13/04/2006

Le figlie degli operai

Come ti vestirai, Sabina, per il tuo primo giorno a palazzo? Lo so che non è questa la domanda giusta da farti  e che la mia frivolezza forse al tuo palato ha il sapore di una santanchè  ma  non me ne viene altra se penso a una festa. Sbaglio anche adesso, credo. Per te è un servizio, una testimonianza (e sappi che non scrivo affatto leggermente questa parola così gravida, così tragica), un impegno di lavoro. E forse proprio per questo sarà deludente, sedersi fra quei banchi. Tu magari credi che proprio il tuo voto farà sempre la differenza e invece scoprirai tradimenti, pianisti, pizzini, chiacchiere e distintivi. Lo sai già, lo sai bene. Lo sappiamo. Ma viverla, l’esperienza, è differente. E questo, fra noi due, fra noi tutti, lo puoi sapere solo tu.

E rimpiangerai la palestra di scuola e la salita di Oregina, persino i collegi dei docenti, rimpiangerai. 

O, invece, a palazzo sarà proprio quell’inconcludenza, quell’ammuina senatoriale, saranno quei compromessi, quelle voci di corridoio e le scampanellate del presidente che ti faranno alzare in piedi e domandare la parola finché non sentirai scandire: Sabina Rossa chiede di intervenire. Ne ha facoltà! 

(Sono un delegato dell’Officina Centrale, prendo la parola per la prima volta anche perché i monopolizzatori del microfono lasciano ben poco spazio agli altri delegati. Anche se dopo lunghi comizi, magari ripetendo le stesse cose, con toni di voce diversa sollecitano coloro che intervengono raramente. ... Dopo questa premessa  vorrei dire due parole sull’Officina. Nell’Officina l’applicazione delle 40 ore è una realtà e il lavoro straordinario è veramente eccezionale e comunque è controllato dai delegati. Per gli organici il problema è più complicato , tuttavia, da quando funzionano i delegati, l’organico si è sviluppato notevolmente. Anzi, probabilmente caso unico, da quando, durante le lotte, la Direzione aveva chiuso le assunzioni, in Officina è stato assunto un alesatore) 

(Qui inizia e qui finisce probabilmente, la mia carriera di sindacalista – dice. Poi si schermisce: - Avrei voluto rimanerne fuori … ma mi hanno messo alle strette, dicono che parlare solo non basta! E allora sin dal  primo giorno sono partito all’attacco. Tanto per tre o quattro anni non possono buttarmi fuori!) [***] 

Come attaccherai, Sabina, tu, quasi la più giovane eletta al Senato, l’ultima arrivata, la figlia di un operaio? Come voterai? E cosa firmerai, con quel nome da anni Sessanta e quel cognome così impegnativo?

La prima volta che ti sentii nominare fu dalla madre dello studente con cui stavo allora. Tutta gente del CAI, che andava in montagna con tuo padre e che pensò subito a te, in quella giornata d’inverno che durava da dieci anni e che per te fu la più fredda. Tu il mio nome non lo hai sentito mai, e, lo so, è una pura sciocchezza chiederti di nuovo come ti vestirai ma, sai, è anche il mio corpo quello che tu ti porterai addosso quando entrerai a palazzo, ed entrando con te penso che vorrei essere elegante, con un tailleur rosso, ad esempio. Ma forse il tutto è poco discreto.

(Siamo stati la prima settimana di febbraio a Canazei. Ho fatto delle discrete fotografie e dei bellissimi giri in sci con alcuni amici dell’Italsider. Sabina ha imparato a scendere a spazzaneve. Spero proprio nel prossimo anno di portarla con me in montagna.)[***] 

Insomma, adesso te lo chiedo bruscamente, senza manfrine: quando schiaccerai quei pulsanti pensa alle mie mani come tuo padre alzava la mano pensando a quella del mio, a quell’uomo più anziano, confuso in mezzo agli altri undicimila che vivevano nello stabilimento. 

Mio padre quasi in pensione, io con qualche anno più di te, non siamo venuti in piazza, il 27 gennaio 1979, sotto tutta quella pioggia. Non stavamo fra quei duecentocinquantamila ma ci siamo fermati ciascuno dove eravamo, come si fermò tutta la città, e guardammo la televisione la sera. Guardammo il diluvio, la piazza, Pertini, Lama, Berlinguer, perché tuo padre non avremmo mai più potuto guardarlo.

Dopo qualche mese, mi iscrissi al CAI. 

(Ricordo la manifestazione dei metalmeccanici   a Roma del 2 dicembre del 1977, nemmeno dieci mesi dopo l’assalto degli autonomi all’Università. Come gruppo Italsider siamo assegnati alla vigilanza del palco dove, anche stavolta, parla Luciano Lama. Alla fine del comizio, quando i più sono già sulla via del ritorno, gli autonomi ci aggrediscono con nutriti lanci di pietre grosse così. Mentre molti si riparano in modo scomposto, mi colpisce il fatto che Guido rimanga fermo, quasi immobile. “Ma non hai avuto paura?” gli chiedo più tardi quando siamo già sul treno che ci riporta a casa. 

“Se perdessi la testa quando c’è pericolo non avrei mai fatto un passo in montagna”, risponde.) [***]

Terza nella lista dei DS al Senato, quando sarà il tempo (e il tempo verrà, oh, eccome verrà!) entrerà a Palazzo Madama, per la circoscrizione ligure dove ancora non sono state trovate schede nei cassonetti, Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, operaio figlio di operai, alpinista, iscritto al PCI, sindacalista CGIL, che le Brigate Rosse, nella persona di Riccardo Dura, uccisero a sangue freddo alle 6.40 della mattina del 24 gennaio 1979, mentre stava mettendo in moto la sua auto per andare allo “stabilimento”.  Aveva scoperto Francesco Berardi  mentre distribuiva di nascosto volantini BR in fabbrica e testimoniato al processo. Berardi fu condannato a quattro anni e, prima di uccidersi nel carcere di Cuneo, raccontò particolari sulla colonna genovese delle BR  tali da  incastrare prima di tutto Enrico Fenzi, che era stato mio stimato docente di letteratura italiana all’università e che, nello sgomento generale di noi studenti e sciocchi “fiancheggiatori”, confessò di aver partecipato al gruppo di fuoco che aveva gambizzato il dirigente Ansaldo Carlo Castellano nel 1977.

La mattina in cui morì suo padre, Sabina, sedicenne, si preparò come al solito per andare a scuola, uscì dal portone nella fretta insonnolita del ritardo e, andando a prendere l’autobus, passò accanto all’auto parcheggiata in strada in cui suo padre stava riverso appena ammazzato. L’angelo dell’adolescenza fece in modo che non si accorgesse di nulla. 

di caracaterina | 13/04/2006
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