04/11/2003

Violacei quegli anni

schwitters.bmp Ora che sono vecchia, dorata e, a tratti, color di peonia, papavero e di fior di melograno, che sotto c'ha le spine, so bene che i miei anni ’70 sono stati un quadro cubista, sfregiato di nero ferrigno e d’asfalto.
Per me, è ancora la Von Trotta, quella che meglio ci prende, col suo tempo di piombo, e glisso, elegante ma, soprattutto, ancora ignorante, su Bellocchio e Giordano. Glisso anche, perchè irritante, sul Jonathan Coe dei brocchi che mi pare faccia un po’ il furbo, scordando la psichedelia delle sue parti angle e sassoni e scivolando come su cera sopra i rossi pre-Thatcher, per rivestire di tessuto marròn, che tien bene la botta, un tempo birulò e frantumato. Chissà se Coe ha mai visto le tavole di Paz...
Certamente non era a Genova, fra le ardesie e i passamontagna.
Allora, quaggiù, il mare era ferro ossidato e solfato di rame. Di fucsia e d’argento, che io ricordi, c’erano le canzoni di De Andrè e, all’università, le lezioni sul trobar clus di Sanguineti-Marty Feldman, in aula 6, striate di rime incatenate e di vene bluastre, sotto la scritta spray “come sono brutte le tue poesie , edoardo”. Mentre un altro, l’innominato, che, però, ha anche lui il suo nome sul mio libretto, nell’aula accanto, faceva sparire se stesso, Petrarca e Villon dentro a un giubbotto blu da marinaio, con tasche profonde e capaci di proiettili, lasciando gli ignari a cantare Contessa da radio nuove, periferiche e metropolitane. Non ho nostalgie. Credevo fossero rossi, quegli anni, ma erano color ematoma.
di caracaterina | 04/11/2003
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