10/07/2005

Grey lines

Mentre una si compra una nuova macchina vecchia e l’altra sta per tornare dai suoi zonzonamenti fiamminghi, qui si sta sospesi tra una fine-lavoro e un inizio-vacanza (di lavoro, in parte): un po’ surplace, un po’ salto (chè i vuoti son intermittenti e il piede non è saldo, non è), un po’ suspence. Un po’.

Mentre il tipografo lavora – ma mai di domenica -  alla stampa dei tre libri, il nostro sito tace, per ora. Questo blog-non blog. Questo piccolo mondo di letteratura grigia applicata.

Lo so che sconcerta, che perplime. Soprattutto, ma non solo,  chi non frequenta il mondo dei blog  (ovvero i più, fra le conoscenze di chiunque)  resta basito dagli Appunti, da questo linguaggio senza esplicazione, da questa installazione senza comunicazione, da questo non dire che si mostra.

E’ questo il modo di vendere libri? ci viene chiesto.

Forse no, ma questo è il nostro modo per farli, i libri.

Un modo del tutto coerente con due ambiti: il primo, in un certo senso più tradizionale,  è quello della già citata letteratura grigia  (aspe’, adesso arrivo); il secondo, tutto sperimentale, ha a che fare con questo non-luogo che è il web, che, in quanto non-luogo, genera non-storie. (D’accordo, sembra tutto un gioco di parole ma  verrà un post, un giorno, verrà… Lo sto ancora cercando ma lo scovo, lo scavo, lo in-venio, lo invento, lo invio. Soprattutto adesso, che i non-luoghi sono la nostra casa, come avverte intelligentemente Antonio Sofi, c’è bisogno di voci che riscattino il brusìo, che dichiarino azione la ridondanza, che trasformino la scrittura on-line in scriptura activa. Non si tratta di sostituirsi alla scrittura su carta, chè altrimenti Untitl.Ed non sarebbe nata,  ma di trasferire su carta il portato della scrittura in rete, di fare un salto dal virtuale – dal potenziale, in tutti i suoi sensi – all’att/ent/ivo, di costruire una torre di Babele già crollata come quella che ha fatto Brueghel).

Dicevo? Letteratura grigia, dunque. Un po’ triste cercare sui siti italiani una qualche luce. Ne hanno parlato Riccardo Ridi e Fabio Metitieri qui  ma senza togliere a quell’aggettivo, “grigio”, la sua patina di  malinconia impiegatizia e scostante. Va  meglio sul sito della New York Academy of Medicine, se uno vuole delle definizioni. E  si brilla  con freschezza atlantica qui, dove non solo ci si lancia  ad associare il grigio di questo insieme di scritture al colore della materia cerebrale dove sta il lavorio dell’intelligenza umana, ma  ci si spinge oltre il lirismo, con un’ingenuità che fa sorridere ma che testimonia anche l’importanza e il piacere di un lavorare non approssimativo né cialtronesco.

 

Come si arriva a un prodotto finito? Qualunque sia il prodotto: una relazione tecnica, il risultato di una ricerca, una pizza con le melanzane, il testo di una lettura, un divano a tre posti,  un progetto urbanistico, un vestito da sera, una rappresentazione teatrale, un libro. Tre libri. Tre titoli.

Come è fatto il lavoro che ci sta dietro? Non nel senso di stabilire una procedura standard, un libretto di istruzioni per il montaggio, un ossimorico  manuale della creatività  ma  in quello che lega il lavoro al senso stesso del suo farsi: una vita activa fatta di relazioni - prima ancora che di operazioni - di dialoghi, di pensieri abbozzati, stesi, scartati, ripresi, di analogie che diventano sequenze.

L’insieme delle scritture catalogabili come letteratura grigia rappresenta le risposte a quelle domande lì.  E il sito di Untitl.Ed vorrebbe  rappresentare un esempio  applicativo di questa particolare fase di non-narrazione del lavoro, di questa opaca trasparenza:  non è la luce bianca del prodotto finito, non è l’oscurità dell’ideazione e dei primi barbagli, è la pellicola silicea e intermedia  di una pratica e di incontri.  

Anche se mi viene in mente Cattedrale di Carver, è da Pirsig, dallo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta che trascrivo queste citazioni a proposito delle istruzioni per il montaggio di un barbecue:

 

“(…) a casa ho un libretto di istruzioni che apre grandi prospettive al miglioramento della prosa tecnica. Comincia così: “Il montaggio della bicicletta giapponese richiede una grande pace mentale”.

(…) Per la tecnologia c’è un solo modo di fare le cose, e quindi è ovvio che le istruzioni comincino e finiscano con il barbecue. Invece, dovendo scegliere tra un numero infinito di modi per montarlo, bisogna prendere in considerazione il rapporto tra te e la macchina e il rapporto tra te e la macchina e tutto il resto, perché la selezione, e con essa l’arte del lavoro, dipende tanto dalla tua mente e dal tuo spirito quanto dalla materia della macchina. Ecco perché ci vuole la pace mentale”.

 

E perché il nostro sito, come si può vedere,  non si attiene alle istruzioni.

di caracaterina | 10/07/2005
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