è così la storia! Mammaaa!!! Ascolta!! Ascolta, mammaaaa....!
Senti, mamma. Te la racconto io, la storia. Non devi leggerla, mamma. Vieni. La mamma è seduta sul letto, il libretto fra le mani. Ma dài, che la sai a memoria...E qui? Cosa c'è scritto qui? Volta altre pagine in fretta. E qui?
E qui?...
La mamma ha uno sguardo brillante e un accenno di sorriso rosa fra le guance. La mamma, forse, le aggiusta con la mano la frangetta sudata.
Mettiti giù, adesso. Guarisci!
di caracaterina | 27/07/2003