17/04/2006

Ich bin ein Kommunist. Ovvero: del blocco del narratore

In un commento all’interessante articolo di Andrea Inglese in Nazione Indiana, postato anche in Vibrisse, Mozzi lamenta che politici e cultura della sinistra non sappiano porsi davvero il problema fondamentale di come  contribuire a  “cambiare storia”.  E questa sua osservazione converge con quelle di Inglese là dove quest’ultimo si chiede se la sinistra abbia un “sogno, un progetto alternativo”. La sinistra, scrive Inglese, “dovrebbe osare. Osare nell’idea e nel progetto. Aprire laboratori e cantieri non di marketing politico, ma d’osservazione creativa, (…) la sinistra dovrebbe ascoltare. Ascoltare chi l’ha votata prima di tutto. E chi l’ha votata dovrebbe ascoltarsi, a sua volta.”

1. Uff, quante storie! Quante palle!

Ora, la faccenda della “storia” da narrare è davvero fondamentale. Infatti, alla luce dei risultati elettorali, anche solo leggendo  i commenti agli articoli che pongono il problema,  nelle voci dei pochi ma agguerriti elettori della destra che hanno partecipato al confronto colpisce l’assoluta disponibilità a credere nelle “storie”  narrate da Berlusconi & c. e l’impermeabilità all’ascolto di altre storie. Qui poco importa che la parola “storie” sia equiparabile, per l’una o l’altra parte, alla parola “palle”. Quello che  è interessante considerare è la valenza della parola in termini di narratività e di potenza rappresentativa di sé, della propria “storia”. Effettivamente, in questo senso,  le “storie” della destra  hanno un’enorme efficacia narrativa,  tale da determinare un peso così considerevole da impressionare gli elettori di sinistra relativamente all’esito del voto e renderli tutti preoccupati. E questo perché il B., più che un grande comunicatore secondo un’accezione tecnica, è un grande affabulatore, un creatore di nessi, ovvero di trame (in tutti i sensi!) quindi di motori desiderativi. E’ così potente in questo campo da averci pure regalato un pezzo anche della nostra storia, a noi della sinistra: siamo diventati personaggi che si chiamano “coglioni”.Perché lui  riesce ad affabulare e la politica e la cultura di sinistra no? Perché lui valorizza il suo interlocutore, il destinatario della sua narrazione. Come in ogni racconto che colpisce l’immaginario la valorizzazione del destinatario passa attraverso lo sdoganamento della sovversività della memoria, cioè di tracce che  appartengono al ventre popolare. Nei casi berlusconoidi si tratta, prima di tutto, del culto della roba che ha radici storiche e sociologiche nella povertà da detestare e da cui fuggire e nella volgarità dei gesti e del corpo. Aspetti  che pensavamo, essendo passati in Italia mediamente dall’asino al jet nello spazio di una generazione, che non dovessero avere più posto. Che pensiamo che non dovrebbero avere più posto. E va bene. Ma quali tracce sdogana, invece, la cultura di sinistra? Quali esperienze popolari, corporali, profondamente intrise di desiderio, ovvero della commistione di paura-speranza, riconosce e sa raccontare? Noi, popolo della sinistra, anche qui, dopo aver sollecitato le “storie” di interlocutori di destra, la loro rappresentazione dei nessi e del senso (ma perché hai votato il berlusca, cazzo?) perdiamo la pazienza quando scopriamo che la trama del racconto degli elettori di dx non è la stessa di quelli della sn, che “la storia” di quelli di dx non coincide con la “storia” di quelli di sn, che non coincidono i linguaggi, le grammatiche.  In alcuni momenti sembrava quasi che certi commenti agli articoli in NI e vibrisse chiedessero accoratamente: ma perché non ci racconti, tu, destrorso, una storia che anche noi di sinistra possiamo capire? In una lingua che anche noi di sinistra possiamo capire? Le due categorie di “storie” sembrano proprio non aver nessun punto in comune. E’ possibile che non ce l’abbiano proprio, o quasi.  Ma questo, mi pare, non è mica un problema così grave. Le “storie” da sempre sono in conflitto e “vince” la più efficace. E non è certo detto che vinca pulito, anzi. 

2. Quel coglione di Montalbano sono

Le  destre  possono pure continuare a raccontarsela, la loro “storia”, non serve che la cambino. Mi sembra più importante, invece,  che siano le sinistre a saper costruire una mitopoiesi più efficace, tale da trasformare un sogno in progetto per un numero maggiore di popolazione.  La potenza della  “storia” delle destre qui in Italia è ovvio che dipenda  certamente dalla forza mediatica di B. padrone delle tivvù e, perciò, organizzatore e distributore di un linguaggio mitopoietico che non ha rivali da noi  e che è andato a confermare un cinismo, o un familismo amorale secondo un’altra celebre descrizione, che viene da lontano, da prima del cambiamento epocale rilevato da Pasolini, deriva da Franza o Spagna purchè se magna. Ha ragione chi si incazza con lo strapotere televisivo berlusconiano  e, in fondo, non conta mica sapere,  anche se può essere interessante rilevarlo con i mezzi della statistica, quanto incide la tivvù sul voto. Basta soffermarsi a considerare praticamente, nell’esperienza quotidiana di ciascuno, quanto incide sulla mentalità, sulla forza autorappresentativa, sul linguaggio di cui la maggior parte degli italiani dispone per raccontarsi la propria storia. Anche (purtroppo?) nei blog. Ma, se fossero le sinistre a disporre della TV, ovvero del più potente rapsodo che ci sia, quale sarebbero le “storie” che avrebbero da raccontare? Come si autorappresenterebbero? Attraverso i media di cui le sinistre già dispongono quali sono le “storie” che raccontano?  E con quale linguaggio le raccontano? E a chi? Come si raccontano le sinistre nella storiografia, nella fiction, nei discorsi quotidiani, nel web? A questo proposito mi viene in mente che, fra le icone popolari  dell’ultimo decennio, l’unica che possa dirsi prodotta dalla cultura di sinistra (ad eccezione dei personaggi comici) ma che sia stata capace di corrispondere ad un immaginario assai più vasto è il commissario Montalbano. Che un po’ coglione lo è ma che i coglioni ce li ha pure. Perché, a questo proposito, il popolo di sinistra si è appropriato di questo epiteto e non di quello, altrettanto affabulatorio, di “comunista”? In fondo, per come lo usa B., si poteva anche fare. Come Kennedy si era chiamato berlinese. Come possiamo dirci tutti ebrei o tutti clandestini in varie circostanze storiche, politiche e sociali.

3. Un altro Vladimir, uno vecchio

Una “storia” che fa presa deve rispondere a due ordini di requisiti, quelli relazionali, come ho già detto, e quelli narratologici. A proposito di questi ultimi torna utile riprendere quelli elaborati a partire dall’individuazione della struttura della fiaba illustrata da Vladimir Propp e, a seguire dagli strutturalisti: 1) una situazione iniziale, 2) un’azione complicante che spesso corrispondente a un lutto, una perdita, un abbandono, 3) una serie di peripezie avventurose contro nemici e ostacoli per conquistare l’oggetto del desiderio, 4) la situazione finale, che nelle fiabe è a lieto fine, in altri tipi di narrazione mica sempre, anzi. Tuttavia, già richiamare questo schema “fiabesco” alla cultura di sinistra fa senso assai.  Questa tipologia di narrazione, nelle discussioni “colte” la si rigetta. Anche se funziona e stringi stringi è la struttura-tipo. E così facendo la cultura di sinistra si guadagna i galloni di fighetta impopolare e dal nasino arricciato.  Ma si caccia dalla porta qualcosa che poi rientra dalla finestra sotto forma di sintomo (dal successo del Signore degli anelli a quello di Faletti, dall’epica dei duelli mediatici al melodramma popolare delle peripezie per “conquistare” la vittoria elettorale, vissuta e raccontata con una sofferenza enfatizzata ed estenuante). Il fatto è che la sinistra non è in grado di raccontare questo tipo di “storia”,  di risvegliare un’esperienza di sé e la scoperta-riconoscimento-ricognizione  di cose che in fondo sono lì, sotto gli occhi di tutti. A meno che non si tratti di affrontare il genere noir, e, nella comunicazione politica, la denuncia. La sinistra racconta una storia “contro” e non sa narrare diffusamente “per” qualcuno. E incappa nell’accusa di lagnosità e poi di autoreferenzialità, di intellettualismo, di noiosa professoralità cattedratica. Oppure scimmiotta il e si appropria del linguaggio berlusconoide, della comicità finto-libera e mediasetizzata,  in cui resta la lagnosità ma, almeno, è divertente e fa spettacolo. Il più delle volte è piacevolmente salottiera oppure diventa ideologicamente comiziesca ovvero popolare, viscerale, borborigmica, efficace, ma assai spesso priva di contenuti progettuali praticabili.

4. Selim vince. Chi era questo Selim?

Il fatto è che,  oggi come oggi,  alla “storia”  della sinistra mancano la fase 1) e la fase 2) dello schema affabulatorio.  La situazione iniziale e l’azione complicante  sono andate perdute. Sono finite sotto le macerie del muro di Berlino, alla fine del secolo breve scorso e, per l’Italia, i resti di quel crollo sono stati polverizzati da Tangentopoli. E poi dalla rivoluzione telematica e dalla globalizzazione. Il nostro attuale centro-sinistra si vergogna a morte della sua situazione iniziale, del suo passato: i comunisti? Diabolus! I socialisti? Deo Mammone! I democristiani? Belzebù! E nessuno riesce a dire credibilmente Ich bin ein Kommunist.  Pare che non ci sia più abbastanza gente che abbia una memoria da liberare con orgoglio. Si dice anche che, inoltre, non ci sia più nessuno interessato ad ascoltarle, quelle situazioni iniziali della storia. Delle storie. Perché la situazione iniziale è qualcosa di lontanissimo dalle coscienze contemporanee, anche della massa dei votanti del centrosinistra: sta nella Resistenza e nella creazione della Costituzione. Reperti archeologici  minacciati dal degrado totale e difesi con scarsissima incisività dai politici e dalla cultura, sia nella prassi che nella teoria, ovvero nel linguaggio. (Ma non è vero. Altro sintomo: si guardi al successo dei  grandi vecchi, di quelli che c’erano, continuamente invitati ovunque, senza parlare del malcelato desiderio che Ciampi rifaccia il presidente, alla sua età). E merita un plauso, a questo proposito il libretto di Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo.  In più: si dice che l’azione complicante   non sia percepita come tale e che, anzi, si costituisca nelle coscienze come situazione iniziale essa stessa (in fondo, perché no? l’omologazione consumistica di cui parlava Pasolini corrisponde indubbiamente a un enorme miglioramento del tenore di vita in Italia, all’entrata del nostro paese nel concerto dei ricchi). In definitiva, in questo vuoto della “storia” (ma anche della Storia?) si sono inseriti con forza e sempre maggiore pervasività le “storie” della destre. Fino al punto da venirci a raccontare che bravi ragazzi fossero i miliziani di Salò. Che altra storia può raccontare di se stesso, allora,  il popolo delle sinistre, della propria vita e delle proprie perdite con tanto di peripezie per conquistare l’oggetto del desiderio?  Scoprire e mettere insieme questo racconto, come dice Inglese, “ascoltare”,  è qualcosa che darebbe forza alla sinistra, intesa in senso lato. Mi viene in mente un altro libretto, quello di tre grandi vecchi, Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, Il silenzio dei comunisti. Mi viene in mente il bisogno di testimoniare che ha spinto all’autobiografia un’anziana Rossana Rossanda. Ma a questo punto bisogna dirlo: narrazioni vecchie. Narrazioni, racconti, non “storie” vecchie. Perché adesso e qui il problema diventa anche (anche?) di linguaggio,  diventa quello di trovare un linguaggio contemporaneo attraverso cui sia possibile  non vergognarsi più del proprio passato.  Un linguaggio attraverso il quale la coscienza storica recuperi qualcosa di significativo di cui andare fieri, un passatopresente che si fa patrimonio e strumento per la comprensione di se stessi. Senza guardare nello specchietto retrovisore del passato non si fa nessun sorpasso. E connesso al problema del linguaggio sta quello della forza affabulatoria della generazione dei padri. Si fa spesso riferimento ai nonni, dicevo, ai grandi vecchi che “c’erano”. Mancano assai i padri e le madri.  E credo che  tocchi a loro (cioè a quelli come me) raccontare la storia degli anni Sessanta-Settanta per poter ripartire e proiettarsi nel futuro. Credo che i trentenni di oggi (e a maggior ragione i ventenni e i giovani che verranno) abbiano diritto a sapere da dove e come sono nati, senza miti, senza pudori ma anche senza timidezze rispetto a conflitti e passioni, e che la storia dei loro genitori non sia tutta alla Tafazzi.  Ma perché la mia generazione possa produrre una storia deve essere consapevole di un aspetto fondamentale e terribile: che c’è un lutto da elaborare, che Selim  “è venuto a mancare”.  

di caracaterina | 17/04/2006
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