13/02/2006

Riflessioni di un palombaro [2]

qui [1]

Venticinque anni fa, mentre nelle strade erano appena saltati il porfido, l'asfalto e il piombo, nelle gallerie del treno si erano arrotati corpi ed erano esplosi vagoni, nelle fabbriche si erano smantellate catene e svuotati reparti, nei porti i ganci arranfavano l'aria e sfilacciavano gomene, nel palazzo si congiuravano lettere, assegni, segreti tabulati, omissis interni e omicidi, mentre le migliori menti della nazione si erano sgolate su una spiaggia e si annacquavano il sangue nell'età e nella cosmoagonia, venticinque anni fa, le lingue e le mani di chi stava guardando passare la rivoluzione, quella vera, quella che trasforma il tempo, lo spazio e la materia, tentavano (a tentoni) un novum organum, cercavano di inventare altri alfabeti che governassero il dopo, il terzo millennio e un secondo millenarismo. Gli intellettuali, gli scrittori italiani non avevavo ancora finito di raccontare il cambiamento che le coordinate ad Arcetri saltavano digià e senza che nessuno avvisasse per tempo. Eravamo tutti arrivati ultimi alla modernità e già sbarcava in aiuto del nuovo, venuto da fuori, come sempre in Italia, da cinquecento anni in qua, il postmodernismo.

Dopo aver superato l'Atlantico e conquistato Orleans e Notre-Dame, un postmodernismo ormai licenziato a suo tempo sui banchi di prova, ha dunque pervaso coloro che erano ragazzi di scuola negli anni Ottanta e poi nei primi Novanta, - lo so perchè c'ero, da questa stessa parte della cattedra in cui mi trovo oggi, imbarcata già allora su un titanic inconsapevole. Studenti studiosi e minorenni si preparavano a un tipo di lavoro appena conosciuto dai padri, sapendo già che, invece, avrebbero trovato tutt'altro, e si formavano veloci e frastagliati, ritorti man mano fra Italia1, P2 e Rai3, nel pastiche non cercato e nel nonsense non riflettuto, nel dato di fatto dei fatti scomparsi e dei dati truccati. Non potevano far altro che succhiare la crosta speziata – senza gustare la ben diversa e sostanziale polpa – di echi e calvini, sfiorando - senza poterli ovviamente toccare - materiali immaginari e respirando, leggeri come polveri sottili, strutturalismi e formalismi, insieme ai primi balbettii dei nuovi codici informatici e alle biblioteche babeliche, cieche e argentine. Travolti da ingovernabili turbini di alfabetieri, da uno tsunami di lessicografie frantumate, fra i trenta e i quaranta sono finiti naufraghi su una costa silicea di pixel e conchiglie spezzate, di sezioni auree superflue e superstiti, di mescolanze di lettere e voci. E di lavori flessibili come sartie spezzate, in una pletora di progetti senza una progettualità, di contatti senza solidità né solidarietà, di contratti senza potere. La nave della lingua sensata si era inabissata, si erano spezzati gli alberi maestri ed erano morti i maestri d'ascia e ciò che è rimasto, ancora - ed è ora che se ne faccia qualcosa - sono rimasugli di segni da ricombinare in estenuanti elencazioni apocrife di parole-cloni.

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Chiudo la porta stagna e rientro a respirare senza rumore e a bocca liberata. Muovo le dita senza guanti e scrivo. Di noi. Che siamo qui, e in molti casi non più solo a immaginarci. Molti blogganti, lo si vede, lo si sente, lo si legge, vengono da là, da allora, da quel naufragio rivoluzionario che, però, non è il naufragio della rivoluzione ma, semmai, la sua vittoria. Perchè: cos'altro è, la rivoluzione, se non un travolgere antichi bastioni e bastimenti, uno scompigliare classi e sintassi, un frantumare tavole della legge e rovesciare capi e capocce, un rovinare di modi e di mondi di dire e di fare, un'iconoclastia che non fa piazza pulita ma che la inonda, la piazza, di resti e divisioni, un tracimare che, rifluendo, lascia detriti inutilizzabili e da riutilizzare?

Che fare? non è una domanda che governi la rivoluzione quanto piuttosto un problema che accompagna il “dopo”, la ricostruzione del cosmo. Lavorare. Penso dico e scrivo. Ecco che fare. Riprendere il legame con la realtà che ha dimensioni materiali di spazio e di tempo, forse purtroppo forse per fortuna. E riprenderlo da qui, questo contatto, da questa costiera apparentemente immateriale e immaterica, decostruita e ingombra, piena di vuoti carsici e di forme fantastiche. Eppure anche qui si può avere un progetto, e non solo una proiezione, si possono conoscere e riconoscere i materiali da costruzione, col-legare insieme le risorse e riorganizzarle.

Il Codex Seraphinianus, dicevo, e un N.1 di una rivista del 1982. E l'organizzazione del fare. “Fabbricazione” sta scritto nel colophon di questo conservato FMR, che presenta al mondo tangibile del cambiamento il testo calviniano, e che è una rivista fatta consapevolmente di segni già (o ancora) sensati perchè sensoriali, ovvero oggettuali e perciò capaci di nuotare senza affogare nel mare dell'oggettività. Sotto il titoletto evocativo del lavoro è stampata una parte di quelli che oggi si dicono “credits” e che recita così :

“Questo primo numero è stato stampato a cinque colori presso le Arti Grafiche Amilcare Pizzi a Cinisello Balsamo e rilegato con filo di refe dalla Legatoria Padana a Cologno M. I testi sono stati composti in caratteri bodoniani dalla CPF Novitype. Gli impianti offset sono stati eseguiti dalla Fotoincisione Bassoli. La carta, patinata lucida da 115 grammi, è stata allestita dalle Cartiere Donzelli.”

Non ho mai più trovato in un prodotto editoriale, in un oggetto considerato come frutto di un lavoro intellettuale (mentale? spirituale? iperuranico?) una tale attenzione e un tale rispetto per il lavoro materiale. Franco Maria Ricci aveva ben chiaro, a rivoluzione già avviata, che non si danno cambiamento - né bellezza come virtù civica né forma - senza riguardo per la materia concreta e per l'opera. E che non c'è scrittura né segno che ne possa prescindere, pena il naufragio e la stasi stuporosa. E che l'insignificanza è un inganno dell'indifferenza e dell'indifferenziato. E che non c'è alcuna necessità nel nulla e neppure nel cosmo ma che allora, tanto vale scegliere il secondo. E costruirlo con la serietà di chi ama quel che fa. Perchè si è quel che si fa.

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(continua -2)

di caracaterina | 13/02/2006
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