18/08/2006

Il tonno che si taglia con un pennino

Questo blog, aperto, come si può controllare, il 10 luglio 2003, deve il suo titolo al fatto che Stupido blog  campeggiava  proprio  tre anni e un mese fa in testa ad un articolo dell’Espresso piuttosto scettico nei confronti  dell’allora iniziale diffusione di massa del fenomeno. Nel link a Blogoltre trovato su google  è riassunta anche la nota e immediatamente precedente polemica  contro lo scarso coraggio della scrittura in rete  avviata da Tiziano Scarpa. Tre anni e un mese, due mesi. Nel frattempo l’annosa questione, come amano dire le persone di mondo, già all’epoca piuttosto irritante per molti, si è ciclicamente riattizzata, suscitando sempre le stesse passioni faziose e gli stessi sbadigli ma è passata tanta acqua fra le maglie di questa rete che sembrano trascorsi decenni. E  fra una stuffia e l’altra, una polemica e l’altra  qualcosa è successo. Anzi, tutti noi che leggiamo blog libri e giornali sappiamo che è successo parecchio. Tre anni e un mese di nostre letture, di nostre scritture, di idee, dibattiti e realizzazioni pratiche. Più di tre anni di nostra vita. Anche se, pare, non ancora di vita pienamente autonoma. La Rete, qui da noi almeno, in questo territorio provinciale, sembra avere ancora bisogno di eroi, dei Magnifici Sette che insegnano ai peones a difendersi. Sicché oggi, aprendo il Venerdì di Repubblica e tagliandomi un polpastrello con la carta (un segno?)  non mi sono certo stupita di questo articolo bene in vista: I nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete.  Dato che anch’io sono un’editrice che “pesca con la Rete”, o, addirittura, che viene dalla Rete, che sta in Rete, e la cui attività editoriale nasce proprio, forsennatamente, dalla Rete e non dalla terraferma,  considero.  E considero qui, esclusivamente, quanto l’articolo riporta  delle parole degli editori,  ovvero dei loro rappresentanti, volutamente tralasciando di commentare le parole degli scrittori e la tessitura giornalistica di Emanuele Coen, tutta volta a  patrocinare  in particolare NI, ampiamente citata insieme agli altri due lit-blog conosciuti, meritoriamente, anche fuori dalla rete, e ai soliti altri tre siti letterari, noti anche se blog non sono. Sottolineando, grassettando e colorando a mio piacere, comincio. Con Antonio Riccardi, presentato come direttore libri hardcover (ah, la provincia!) Mondadori: “I blog rappresentano per la casa editrice un terreno di ricerca abbastanza continuativo, un’area di carotaggio importante e per certi versi necessaria. Però bisogna stare attenti a non cadere nell’equivoco che tutto ciò che viene pubblicato in Rete sia interessante, occorre usare un fortissimo filtro qualitativo”. Due pagine dopo (ma in mezzo non conta, c’è la pubblicità), parla Andrea Bosco, direttore editoriale dei libri tascabili Einaudi: “Per la saggistica la nostra casa editrice non può più prescindere dal mondo dei blog, sono segnali di fumo importanti  su cosa succede nella società. Basti pensare al diario on-line di Beppe Grillo, che scavalca le strutture tradizionali della politica. Attraverso Internet molte persone al di fuori della comunità letteraria riescono a farsi conoscere a un pubblico potenzialmente vasto e, perché no, anche ai grandi editori.  Il mondo reale, però, è molto più ampio. Come sostiene Cass Sunstein, docente di Diritto all’Università di Chicago, il web consente anche  di costruire l’accesso alla Rete a propria immagine e somiglianza. Se inserisco tra i siti preferiti soltanto quelli della Sampdoria, dei Ds e dell’acqua minerale  che bevo tutti i giorni, il web può diventare uno spazio angusto, un luogo solipsistico”. L’ultima parola viene data  a Maurizio Donati, editor di saggistica della Bur : “Un testo che produce molto dibattito in Rete ha la forza giusta per sollevare interesse e curiosità. I blog rappresentano oggi un importantissimo spazio di autenticità. La Rete è anzitutto uno strumento e va vissuto come tale. Posso servirmene per tirar fuori stimoli, suggerimenti, sollecitazioni anche editoriali. Ma questo lavoro di acquisizione e registrazione di informazioni ha bisogno di un’idea, di un riferimento e una sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo. Proprio come i libri di Bajani, Rovelli e Saviano”.

Prima di tutto: che la Rete vada usata come strumento, come un martello, un periscopio, un rete da pesca, una lente d’ingrandimento, un sismografo, significa ridurne le potenzialità e, in definitiva, il potere. La Rete è un ambiente. Chi scrive in Rete non ha solo l’occasione di adoperarla come una scala per salire a bordo delle barche da pesca dei grandi editori, in forma di pesce da esporre sui banchi del supermercato, di naufrago bianco salvato o di indigeno colonizzato. La Rete è un mondo, solo che non sa ancora bene di esserlo, che non sa ancora scrivere la propria storia, crearsi le proprie narrazioni, un mondo dove cancellare i propri archivi spesso non è un viaggiare liberati dall’ingombro dei bagagli, un atto di fiducia nel futuro, ma piuttosto di rinuncia alla parola, una cessione della voce all’urlo e al rumore.

Poi: a pelle, a unghie e a naso, a me fa specie che tutte le voci  citate siano maschili, e che siano uomini anche gli scrittori di cui si parla. Sì, avevo promesso di non considerare la faccenda ma come si fa, quando le donne blogger-scrittrici citate – senza commenti, è un bene? è un male? - e fotografate sono solo la Pulsatilla con le prugne secche e la Julie Powers col suo ricettario?  Ieri alla libreria Feltrinelli cercavo l’ultimo libro della Szymborska pubblicato da Adelphi e mi sono diretta al solito scaffale basso, un poco oltre le casse, beh, da un po’ era anche un poco oltre la cancelleria e i dvd ma, insomma, ancora visibile. Al posto della signora polacca, invece, trovo uno sterminio di librucci  “al femminile”, di donne e per donne, tutti pimpanti e colorati come i diari scolastici degli studenti delle medie e  che già dal titolo facevano rimpiangere Bridget Jones. Ora, noi della Untitlededitori siamo tre donne e, su sei libri pubblicati, quattro sono di donne, non hanno la copertina colorata,  parlano del lavoro di un medico, di pedofilia e fallimenti, di favole bizzarre e amare, di un lungo viaggio da sola da una parte all’altra dell’Europa. Questo scrivo, se vogliamo affrontare la questione dei contenuti e solo di striscio della forma e mi perdonino i (per ora soli) due maschietti. Perché, mi chiedo, dalla Rete non sembrano uscire sui giornali altro che maschi impegnati a scrivere dei problemi del mondo (per di più col solito equivoco che anche il Grillo nazionale tenga un “diario on-line”), se non addirittura dei massimi sistemi, e femmine impegnate a cucinarsi il cuore? E’ così che siamo?  E’ questa l’idea, “la sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo?” Tanto per.

Ma quello che mi fa proprio imbufalire (ieri sera ho visto alla tivvu un pezzo di straziante documentario in cui una mandria di bufali resisteva e scacciava più volte un branco di leoni all’attacco, che poi, però, un bufalino se lo mangiavano,    e anche un elefantino, malato e abbandonato dalle costernate elefantesse, ma di cui non ho proprio potuto sopportare di vedere la fine) è la  paura continuamente sbandierata che la singola voce del blogger possa  significare solipsismo e che,  oltretutto, tale eventualità sia considerata automaticamente portatrice, oltre che di irrilevanza, anche di cattiva qualità (letteraria, immagino). Questo corto circuito concettuale mi è insopportabile per la puzza acre di ipocrisia che ne emana.  Tutti e tre gli esponenti editoriali intervistati sentono il bisogno  di sottolineare: la Rete, sì, ma… Ma, cosa? A che serve puntualizzare l’ovvio? Sottolineare che non tutta la scrittura in Rete è di qualità? Come dire che non tutti possono essere pubblicati. E allora? Dov’è il problema? Temono, forse, i grandi  editori che non sanno stare in rete di non potersi difendere da Vajont di manoscritti precipitati in redazione? Di perdere il diritto di decidere chi o cosa pubblicare? Di venir contagiati da mortiferi virus verbali? Di venir invasi dagli alieni? E, poi: che senso ha temere l’eventuale autoreferenzialità  dei blogger e poi pubblicare Pulsatilla? E non cito la simpatica amica, e amica, in particolare, di una di noi tre da tempi non sospetti, a caso, o solo perché è il cult del momento ma perché, ampliato di molto, lo stesso discorso letto qui sopra in tre versioni differenti, lo fece coram populo di Inedita proprio l’editore Castelvecchi, il 4 febbraio scorso a Genova, all’incontro fra editori e blogger. Siccome ho un collegamento a manovella non posso postare la registrazione qui. Spero che, al suo ritorno, lo faccia la webmistress del nostro sito, di là. La qualità del file-audio è, come si dice, amatoriale, nel vero senso della parola, anche perché la fece mio marito col  voice recorder da taschino. E’ presa in medias res  (è perché ci sta la citazione di Castelvecchi Vocor ad coenam che mi metto a tirar giù tutte ‘ste espressioni in latinorum?), anzi, in medias voces e si sente Untitled_io/Anna, che risponde alle critiche castelvecchiane alla limitatezza dei diari in rete, poi c’è un commento di un signore di cui purtroppo non ricordo né nome né “titolo”, quindi la voce della Placida Signora, ovvero di Mitì Vigliero che moderava gli interventi, quindi i toni scolastico-moraleggianti di Castelvecchi che aveva  da poco detto che non ce l’aveva coi blogger perché stava proprio per pubblicarne una, ovvero la simpatica amica che sappiamo, “ma non in quanto blogger”. Ecco, appunto. Quindi: diario no, per carità, che qui vogliamo qualità e divine commedie,  a meno che non si tratti di un diario femminile e, perché no,  tendenzialmente "sporcaccione" (e/o culinario) meglio se pescato  dalla Rete che è il trend del momento. Una questione di “qualità”, vero? Di “autenticità” pure. Di freschezza del pesce, insomma. Che, pescato, infarinato e divorato dovrebbe sentirsi fiero  di venir riscattato (con che cosa?) dalla sua respirazione branchiale e portato all’asciutto. Nel mondo degli umani. Dei “grandi editori”  che scrutano il mar degli scritti col cannocchiale della rete per trovare i tonni dalla carne più rosa.

Qualcuno dei “grandi editori”, infine, lo dovrebbe spiegare perché mai linkare solo la Sampdoria, (chissà com’è che gli è venuta in mente), i Ds e l’acqua minerale dovrebbe costituire un esempio centrato di “spazio angusto e luogo solipsistico”.  Ci starebbero mondi e galassie in quei link, per niente irrilevanti. O forse qui si sottintende che, ad essere irrilevante  è  la persona comune, anonima, la voce “detitolata” a tutti gli effetti, quella che è difficile rendere personaggio, volto che perfora lo schermo, nome curioso che cattura l’attenzione del distrattissimo utente-consumatore e di cui l’industria editoriale fabbrica il sognato alter-ego.

Sempre ieri sera, con un angolo dell’occhio al documentario etologico, leggevo questo pezzo di Manganelli, pubblicato in un bel librino dalla chissà-come-mai defunta Quiritta e che trascrivo annotato dai miei commenti e grassetti: Se vogliamo andare un poco oltre, vorrei dedurne una tesi che trovo centrale e affascinante, e cioè che l’autore non esiste. […] i testi letterari sono essenzialmente anonimi. […] Potrebbe confermare questa estensione del discorso di Jung  una proposizione in cui Jung nota che lo scrittore non sa nulla, non ha informazioni privilegiate su quello che scrive : - Quel che dicono della loro opera spesso non è quel che di meglio se ne possa dire.- […] Se l’autore altro non è che una superstizione culturale, e del tutto contemporanea, in che modo noi possiamo descrivere lo scrittore non contemporaneo, protoromantico e preanalitico [per le discronie in cui è immerso e per l’immediatezza della scrittura questi aggettivi sono attribuibili, seppur con una certa forzatura retorica, a chi (ad alcuni, almeno) tiene un blog]?  E’ un salto brusco, ma a questo punto vorrei citare la Crestomazia italiana di Giacomo Leopardi, libro delizioso ma forse non molto goduto. La Crestomazia – mi riferisco specialmente all’antologia della prosa – ignora la partizione per autori; i testi sono distribuiti per temi e generi , e dunque lo stesso autore appare in diverse sezioni dell’opera [un aggregatore semantico, insomma, per tag, per categorie e, nello stesso tempo, la frammentazione di un solo scrittore nei commenti di più post]. Per secoli la letteratura venne divisa in generi, e a ciascun genere corrispondeva un corpo di prescrizioni retoriche. Ora noi abbiamo imparato da Jung che l’esperienza della creazione non è euforica, ma che anzi spesso è affidata a persone scarsamente adattabili, giacchè solo chi è tanto disadattato [alla logica dominante dell’utilitarismo e dell’identificazione totale, per esempio] da poter diventare anonimo può sperimentare una condizione di creatività impersonale. Psicologicamente, tutto ciò comporta un rischio, come ogni volta che l’Io cosciente deve essere invaso ma non predato, ferito ma non leso [esperienza comune, in Rete] . La mia convinzione è che alla necessaria opera di protezione abbia sempre provveduto la retorica, appunto la classica arte del disporre le parole: nella sua discesa agli inferi, l’anonimo scrivente ha, come solo soccorso, una copia di un testo giustamente anonimo, la classica Retorica ad Erennio. Alla stupenda aggressione della “mancanza di senso”, [al rumore del web, alla sua dispersività ma anche alla sua colonizzazione da parte delle parole d’Ordine] lo scrivente opporrà la sua oculata miseria, la sua paziente, pedante estraneità, la sua arte di perdersi. “  E di non farsi “pescare”. 

 

di caracaterina | 18/08/2006
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