
Non sono le cose da dire a spingere la scrittura, sono le parole. E non sono ancora arrivate le parole che cuciano insieme (a che servono i bàndoli, altrimenti, a che serve non perdere il filo?) le cose che premono e che vengono sempre da dentro, dal luogo che ri-corda e che ri-conosce. [C’è che dovrei filare sottacqua, ritornare alla muta, riascoltare le bolle, recuperare il tesoro, far andare d’accordo, contro ogni mito, Poseidone ed Atena]
E c’è sempre questa immagine incongrua, che ritorna da ieri, questa scena di sesso extraterrestre che è l’unica cosa che ricordi di quel film visto una volta sola, quando ero ragazza. Questi corpi che si sfregavano come due saponette a mollo e come due saponette a mollo si scioglievano e si saldavano insieme. La schiuma riempiva lo schermo. Solamente questo dell’Uomo che cadde sulla terra e il dubbio che sia falso del tutto.
Ci sono poi, sparsi da giorni fra la mente ed i file, pezzi di un testo inesistente sulla religione del Lavoro, che l’unico dio a cui credono in tutta la terra padana. Ci sono commenti a frammenti su libri che pretendono di credere ad altro. Ci sono giorni di memoria e lezioni sul nazismo da manuale: “L’ideologia propagandistica del lavoro fu una di quelle su cui il regime nazista batté con più forza, sia nei confronti dei cittadini tedeschi (essere senza lavoro, disoccupati, era considerato un vero e proprio delitto contro la Germania) sia rispetto agli oltre 14 milioni di stranieri che, come vedremo ...” C’è un film del tutto necessario che lega a filo doppio e a punto croce sessant’anni di storia (e di lavoro) e che parla una lingua così intensa e così forte che non puoi fare altro che ascoltare. [In silenzio ho ricercato fra le pagine quelle parole di Levi messe sotto (sommesse) alla tragedia di Chernobyl ripresa da Ferrario. Ancora non le ho ritrovate, ma è perché non è ancora arrivato il momento di rileggerla intera, La tregua]
C’è che ho scritto un’ennesima lista della spesa e che mi mancano Ventimila leghe sotto i mari e Le origini del totalitarismo. [Oggi li ho comprati e ho persino portato mia madre, che non c’era mai entrata, in una libreria Feltrinelli che così faccio in fretta i miei acquisti e lei guarda gli scaffali come al supermercato. Mi sento più a posto, adesso, che ho trovato il tempo di passare una domenica con i suoi lunghi ottant’anni.] C’è ancora, c’è dell’altro. [Una passeggiata breve, sotto casa: dietro un gomito di strada di sole, un mulino, le oche ed il bosco, cacciatori e taglialegna coi cani. Mi chiedo quanti di quelli che vivono a un chilometro da qui lo sappiano, di questo posto. Ci diciamo della nostra fortuna, del nostro vivere in questa striscia di mondo al cospetto del monte e del mare dove le cose sorprendono ancora, così chiare e divise senza essere slegate e lontane. Mi parli di quello che hai scritto]
Mentre aspetto, stamattina rimetto insieme i giornali non letti, per farne il solito fascio destinato al riciclo. Su due pagine del 17 gennaio, Paolo Rumiz racconta del suo rifare a spezzoni la strada di Levi. Insieme a una parte delle parole sommesse che sto ancora aspettando, trovo un filo, un bandolo, tutto ancora da smatassare. Adesso forse posso iniziare a sciogliere e, forse, un giorno, iniziare a legare:
Il Leonardo da Vinci da Monaco sferraglia tra i meli della Val d’Adige. La carrozza 256 è a pezzi, una porta automatica chiude male e a ogni fermata il guasto è segnalato da un insopportabile sibilo intermittente. Ma il peggio comincia dopo Verona. Nel convoglio per Milano zeppo come un uovo grava un surreale, teso silenzio. Dietro a quel silenzio, ore e ore, giorni e giorni di ritardi accumulati. Ore e giorni di vita rubati agli italiani. Accanto alla linea, l’autostrada è piena di gente ferma in una nube azzurrina di ossido di carbonio. - Li vede quelli? – ghigna un passeggero, - voterebbero anche Hitler pur di cambiare vita -. Pioviggina, la Padania sembra la Polonia. File di stranieri che tornano dal lavoro a piedi, in mezzo a pollai come discoteche, discoteche come banche, banche come supermercati e supermercati come macelli industriali. Tutto è capannone e smog.