Non mi affeziono granché ai ricordi. Ricordo sì, come tutti, conservo, rivalorizzo, riconsidero, di mestiere insegno memoria, compro pure orridi souvenir e possiedo qualche mezza collezione. Non butto tutti i vestiti smessi né le cartoline ricevute o raccolte. Ma trattengo poco, metonimie di tempo e di storie che lascio spuntare transitoriamente dall’opaco dell’oblio. Non sistemo classificatori in cui riordinare le foto (eppure in casa già ce ne sono a mucchi, chissà com’è), non perdo tempo a mettere didascalie, butto spesso ciò che un tempo ho trattenuto. So che dimentico il dove e il cosa di ciò che conservo. Ho un’amica che fa tutto il contrario e ad ogni fine di vacanza deve comprare altri scaffali su cui piazzare gli album nuovi bene impilati. Ogni volta che vado a casa sua me li mostra e me li addita, indica svoltando le pagine aperte. Indice e indici continuamente spianati. Descrive con minuzia e senza sommi capi. Anzi, senza a capi. Ha paura di perdere la memoria e si lascia dietro, fitte fitte, le mollichine come Pollicino nel bosco, per ritrovarsi, dice, nel caso in cui le cadesse l’amnesia nel cervello. Si comporta come se, allora (semmai, eventualmente), la cosa potesse importare. A lei, soprattutto. E’ tanta la sua paura di perdersi che in giro segue alla lettera le indicazioni di guide numerose e in volume e soffre se le capita di tralasciare qualche virgola di Touring o di Michelin. Non potrò tornarci, si lamenta, e l’avrò perduto per sempre. A me, chissà perché, dà noia e fastidio questo suo commisurare il passato sul presente ansioso travestendolo goffamente da futuro e, piuttosto, penso spesso che, se morissi adesso, chi resta si troverebbe già abbastanza cumuli di roba inutile che mi sarebbe appartenuta e da dover sbolognare.
Non ho consegne da passare. Inventi ciascuno la tradizione sua, il suo tragitto. Di solito, si scorda sempre troppo ma mai abbastanza da poter osservare più facilmente di quanto si conservi.