13/02/2006

Riflessioni di un palombaro [1]

Per vari giorni mi ha invaso l'afasia e ho respirato subacquea col boccaglio della memoria, immersa in un liquido salino nutritivo e impedente come nutritiva e impedente era la muta da palombaro che mi rivestiva. Ero salita e discesa, prima, lungo il canale del vento dell'Ovest - dove scorrono acque di neve e di schiuma saracena, e voci occitaniche, celtibere e magrebine, ed echi di sartie e di campanacci, e aromi di formaggi e di olive, e si trasportano sale e lamiere, vetro e caucciù, nocciolati e carta e piombo - come se fossi chiusa dentro al tubo di un caleidoscopio gigante, lungo tre ore, sette giorni e nove secoli, da Torino alla Foce del Bisagno, dove il mare mi ha trattenuta sul fondale.

E quel che conta è che è stato tutto lavoro. Come è lavoro armare una nave, lastricare un sentiero, costruire una casa, disincagliare un'ancora, giocare a ore con un delfino da vetrina. Come è lavoro fare un libro, organizzare una fiera, aprire le olimpiadi, fabbricare un carro di carnevale, allestire una mostra, analizzare provette, far uscire una rivista, preparare la farinata per la gente che passa per strada. E dopo le voci del lavoro, - lo sciabordio delle acque contro lo scafo, lo sferragliare su rotaie in galleria, il ticchettio di passi comuni sui lastroni e delle dita sulle tastiere, il grollio del respiro con le bolle, l'attrito sonoro del sale e del ghiaccio sui pneumatici - le pause del silenzio.

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Ho risciacquato lo scafandro, risistemato gli attrezzi e ripulito il cantiere, l'officina, il capannone, la cartiera. Ho chiuso per un po' per fare l'inventario. Parola fertile e policroma, ordinata ed esplorativa del cosmo essenziale in cui ciascuno si ritrova ad abitare.

E sempre ho ritrovato la vita activa, la consorteria del lavoro, l'organizzazione del fare. Anche là dove non sembra, anche a partire dal Codex Seraphinianus, ad esempio.

In questi giorni di bombole, sfiatatoi e riordino, infatti, ho ripercorso il corridoio che avevo lasciato deserto del magazzino quotidiano e, dalla pagina di Repubblica del 5 febbraio, in cui Pino Corrias presentava l'Enciclopedia dell'altro mondo di Luigi Serafini, sono risalita al primo numero di FMR, del 1982, frutto di una collezione interrotta di primi numeri di riviste. C'era Italo Calvino, allora, a decifrare proprio l'Orbis Pictus di quel giovane architetto, enciclopedista del potenziale: astrazione, metamorfosi, teratologia, macchine folli, codici e universi di segni differenziali. Una rigorosa gratuità in cui “L'anatomico e il meccanico si scambiano le loro morfologie: braccia umane, anziché in una mano, finiscono in un martello o in una tenaglia; gambe si reggono non su piedi ma su ruote. [...] In altre tavole vediamo come a distendere gli arcobaleni in cielo è una specie d'elicottero, il quale può disegnarli nella classica forma a semicerchio ma anche a nodo, a zigzag, a spirale, a stillicidio. Dalla fusoliera a forma di nuvola di quest'apparecchio, pendono, appesi a fili, tanti di quei corpuscoli policromi. Un equivalente meccanico del pulviscolo iridescente sospeso nell'aria? Oppure degli ami per pescare i colori?”

Leggevo, mentre ripulivo il vetro della maschera ottica, e pensavo: venticinque anni fa, con questo linguaggio in fondo ancora del tutto debitore all'Ottocento e ai primi del Novecento, da prima o, meglio, da seconda rivoluzione industriale, negli anni '70 e '80 del XX secolo si andava dunque elaborando in parole opere omissioni e segni il distacco tra un vecchio modus operandi e travagliandi e laborandi, fatto di corpi che faticano alla pressa e sudano nero accanto agli altiforni o sotto l'acqua ad ancorare cementi, e un nuovo mondo, allora ancora solo ipotizzato sulla base di indizi, ancora di là da venire, e che adesso è qui, ed è questo nostro, cyberumano e virtuale, dove il lavoro ha forme chimeriche e sfuggenti, sia nella pratica che nella grammatica, sia nell'operare che nell'esito oggettuale.

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(continua)

di caracaterina | 13/02/2006
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